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	<title>Per il futuro di Bologna</title>
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	<description>Guido Fanti</description>
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		<title>La transizione infinita, speranze e delusioni del popolo delle primarie. di Filippo Andreatta</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Apr 2010 16:24:19 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Il dibattito delle idee]]></category>

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		<description><![CDATA[Il progetto delle primarie
Il popolo delle primarie è costituito dai 4 milioni 300 mila elettori che hanno partecipato alla votazione indetta dall’Unione di centrosinistra il 16 Ottobre 2005 per scegliere il candidato premier alle politiche dell’anno seguente. Risultò, come è noto, largamente vittorioso Romano Prodi su Fausto Bertinotti, Clemente Mastella ed altri. Il risultato in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">Il progetto delle primarie</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">Il popolo delle primarie è costituito dai 4 milioni 300 mila elettori che hanno partecipato alla votazione indetta dall’Unione di centrosinistra il 16 Ottobre 2005 per scegliere il candidato premier alle politiche dell’anno seguente. Risultò, come è noto, largamente vittorioso Romano Prodi su Fausto Bertinotti, Clemente Mastella ed altri. Il risultato in termini di partecipazione fu decisamente superiore alle aspettative, e rappresentava un ordine di grandezza superiore agli iscritti ai partiti e più di un quinto dell’elettorato dell’intera coalizione, una proporzione superiore a quella di molte primarie americane. Le file di fronte ai gazebo per poter partecipare alle primarie diedero una spinta significativa sia alla vittoria del centrosinistra alle elezioni del 2006, sia alla ulteriore formazione del Partito Democratico nel 2007. L’impatto politico ed emotivo delle primarie del 2005 fu tale che il Partito Democratico non poté fare a meno di introdurle come regola preferita nel proprio statuto. Persino il centrodestra fu incoraggiato ad intraprendere un processo di avvicinamento che sarebbe poi giunto all’annuncio del Pdl nel Novembre 2007. Ciò nonostante, vi è un elemento di forte paradosso. I promettenti successi delle primarie del 2005, che davano l’impressione che si fosse all’alba di una trasformazione positiva nella politica italiana, sono invece oggi ricordati come il culmine di una parabola che è ormai nella sua fase discendente, se non addirittura esaurita.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">Le primarie del 2005 rappresentarono il catalizzatore di tante esperienze precedenti, che attraversavano quasi l’intero arco del centrosinistra italiano. In ordine temporale, una parte riformatrice della Democrazia Cristiana aveva ottenuto la loro sperimentazione nelle elezioni comunali di Bologna del 1985, e le aveva poi riproposte nella fase di passaggio tra Dc e Ppi e, infine, per vincere le resistenze nel Partito Popolare Italiano ad accettare la leadership di Romano Prodi nel 1995. Una parte dell’elettorato si era invece avvicinata con simpatia ai tentativi di costituire un nuovo partito della sinistra, in particolare con la creazione del Pds nel 1992, che avrebbe nell’intenzione di alcuni aperto le porte a varie tradizioni oltre a quella ex comunista, come quelle cristiano-sociale, ambientalista e laico-socialista. Sicuramente gran parte del movimento referendario, che aveva innescato la fine della Prima repubblica con la vittoria sulla preferenza unica nel 1991, ambiva ad una maggiore partecipazione nella vita politica italiana. Quando Romano Prodi divenne il leader del centrosinistra nel 1995, i molti e spontanei Comitati per l’Italia che vogliamo incarnavano un desiderio di rinnovamento nelle forme della partecipazione. Quando si era conclusa nel 1998 la prima esperienza di governo del centrosinistra, le primarie erano nuovamente state ventilate, tra gli altri dall’Associazione Carta 14 Giugno, come il meccanismo per identificare la leadership di una nuova coalizione. Persino la sinistra radicale, più affezionata ad antichi modelli centralistici, ebbe un felice incontro con le primarie quando nel Gennaio 2005 il candidato del Partito della Rifondazione Comunista Nichi Vendola risultò vincitore nelle consultazioni per le elezioni regionali pugliesi.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">Il popolo delle primarie che prese vita nel 2005 era quindi una larga fetta del centrosinistra italiano, e non incarnava una partecipazione occasionale o estemporanea. Come messo in luce da una ricerca dell’Istituto Cattaneo, rappresentava in particolare quei territori in cui è più alta la dose di civismo, ovvero in cui la partecipazione politica è più elevata, la disponibilità al volontariato più consistente, la società civile più vivace e organizzata.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;"><span style="mso-spacerun: yes;"> </span>Da un punto di vista demografico, il popolo delle primarie esprimeva invece in modo particolare la voce di quella generazione, nata nell’immediato dopoguerra, politicizzata ma ormai post-ideologica, che era rimasta delusa sia dalla partecipazione alla vita dei partiti tradizionali, sia dalle ipotesi movimentiste degli anni ’70.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">Il popolo delle primarie non esprimeva solamente una domanda di partecipazione, ma un progetto politico più articolato e completo. Con l’adozione di un metodo di selezione delle candidature completamente nuovo si cercava infatti di superare il modello dei partiti di massa del XX secolo, per giungere a nuove forme di legittimazione e di organizzazione politica. In primo luogo, si mirava alla costruzione di un moderno sistema bipartitico (o almeno tendenzialmente bipartitico) che superasse gli steccati ideologici del XX secolo. In secondo luogo, di conseguenza, si intendeva rafforzare la democrazia dell’alternanza, con il fine di stimolare con la competizione politica la qualità dell’azione di governo. In terzo luogo, si voleva introdurre un vasto ricambio della classe dirigente, favorendo l’immissione nelle istituzioni di nuove energie e competenze. Questi obiettivi erano espliciti nel progetto dell’Ulivo, ed erano anche sottintesi dal metodo delle primarie, in quanto la necessità di selezionare i candidati aprendo la scelta agli elettori comportava sia la possibilità che i candidati non fossero legati ai partiti tradizionali, sia che lo schieramento che li presentava fosse sufficientemente ampio da avere delle probabilità di vincere nelle varie competizioni in oggetto.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">Si intendeva così superare le due principali anomalie del sistema politico italiano. Da un lato, quella democrazia bloccata che aveva impedito l’alternanza durante la guerra fredda a causa della posizione del partito comunista, e che nella seconda repubblica ha portato ad una costante tentazione verso opposti estremismi piuttosto che a una competizione centripeta. Dall’altro lato, la cronica instabilità dei governi dovuti alla precarietà della coalizioni e all’eccesso di potere delle segreterie di partito rispetto ai desideri degli elettori. Questo problema, temperato nel centrodestra dalle particolari caratteristiche della sua leadership, nel centrosinistra si è semmai accentuato negli ultimi anni. Nessuno dei leader della coalizione è sopravvissuto per un’intera legislatura, e tutti sono invece caduti proprio per problemi interni alla coalizione, come dimostrano le vicende di Prodi nel 1998, D’Alema nel 2000, Rutelli dopo il 2001, Prodi nel 2008, Veltroni e poi Franceschini nel 2009. Nel due casi di Prodi, le macchinazioni tra i partiti della maggioranza hanno persino portato a sconfessare, dopo nemmeno due anni, il leader che era stato presentato agli elettori, e che era risultato vincitore nelle urne.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">L’inaspettato successo delle primarie, che contribuì anche alla vittoria del centrosinistra nel 2006, modificò l’atteggiamento dei partiti della coalizione, e in particolare i due principali Ds e Margherita. La prima fase del progetto ulivista, quella potenziale, ebbe termine e si arrivò alla sua concretizzazione. Fino ad allora i partiti avevano osteggiato nei fatti le ipotesi di semplificazione del centrosinistra, consegnandole ad un incerto ed eventuale futuro, ad esempio con la rivendicazione del centro-sinistra (con il trattino) e il cambiamento della maggioranza nel 1998, il rifiuto dei Ds di Veltroni di intraprendere un percorso di unificazione al congresso fondativo del 2001, il no della Margherita di Rutelli, concordato con i Ds, a liste comuni alle regionali del 2005 e per il senato del 2006. Dall’ottobre del 2005, Ds e Margherita si impegnarono solennemente ad una radicale innovazione del panorama politico del centrosinistra, che avrebbe portato due anni dopo alla costituzione del Pd. Con la determinazione dei convertiti, e con la consapevolezza che se non avessero cavalcato l’onda delle primarie questa avrebbe potuto dar vita a soggetti politici diversi dai loro, i partiti fondatori si presero quindi in carico il compito di mettere in atto un radicale rinnovamento nel centrosinistra.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">La (mancata) realizzazione del progetto</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">In realtà le stesse la primarie del 2005 erano state il frutto di un compromesso tra le ipotesi di rinnovamento e quelle più conservatrici. Nel 2004, la lista unica alle Europee aveva suscitato proteste da parte dei partiti, che ritenevano preferibile «contarsi». Il rilancio del progetto vide pertanto l’ipotesi di primarie, intese come una «sfida» all’attuale sistema nell’estate del 2004. Fu convinto Bertinotti a partecipare, in modo che Rifondazione potesse aderire su basi democratiche all’alleanza che si stava costituendo, e il Comitato per le primarie disegnò le regole, che vennero usate per la prima volta in Puglia. I partiti del centrosinistra, che ottennero le liste separate senza primarie nelle regionali del 2005, furono pertanto costretti a concedere qualcosa. Nonostante le resistenze, in primis della Margherita di Rutelli, furono quindi convocate le primarie per il candidato premier per l’autunno. Si trattò però di primarie sui generis, in quanto i candidati erano in sostanza candidati dei partiti: Prodi di Ds e Margherita, Bertinotti di Rifondazione, Mastella dell’Udeur, Di Pietro dell’Italia dei Valori, Pecoraro dei Verdi. Da un lato, questo fece sì che la vittoria di Prodi potesse anche essere considerata una vittoria di Ds e Margherita, che si fecero carico di portare avanti il progetto mentre Prodi si preoccupava di vincere le elezioni e di guidare il governo. Dall’altro lato, gli altri partiti della coalizione, nonostante la partecipazione alle primarie, una volta scelto il leader ritornarono a negoziare e condizionarer la loro partecipazione all’Unione come se nulla fosse accaduto, imponendo una massacrante trattativa sul programma nella ben nota maniera di una coalizione parlamentare. In questo senso, le primarie vennero conquistate e perdute nello stesso momento.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">Nel progettare il nuovo soggetto politico, Ds e Margherita affiancarono agli obiettivi del popolo delle primarie anche il comprensibile scopo del mantenimento della loro tradizione (e dei loro apparati). I vertici dei partiti, e in particolare Piero Fassino che si è speso con grande generosità nella fase di transizione, erano sinceri nel voler fondare un nuovo soggetto partitico senza perdere il capitale umano e la tradizione che avevano ereditato. Si trattava però purtroppo di obiettivi incompatibili. Invece di «sciogliersi» per permettere ad un «partito nuovo», anche nelle forme, di emergere, decisero quindi di «fondersi» per dar vita, nelle parole di Arturo Parisi, semplicemente ad un ulteriore «nuovo partito». Invece di riselezionare la classe dirigente sulla base dei principi e delle regole del nuovo partito, si è stabilito che le oligarchie che avevano scalato le «vecchie» formazioni avessero il diritto di rimanere nel novero dei dirigenti, con cariche analoghe, in quello «nuovo». Praticamente l’intera classe dirigente del nuovo partito è quindi composta, al centro e in periferia, da dirigenti di quelli vecchi, spesso con la medesima funzione. Invece di trovare delle basi ideali nuove e comuni, in molti casi si è preferito la somma di valori e atteggiamenti ideologici del passato, alcuni dei quali incompatibili tra loro, con il risultato di posizioni deboli, distinguo e divisioni frequenti. Dopo nemmeno due anni di legislatura, 16 deputati o senatori, o il 5% del totale, hanno lasciato i gruppi parlamentari del Pd su basi ideologiche sottolineando quanti errori siano stati commessi in fase di candidatura, o quanto tiepida fosse l’intensità dell’adesione.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">Le nomenklature non hanno quindi rinunciato a difendere i loro privilegi, in parte giustificandoli proprio con l’emergenza di una fase di transizione verso nuovi equilibri politici. Ad ogni elezione dopo la caduta del muro di Berlino, è così stata presentata agli elettori almeno una nuova sigla significativa. Il Pci è diventato Pds, poi Ds. La Dc è diventata Ppi, poi Margherita. Il risultato paradossale è che ogni pochi anni, di fronte ad una necessità di cambiamento manifestata dagli stessi dirigenti che accettavano di porre fino ad un partito per dar vita ad una nuova esperienza, venivano cambiati i partiti, ma la classe dirigente rimaneva la stessa. E sono anche cresciute le risorse a disposizione delle oligarchie di partito. Nonostante l’abolizione del finanziamento pubblico per via referendaria nel 1993, venivano poi approvate, con il pieno sostegno dei principali partiti di centrosinistra, norme sui «rimborsi» elettorali che nel 1999 non erano più attinenti alle spese effettivamente sostenute, nel 2002 abbassavano il quorum dal 4% all’1% e che nel 2006 sono stati estesi a tutti gli anni della legislatura a prescindere dalla sua durata, con il paradossale risultato che per gli anni 2008-2011, a causa della fine prematura della legislatura precedente, i partiti ricevono un contributo doppio. Veniva infine accettata passivamente la norma della legge elettorale che consegna la composizione dell’intero gruppo parlamentare alla scelta dei vertici di partito con il meccanismo delle liste bloccate, senza nemmeno tentare una qualche procedura - come forme di consultazione aperta - per la selezione dei candidati. Mentre i partiti diventavano sempre più deboli nel paese, le segreterie di partito non erano mai state così forti.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">Conciliare i due obiettivi, il rinnovamento e il mantenimento della tradizione, si quindi è rivelato impossibile. Da un lato, è diventato impossibile far emergere una nuova classe dirigente, dal momento che due intere nomenklature dovevano trovare un accordo per un unico organigramma, e quindi avevano la tendenza ad usare tutte le cariche (e le sedie) disponibili. Quando nell’estate 2008 fu definita la Direzione del Pd, questa fu suddivisa in quote (il famoso 60/40) tra ex-Ds ed ex-Margherita, senza nemmeno una quota residuale per chi magari era semplicemente democratico. L’apertura alla società civile, o a un ceto politico diverso, che era sottintesa dal metodo delle primarie, è quindi diventata impraticabile, a parte qualche simbolica e strumentale cooptazione immediatamente omologata. E non si tratta affatto di una questione anagrafica, ma di credibilità del reclutamento e della motivazione. Se si ha aderito ad un altro partito, o se addirittura lo si è rappresentato in organismi dirigenti, con che credibilità si può rappresentarne, senza soluzione di continuità, un altro che si definisce «nuovo»? Dall’altro lato, si è chiuso il perimetro di chi poteva aderire al Pd, restringendolo agli aderenti dei soli due partiti fondatori, dal momento che le formazioni del centrosinistra alla sinistra o alla destra di Ds e Margherita non erano adeguatamente rappresentate e si sarebbero trovate in una situazione di inferiorità rispetto ai partiti «fondatori».</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">Il Pd ha quindi svolto piuttosto bene il compito di «traghettare», dopo i limiti del Ppi e della Margherita, del Pds e dei Ds, gli ex democristiani ed ex comunisti nell’attuale sistema politico, ma ha potuto svolger male il compito del partito unico del centrosinistra che gli era stato assegnato dal popolo delle primarie. Questo è stato chiaro sin dalla candidatura di Walter Veltroni, un ex segretario Ds candidato «ufficialmente» dai due partiti fondatori contro il quale non ci si poteva candidare «per il bene della ditta», e dalle modalità con cui è venuta meno la maggioranza governativa. Una volta uscito Prodi dal panorama politico, con la sua promessa mantenuta di ritirarsi che dimostrava la sua estraneità alla politica professionale, si sono fatti avanti gli stessi che in precedenza avevano rallentato o frenato il rinnovamento. Si è così tornati «finalmente» a quell’aristocrazia di dirigenti forgiata dai partiti ideologici di massa, e che si era trovata obtorto collo ad accettare una leadership ad essa estranea, mentre i pochi che provenivano da esperienze diverse si sono rapidamente conformati. La fase di avvio del Pd ha quindi prodotto più ambiguità di quante non ne abbia risolte: un segretario garante dell’ulivismo «ma anche» dei partiti fondatori, eletto con le primarie «ma anche» con un congresso; un partito delle primarie «ma anche» delle liste bloccate, proiettato al futuro «ma anche» alla tradizione; un Pd unitario «ma anche» con le correnti, perno dell’Unione «ma anche» suo principale elemento di destabilizzazione con la cosiddetta «vocazione maggioritaria». Ciascuna di queste ipocrisie è stata un chiodo nella bara dei progetti di rinnovamento, e la principale funzione storica del Pd è stata quella di mantenere uniti i Ds, e di permettere a parti della Margherita di rimanere in sella. Invece di essere l’apoteosi della speranza popolo delle primarie, la nascita del Pd è retrospettivamente stata la principale causa della sua fine.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">Si è potuta così concretamente misurare la delusione di tanti che avevano originariamente aderito al progetto. Alle votazioni che elessero Veltroni, era anche stata contestualmente eletta una Assemblea Costituente, che avrebbe dovuto rappresentare l’organo di discussione delle regole e delle linee politiche del nuovo partito, e un potenziale serbatoio per nuovi dirigenti. Si trattava quindi di un organo rappresentativo composto da persone che si erano candidate ed erano state elette, e che quindi si poteva presumere avessero un sincero interesse alla vita del nuovo soggetto. Ciò nonostante, dopo la prima riunione la maggior parte dei delegati non si è nemmeno presentata alle (poche) riunioni prima che la stessa Assemblea venisse definitivamente esautorata. Quando fu eletta la direzione nazionale nella sua terza seduta, il 20 Giugno 2008, era presente circa il 20% degli aventi diritto, mentre quando fu eletto il segretario nazionale dopo le dimissioni di Veltroni, nel Febbraio 2009, votarono solo 1.154 delegati su 2.858.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">Il risultato in termini elettorali è stato devastante. Mentre, anche sulla spinta delle primarie 2005, alle politiche del 2006 l’Unione era riuscita a coalizzare 19 milioni di voti, nel 2008 il centrosinistra ha raggranellato poco meno di 14 milioni di elettori. Se ci fosse stata un’alleanza con la sinistra radicale come nel 2006 i voti ottenuti sarebbero stati 16 milioni, con una perdita complessiva del bacino di centrosinistra di 3 milioni.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;"><span style="mso-spacerun: yes;"> </span>In questo contesto disastroso, il Pd ha mantenuto i 12 milioni di voti dei partiti fondatori alle elezioni precedenti, ma visto che ha ricevuto significativi consensi dalla sinistra radicale (che ha dimezzato i consensi da 4 milioni a 2) in virtù del voto strategico, ne ha persi altrettanti verso l’astensionismo, l’Udc o il centrodestra. Il trend negativo è continuato alle europee del 2009, nelle quali la sinistra radicale recuperò in parte i voti persi l’anno precedente e nelle quali il Pd ottenne 8 milioni di voti, o 4 in meno delle politiche. Un nuovo soggetto, che avrebbe potuto nascere già prima delle elezioni del 2006 con gli auspici di una vittoria e un possibile contributo positivo alla stabilità del governo, è quindi nato destabilizzando la già precaria maggioranza di governo e venendo battezzato da una forte emorragia di voti. Non si è pertanto potuto approfittare delle molte debolezze di Berlusconi, riconsegnandogli l’opportunità di rivincere le elezioni per la terza volta dopo due sconfitte.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">E’ quindi auspicabile che, dopo quella della gestazione e quella delle difficoltà, si apra ora una terza fase nel progetto auspicato dal popolo delle primarie. Bisognerebbe in particolare abbandonare le ambiguità che vedono il Pd sia come il depositario della tradizione di due partiti sia come il partito unico del centrosinistra, secondo la famosa espressione della «vocazione maggioritaria». All’opposizione, e al sistema politico italiano nel suo complesso, serve un soggetto più ampio dell’attuale Pd e che sia maggiormente in grado di mobilitare e valorizzare energie ed esperienze anche al di fuori della politica professionale. Nel sistema politico delle primarie per antonomasia, quello americano, Barrack Obama è diventato presidente nel 2008 quando era entrato in politica 12 anni prima ed era diventato un politico professionista, abbandonando la sua precedente occupazione, solo nel 2004. Dopo ormai due decenni da quando è cominciata, è necessario compiere finalmente, almeno nel centrosinistra, questa infinita transizione della politica italiana.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">Una nuova fase</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">Nonostante il fallimento delle aspirazioni del Pd, ci sono alcuni elementi di speranza per il futuro. Il Pd riesce infatti nel compito non facile di rappresentare il più ordinatamente possibile la somma di Ds e Margherita, e la segreteria di Pierluigi Bersani ispirata dalla orgogliosa difesa dell’eredità e della tradizione dei partiti fondatori probabilmente meglio di altre porterà il Pd a tenere unito quel fondamentale bacino di voti, di circa un terzo dell’elettorato. E’ anche promettente il rimescolamento avvenuto nella campagna congressuale, per cui i sostenitori dei vari candidati alla segreteria hanno offuscato le divisioni tra i partiti fondatori. Ma si tratta pur sempre di una «fusione fredda». Per vincere, e per modernizzare l’Italia, ci vuole qualcosa di diverso e di più ampio, e la strategia dell’attuale segreteria, messa in campo per le regionali, sembra prendere atto di questa necessità. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">Le primarie possono essere proprio uno strumento decisivo in questo contesto. Se infatti la scelta identitaria del Pd ha reso necessaria una coalizione per poter essere competitivi alle elezioni, soprattutto con la legge elettorale proporzionale vigente, è anche necessario che questa coalizione sia diversa da quelle del passato, rivelatesi eccessivamente instabili, vittima e ostaggio dei particolarismi di partiti piccoli e meno piccoli. L’Unione è fallita non per colpa dell’Unione, che non aveva alcuna risorsa autonoma, né di personale politico né di risorse, ma per colpa dei partiti che ne facevano parte. Quello che manca, e che è mancato nel 1998 e nel 2008, è una «cessione di sovranità» da parte dei partiti nei confronti della coalizione e dei leader di governo, e che può essere concessa solo con una legittimazione forte di questi ultimi. Non ci sono alternative a che questo possa avvenire esclusivamente tramite meccanismi di consultazione popolare. La doppia legittimazione, da parte dei partiti e da parte delle primarie, della quale godeva il Presidente Prodi, è stata infatti corrosa dall’ambiguità tra le due e quando la seconda si è affievolita, la prima è stata ritirata. Una coalizione puramente parlamentare, o persino una coalizione consacrata da primarie formali, il cui risultato fosse stato preconfezionato dalle segreterie di partito, avrebbe, forse, modo di vincere le elezioni, ma non di governare il paese facendolo emergere dalla crisi. Non riuscirebbe infatti a garantire un esecutivo autorevole e una maggioranza stabile, e forse rappresenterebbe la pietra tombale per quell’aspirazione ad una moderna democrazia dell’alternanza che ha animato il popolo delle primarie.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">Questo significa che l’attuale sistema delle primarie andrebbe riformato. La tensione tra il Pd come fusione di Ds e Margherita e il partito unico del centrosinistra è infatti illustrata proprio dal ruolo che le primarie hanno nel Pd, che ha indotto lo stesso partito ad avviare una revisione dello statuto dopo nemmeno due anni dalla sua approvazione. Dato che il Pd si trova spesso a doversi alleare con altre forze, le primarie non sempre possono essere utilizzate per il loro scopo principale, l’identificazione di candidati per cariche istituzionali monocratiche ai vari livelli, in quanto le coalizioni di centrosinistra sono al momento deboli e necessitano di un accordo diplomatico tra segreterie. L’unica carica per la quale è possibile aprire sempre le consultazioni è quindi quella per segretario di partito, visto che questa è l’unica posizione che per definizione dipende esclusivamente dal Pd. In questo caso sarebbe più corretto parlare di elezione diretta del segretario da parte degli elettori, in quanto la parola primaria, come si evince dal suo etimo che implica che deve svolgersi «prima» di un’altra elezione, dovrebbe essere usata solo per le elezioni istituzionali. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">Il problema non è solo di definizione, ma di filosofia della forma partito. Gli ex Ds ed ex Dl, provenendo dalla tradizione dei partiti ideologici come Pci e Dc, non hanno infatti avuto alcun problema nell’abbracciare un meccanismo che legittimasse per via popolare le segreterie di partito. Questo però frustra uno dei principali scopi delle primarie, che è quello di legittimare i candidati per le istituzioni con un’investitura diretta da parte degli elettori, mettendoli al riparo proprio dalle precarie alleanze tra segretari di partito che hanno caratterizzato e destabilizzato i governi nazionali e locali nella prima repubblica come nella seconda. Al contrario, abbiamo oggi la singolare situazione per cui i segretari di partito sono legittimati con le primarie, mentre i candidati possono essere ancora scelti dalle segreterie di partito. Questo non contribuisce di certo alla stabilità delle coalizioni e all’efficacia del governo, e sembra non contribuire nemmeno alla stabilità delle segreterie di partito, come è dimostrato dalle dimissioni di Veltroni all’indomani di una serie di rovesci elettorali. Le primarie avrebbero dovuto fungere da metodo di selezione di una nuova generazione di dirigenti-eletti, forti del consenso nelle primarie e nelle elezioni, e dell’efficacia della loro azione di governo. Le primarie del Pd hanno invece sinora rilegittimato una classe politica selezionata all’interno dei partiti, anche perché la carica di segretario è giustamente riservata ad uomini «di macchina», mentre le cariche istituzionali sono rimaste alle mercé delle segreterie e il ceto parlamentare è, grazie ad una sciagurata legge elettorale applicata senza alcun correttivo, completamente cooptato. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">E’ necessario quindi che le primarie vengano ridisegnate per il loro scopo principale, invece che essere abusate per compiti impropri, minori o persino controproducenti. Dovrebbero innanzitutto selezionare una leadership della coalizione che abbia l’autorevolezza e la legittimazione di resistere alle incertezze della diplomazia tra le segreterie di partito dopo le elezioni. Fino a che non ci sarà un partito unico del centrosinistra, le primarie dovrebbero per logica essere di coalizione e nessun partito dovrebbe appropriarsene. Il Pd, se intende perseguire la strada delle primarie, dovrebbe quindi assumersi una grande responsabilità. Dal momento che dispone di gran lunga della maggior forza organizzativa nel centrosinistra, dovrebbe garantire agli altri alleati e al popolo delle primarie che si tratta di primarie «autentiche», evitando candidature «ufficiali» e sponsorizzandone nessuna o più di una. Se invece vorrà dominare la coalizione come un patto di sindacato domina un’azienda quotata, l’esperimento verrà soffocato, così come la diarchia Ds-Margherita ha soffocato gli esperimenti ulivisti. La semplice legittimazione cerimoniale, come si è visto per le primarie del 2005, non è infatti sufficiente a rassicurare gli italiani che il centrosinistra è in grado di mantenere un governo in carica per un’intera legislatura, cosa che sinora non è purtroppo mai avvenuta. Sarebbero inoltre auspicabili meccanismi di selezione competitivi anche per i candidati a Camera e Senato, che avrebbero il pregio di incoraggiare un ceto parlamentare più autonomo e responsabile, con una rappresentatività e dignità indipendente da chi compila ai vertici le liste bloccate. Sarebbe così forse incentivata la nascita di una classe politica meno legata alle correnti e al ceto politico del passato, che sarebbe in grado con maggiore credibilità di riprendere il progetto di una compiuta riforma del sistema partitico italiano, secondo quanto auspicato dal popolo delle primarie.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">L’unica alternativa ad una nuova fase dell’Ulivo, questa volta con minori compromessi, è una nuova fase dell’Unione, con una coalizione ampia imperniata intorno ad un Pd grande ma non autosufficiente, ed estesa dalla sinistra radicale a forze centriste. Questa soluzione potrebbe avere il merito di sconfiggere Berlusconi per la terza volta, inducendolo ad un abbandono che porrebbe fine al quindicennio nel quale il Cavaliere ha dominato la scena politica e le nomenklature di centrosinistra hanno resistito in virtù dell’emergenza. In un simile contesto però, le primarie non potrebbero avere un ruolo significativo, in quanto si tratterebbe chiaramente di una coalizione parlamentare nella quale i segretari dei partiti avrebbero la capacità di fare, e disfare, i governi. Piuttosto che traghettare l’Italia nella terza repubblica, ci si concentrerebbe così sull’obiettivo di mettere fine alla seconda, lasciando ai posteri l’arduo compito di costruire nel nostro paese un sistema politico stabile ed efficace. Quello che l’esperienza ci ha insegnato, dal 2005 ad oggi, è che non si può perseguire questo secondo obiettivo facendo finta di rincorrere anche il primo nello stesso tempo.</span></span></p>
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		<title>dalla relazione di Cesare Melloni al congresso della CGIL di Bologna</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Apr 2010 17:10:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Economia e lavoro]]></category>

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1. CRISI E TRASFORMAZIONE 
Al terzo anno della esplosione della crisi dobbiamo tornare a fissare alcuni punti di riferimento fondamentali per capirne le logiche e le tendenze:
a. finanza e industria sono strettamente legate ad una idea di rendimento a breve, in cui tutte le funzioni d’impresa sono legate fino a prevedere il sacrificio delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 6pt; margin-left: 6pt; margin-right: 6pt;"><span style="font-family: Arial Unicode MS;"><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: -18pt; margin: 0cm 6pt 0pt 42pt; mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-list: l11 level1 lfo1; tab-stops: list 36.0pt;"><strong><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="font-size: small;">1.</span><span style="font: 7pt &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span></strong><strong><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">CRISI E TRASFORMAZIONE</span><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman;"> </span></span></strong></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Al terzo anno della esplosione della crisi dobbiamo tornare a fissare alcuni punti di riferimento fondamentali per capirne le logiche e le tendenze:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: -18pt; margin: 0cm 6pt 0pt 42pt; mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-list: l4 level1 lfo2; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="font-size: small;">a.</span><span style="font: 7pt &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">finanza e industria</span></span><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;"> sono strettamente legate ad una idea di rendimento a breve, in cui tutte le funzioni d’impresa sono legate fino a prevedere il sacrificio delle parti non sufficientemente competitive (Termini Imerese).</span><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: -18pt; margin: 0cm 6pt 0pt 42pt; mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-list: l4 level1 lfo2; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="font-size: small;">b.</span><span style="font: 7pt &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">la <span style="text-decoration: underline;">esternalizzazione della produzione</span> su scala mondiale è il passo successivo della finanziarizzazione dell’industria. Milioni di posti di lavoro sono migrati dalle grandi imprese ad imprese piccole e medie, sparse nel mondo. </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt 42pt;"><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">GM</span></span><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;"> 2005= 330.000 dipendenti a fine 2009 ne aveva meno di 90.000.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: -18pt; margin: 0cm 6pt 0pt 42pt; mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-list: l3 level1 lfo3; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="font-size: small;">c.</span><span style="font: 7pt &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">la finanziarizzazione delle imprese dà luogo alla formazione di monopoli mediante campagne di fusioni ed acquisizioni, con ricadute drammatiche sull’occupazione (il caso <span style="text-decoration: underline;">ALCOA</span>: si sacrificano migliaia di posti di lavoro per alzare il valore del titolo ed acquisire più forza nello scalare le aziende concorrenti).</span><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Insomma la crisi prodotta dalla stagnazione della domanda internazionale ed interna, accelera il processo di ristrutturazione, che significa selezione delle filiere produttive, delocalizzazione di parti della produzione; o anche pesanti ricadute sui livelli d’occupazione, sulle condizioni di lavoro, sulle forme di rapporti di lavoro fino alla ricomparsa di lavoro di tipo schiavistico.</span><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;"> </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Nella provincia di Bologna queste ricadute sul lavoro sono evidenti:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: -18pt; margin: 0cm 6pt 0pt 42pt; mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-list: l12 level1 lfo4; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-family: Symbol; font-size: 10pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt;">·<span style="font: 7pt &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">diminuisce il numero degli avviamenti al lavoro (-15%), aumenta il peso del precariato (83% degli avviamenti)</span><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: -18pt; margin: 0cm 6pt 0pt 42pt; mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-list: l12 level1 lfo4; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-family: Symbol; font-size: 10pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt;">·<span style="font: 7pt &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">le domande di disoccupazione ordinarie e a requisiti ridotti sono aumentate del 53%. Circa 10.000 persone perderanno il diritto all’indennità nel 2010</span><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: -18pt; margin: 0cm 6pt 0pt 42pt; mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-list: l12 level1 lfo4; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-family: Symbol; font-size: 10pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt;">·<span style="font: 7pt &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">gli iscritti alle liste di mobilità sono aumentati del 49% e sono circa 5.900 coloro che nel corso del 2010 sono a rischio di uscire dalle liste di mobilità.</span><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: -18pt; margin: 0cm 6pt 0pt 42pt; mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-list: l12 level1 lfo4; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-family: Symbol; font-size: 10pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt;">·<span style="font: 7pt &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">La CIG ordinaria/straordinaria/deroga è aumentata del 593% (metalmeccanici 1165%).  Rispetto al 2009 i principali cambiamenti:</span><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt 42pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">+  13.100 disoccupati (+28%)</span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt 42pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">-  donne nel lavoro</span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt 42pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">+ lavoratori immigrati</span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt 42pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">+ disoccupati giovani e nelle fasce centrali di età</span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Infine, per chiudere questa pagina di numeri, al 31/12/2009 il numero dei lavoratori interessati a processi di crisi, e ai vari strumenti di ammortizzazione sociale, sono, nella provincia di Bologna 42.441 occupati in 1331 aziende di tutti i settori produttivi e di servizio.</span><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;"> </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Siamo di fronte, cioè, ad una crisi che per durata, intensità ed estensione non ha precedenti nella storia recente e, proprio per le logiche e le tendenze che la caratterizzano e che abbiamo ricordato all’inizio, richiede la messa in campo di una linea strategica di fase e di una capacità di azione integrata di tutta la nostra organizzazione (questo è il vero Congresso).</span><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;"><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: -18pt; margin: 0cm 6pt 0pt 42pt; mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-list: l2 level1 lfo5; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="font-size: small;">2.</span><span style="font: 7pt &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><strong><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Un nuovo e forte ruolo pubblico</span></strong><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">. </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">A questo proposito la prima domanda da porsi è: qual è la dimensione locale adeguata per la nostra iniziativa? Certo la crisi è globale, ma i suoi effetti si misurano sul territorio, che può reagire ad essa se trova la dimensione più giusta, più adatta. </span><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;"> </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Prima proviamo però ad indicare che cosa sarebbe necessario fare dentro ed oltre la crisi.  In primo luogo la nostra organizzazione deve proseguire la propria iniziativa di lotta e contrattazione per bloccare i licenziamenti collettivi e gestire i processi di ristrutturazione.  Oltre mille sono gli accordi fatti nel nostro territorio per estendere l’utilizzo della cassa come alternativa alla chiusura ed ai licenziamenti.</span><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;"> </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Le lotte per il lavoro hanno reso possibile il Patto Regionale del maggio scorso e il Patto regionale ha rappresentato la possibilità di unificare il fronte del lavoro, pur così differenziato nei diritti d’accesso agli ammortizzatori sociali. E’ proprio questa esperienza che rende urgente e prioritario nella nostra iniziativa nazionale, porre il tema di una riforma universalitica degli ammortizzatori sociali come centrale nell’agenda politica del Paese.</span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Il primo obiettivo dello sciopero generale del 12 marzo è proprio quello della tutela del lavoro, della sua difesa, dei suoi diritti, del suo reddito, in modo uguale per tutti.</span><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;"> </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Ecco noi pensiamo in questo ambito che sia maturo il tema di un reddito minimo da garantire per quel lavoro precario, occasionale, frammentato, autonomo giuridicamente  subordinato concretamente, che è diventato il modo prevalente di gestire gli avviamenti al lavoro. Un reddito da garantire per non essere ricattati, per potere avere la possibilità di un lavoro scelto, di una formazione adeguata. E’ un nodo per unire il lavoro, allargare il fronte di movimento e sollecitare finalmente una riforma del mercato del lavoro di segno alternativo a quella di impronta liberista che ha segnato gli ultimi 15 anni di legislazione.</span><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;"> </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">E’ necessario però rivendicare un forte ruolo pubblico per andare oltre la crisi, perché, lasciato a sé stesso, il processo di ristrutturazione in atto a livello mondiale produce l’effetto di scaricare la crisi sul lavoro. Per il nostro sistema territoriale a noi pare decisivo che questo ruolo pubblico si esprima lungo queste direttrici:</span><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: -18pt; margin: 0cm 6pt 0pt 42pt; mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-list: l9 level1 lfo6; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="font-size: small;">1.</span><span style="font: 7pt &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">mantenere la vocazione industriale e manifatturiera</span></span><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">: questo significa favorire la aggregazione fra imprese, anche per filiere intersettoriali. Questo significa: politiche di ricerca/innovazione (Tecnopolo); investimenti in politiche di istruzione/formazione in alternativa alle politiche selettive e di tagli indiscriminati voluti dalla Gelmini nella scuola e nelle Università; politiche di accesso al credito e di internazionalizzazione. Si tratta, poi, di riorientare verso la domanda interna di una nuova gamma di prodotti, ciò che si sta perdendo nei mercati legati all’export. </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt 42pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">E’ in questo campo che il soggetto pubblico può orientare il nostro apparato produttivo verso la green economy applicata ai sistemi locali di approvvigionamento e risparmio energetico ed idrico, di manutenzione e tutela ambientale, di mobilità sostenibile, di una edilizia non dissipatrice del territorio.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: -18pt; margin: 0cm 6pt 0pt 42pt; mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-list: l1 level1 lfo7; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="font-size: small;">2.</span><span style="font: 7pt &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Una politica della domanda</span></span><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;"> che solleciti, in coerenza a quanto sopra la messa in campo di nuovi prodotti industriali legati al risparmio ed alla autonomia energetica, all minimizzazione dell’impatto ambientale. Anche in Emilia-Romagna si dovrebbe costituire una Agenzia regionale che coordini il rapporto fra le imprese produttrici e l’applicazione dei prodotti (pannelli fotovoltaici ed altro) nel patrimonio abitativo esistente, a partire da quello pubblico, sulla base di una esperienza condotta con successo a Bolzano.</span><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: -18pt; margin: 0cm 6pt 0pt 42pt; mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-list: l1 level1 lfo7; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="font-size: small;">3.</span><span style="font: 7pt &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Assumere la prospettiva di una nuova urbanità (Bonora) cioè di una pianificazione del territorio che chiuda con la lunga fase dell’”alluvione immobiliarista” alimentata dalla rendita urbana e dalle aspettative di superprofitti, senza peraltro dare risposta ai bisogni sociali insoddisfatti come il diritto alla casa per giovani, lavoratori, migranti. E’ necessario in questo senso ampliare in modo significativo il patrimonio e l’intervento pubblico per una nuova politica abitativa. Si tratta infine di collocare in un disegno urbano coerente con queste linee generali lo stesso recupero delle aree industriali dismesse, delle aree militari e delle aree ferroviarie.</span><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: -18pt; margin: 0cm 6pt 0pt 42pt; mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-list: l1 level1 lfo7; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="font-size: small;">4.</span><span style="font: 7pt &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Dare una nuova missione ai servizi pubblici locali che debbono svolgere una funzione strategica (attraverso HERA ed ATC) nel dare impulso alla riconversione ecologica dell’economia. Così si rende più forte la opposizione al d.d.l. che prevede la privatizzazione dei SPL, e la riaffermazione della proprietà pubblica dell’acqua.</span><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: -18pt; margin: 0cm 6pt 0pt 42pt; mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-list: l1 level1 lfo7; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="font-size: small;">5.</span><span style="font: 7pt &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Welfare</span></span><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">: decisivo è il ruolo del welfare come motore di uno sviluppo di qualità e come fattore di coesione sociale dentro un progetto territoriale di trasformazione.</span><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt 42pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Questi i punti-concetti chiave:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: -18pt; margin: 0cm 6pt 0pt 42pt; mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-list: l7 level1 lfo8; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="font-size: small;">a.</span><span style="font: 7pt &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">dimensione distrettuale come luogo di governo delle politiche di welfare, con il coordinamento della Conferenza Territoriale Sociale e Sanitaria. E’ in questo ambito che va consolidato il sistema di relazioni sindacali.</span><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: -18pt; margin: 0cm 6pt 0pt 42pt; mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-list: l7 level1 lfo8; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="font-size: small;">b.</span><span style="font: 7pt &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Integrazione socio-sanitaria e fra le politiche sociali ed educative.</span><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: -18pt; margin: 0cm 6pt 0pt 42pt; mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-list: l7 level1 lfo8; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="font-size: small;">c.</span><span style="font: 7pt &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">La qualificazione e l’organizzazione del sistema dei  servizi, con il relativo sistema tariffario, passa attraverso il nuovo sistema regionale per l’accreditamento dei servizi socio sanitari.  Centralità del soggetto pubblico sul piano della programmazione, della gestione, del controllo nel rispetto delle regole e degli obiettivi della legislazione regionale. Nel rapporto pubblico-privato deve vigere il criterio di equivalenza dei costi in capo all’Ente Locale; e per il lavoro: parità di trattamento a parità di mansione.</span><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: -18pt; margin: 0cm 6pt 0pt 42pt; mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-list: l7 level1 lfo8; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="font-size: small;">d.</span><span style="font: 7pt &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Questo assetto e questi criteri orientativi nell’organizzazione del nuovo welfare servono a costruire risposte coerenti e mirate ad una lettura dinamica dei bisogni da porre al centro dell’azione di sistema: infanzia, minori, adolescenti, disabili, anziani, miranti, lotta all’esclusione sociale.</span><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: -18pt; margin: 0cm 6pt 0pt 42pt; mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-list: l7 level1 lfo8; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="font-size: small;">e.</span><span style="font: 7pt &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Ruolo ASP ed equilibrio fra territorio ed ospedali; cura – riabilitazione – approccio personalizzato ai bisogni dell’utenza, valorizzazione del lavoro.</span><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Come è evidente queste linee guida assumono la centralità del ruolo pubblico dentro ed oltre la crisi sulla base di una esperienza di intervento/elaborazione sindacale su scala locale. E tuttavia ci attende una “lunga attraversata nel deserto” fra un presente di crisi sociale e un possibile futuro a medio termine, risultante dai processi di riconversione fra i diversi settori e poi di ripresa reale dell’attività economica. Lotta, contrattazione, confronto con le parti sociali e con le istituzioni pubbliche sono indispensabili per costruire, reggere e dare una prospettiva credibile ai lavoratori ed alle lavoratrici.</span><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;"> </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">E’ un possibile modello che si contrappone alla politica nazionale del Governo di centro-destra che persegue politiche di tutt’altro segno: <span style="text-decoration: underline;">sul piano economico</span> nessuna politica industriale e di stimolo alla domanda interna; <span style="text-decoration: underline;">sul piano sociale</span>: destrutturazione di sistemi di welfare ed incentivo a processi di privatizzazione/corporativizzazione nei campi della sanità, dell’istruzione, della previdenza, della tutela della salute, <span style="text-decoration: underline;">sul piano energetico</span>: costruzione delle centrali nucleari con tecnologie mature.</span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">La stessa vicenda della Protezione Civile è emblematica: un intreccio politico/affaristico che concentra poteri straordinari e senza controllo alle dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio con un raggio di attività vastissimo, dalle calamità naturali ai grandi eventi. E poi la cosiddetta nuova tangentopoli: finanza,  riciclaggio di denaro proveniente da attività illegali e collegamento con settori politici. E’ uno scenario inquietante sul quale ci auguriamo sia fatta piena chiarezza dalla Magistratura.</span><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;"> </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Insomma la crisi è per l’attuale Governo, con il sostegno di una Confindustria nazionale divenuta lobby interna a questo intreccio d’affari, occasione per cambiare il sistema politico-democratico fino all’obiettivo di cambiare la Costituzione, secondo una ispirazione autoritaria, che nega la separazione dei poteri, minaccia la libertà d’informazione, mette in questione la stessa unità del Paese nello stesso momento in cui centralizza le decisioni e toglie spazio al ruolo delle autonomie locali.</span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;"><br />
E’ un Governo che fa leva sulla paura e sulla incertezza che la crisi alimenta in ampi strati di cittadini, fino alle campagne contro gli immigrati, che vengono spinti nella clandestinità e, poi, perseguiti perché la clandestinità è diventata reato. </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">1 Marzo: </span></span><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">sostegno alla giornata per i diritti di cittadinanza e <span style="text-decoration: underline;">12 Marzo</span>, sciopero generale di tutti i lavoratori, migranti e italiani.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: -18pt; margin: 0cm 6pt 0pt 42pt; mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-list: l10 level1 lfo9; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="font-size: small;">3.</span><span style="font: 7pt &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><strong><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Per la città metropolitana</span></strong><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">.</span><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Per questo è  necessario che il nostro progetto di cambiamento, nella crisi, si misuri fino in fondo, a partire dalla scala territoriale, con la sfida cui dobbiamo fare fronte. Noi pensiamo che un forte ruolo pubblico sia possibile se, nello stesso tempo, si mette in atto una RIFORMA ISTITUZIONALE che, in Emilia Romagna, dia luogo all’avvento di una Città-Regione, cioè ad un processo che combini la istituzione della città metropolitana con le competenze e le risorse in capo alla Regione.</span><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;"> </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Da una parte c’è la crisi fiscale dei Comuni che, dopo l’abolizione dell’ICI, i tagli ai trasferimenti, l’aumento della domanda di servizi, i vincoli del Patto di stabilità, non hanno le risorse per interventi di tipo strutturale in funzione anticiclica. In questi anni i Comuni hanno cercato di rispondere alla mancanza di risorse dando luogo a politiche insediative – fonte certa di entrata – di tipo quantitativo, concorrendo a quella saturazione immobiliare che produce nuovi problemi ambientali e che, comunque, richiede nuovi servizi. </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;"><br />
E’ una spirale che va bloccata, spingendo alla creazione di municipalità, e cioè ad una aggregazione fra Comuni che abbiano la dimensione ottimale di almeno 50.000 abitanti per l’organizzazione, la razionalizzazione e l’erogazione dei servizi ai cittadini. Questo è il primo passo per la determinazione di una città metropolitana come realtà federata di municipalità – Comuni + quartieri della città capoluogo – capace di concentrare su scala vasta risorse e competenze e di produrre una diffusione della partecipazione democratica dei cittadini, superando la dicotomia fra capoluogo e provincia, fra centro e periferia.</span><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;"> </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Il secondo passo è quello del superamento della provincia e la costituzione di una città metropolitana, che strettamente intrecciata con le politiche regionali, sia in grado di intervenire efficacemente su welfare, politiche industriali e della ricerca, sistemi formativi, accoglienza e così via. Occorre, in sintesi, superare la frammentazione delle competenze istituzionali e avvicinare le funzioni di governo ai processi reali di cambiamento dell’economia e della società. </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Al localismo della Lega Nord occorre rispondere con la ripresa dell’autonomismo delle comunità in un processo democratico che dia nuovo vigore al ruolo storico dei Comuni.</span><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;"> </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">La stessa Regione può dare maggiore forza alle proprie competenze se diventa essa stessa espressione di un processo federativo, superando lo status di ente sovraordinato. Al centralismo del governo di centro-destra si risponde con una idea forte che è quella del rilancio del ruolo delle Autonomie Locali dentro la crisi, a contatto con i lavoratori e la società civile, per costruire una società della piena occupazione  e del benessere diffuso. Le elezioni regionali mettono a confronto due idee alternative di Regione: quella autenticamente federalista e quella del centralismo autoritario dell’attuale Governo. Per noi, anche alla luce del Patto regionale per attraversare la crisi, è chiara la scelta a favore del progetto rappresentato  dall’esperienza della Giunta Errani.</span><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: -18pt; margin: 0cm 6pt 0pt 42pt; mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-list: l6 level1 lfo10; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="font-size: small;">4.</span><span style="font: 7pt &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><strong><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">La politica, la rappresentanza sociale, il governo della città.</span></strong><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Se guardiamo oltre la superficie del caso che ha portato alle dimissioni il Sindaco colpisce, al di là di vicende che i giudici chiariranno, la debolezza della politica di cui era espressione la Giunta Delbono. E’ una debolezza che viene da lontano e che può essere riassunta nella caduta di progettualità e nel rifluire verso la cosiddetta buona amministrazione. I processi di cambiamento della società bolognese sono avvenuti e stanno avvenendo, da molto tempo, senza un progetto di governo che sia espressione delle forze più vitali: lavoro e impresa innovativa. Si è esaurita da tempo la rendita politica costruita su quel “modello emiliano” che si fondava proprio dall’incontro fra la politica di partiti di massa ed il lavoro nel senso più ampio, cioè quello del 1° articolo della Costituzione. E’ necessario  che il periodo Commissariale – auguri di buon lavoro  alla Sig.ra Cancellieri – sia breve ed anche occasione di uno scatto di responsabilità, di un  nuovo impegno politico e progettuale delle forze politiche bolognesi per la ricostruzione di una piena legittimità democratica nelle funzioni di governo della città.</span><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;"> </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">E’ aperto il problema della rappresentanza politica del lavoro. In anni lontani questa veniva rivendicata direttamente non solo a sinistra ma anche in ambito del cattolicesimo democratico.</span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Oggi la crisi della politica è destinata ad avvitarsi su sé stessa se non torna nelle priorità il tema di dare espressione politica al lavoro, cioè a quella aspirazione al cambiamento sociale che trova nel valore dell’eguaglianza, la propria idea-forza.</span><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;"> </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Nello stesso tempo occorre ragionare criticamente sulla stessa rappresentanza sociale. In questi anni abbiamo assistito ad un dislocarsi della rappresentanza degli interessi delle imprese verso forme di lobbysmo, cioè di promozione di interessi particolaristici nelle sedi politico-istituzionali. Il consociativismo è il risultato di questa deriva che blocca sul breve periodo l’agenda di governo (nazionale e locale) ed impedisce una reale progettualità ed innovazione a tutti i livelli.</span><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;"> </span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;">Lo stesso sindacato deve aprire una riflessione radicale sulla propria rappresentanza sociale. Agli amici di CISL e UIL, cui continuano ad unirci molti terreni di iniziativa comune, almeno a Bologna, poniamo la domanda. Il futuro del sindacato è negli Enti Bilaterali nella versione di Sacconi (cioè corporativizzazione delle prestazioni di welfare) o, piuttosto, nelle scelte nette di rispondere unicamente ai lavoratori, con una pratica realmente autonoma della rappresentanza sociale? In questa seconda opzione risiede la possibilità di una ripresa di processi unitari, a quel punto fondati sulla legittimazione democratica dei lavoratori.  E poi la ripresa di fiducia, consenso e partecipazione al sindacato è legata alla necessità di aumentare, attraverso la contrattazione, i salari reali dei lavoratori e di sottrarre le condizioni di lavoro al ricatto della precarietà e alla concorrenza fra lavoratori. Per questo è necessario rilanciare il ruolo del contratto nazionale, procedere alla drastica riduzione del numero dei contratti e, dunque, riconquistare un nuovo sistema di regole contrattuali, perché quello derivante dall’accordo separato dello scorso anno colloca il sindacato nella prospettiva della complicità nella relazione fra le parti sociali e non della contrattazione fra interessi diversi nel rapporto sociale&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</span><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;"><br />
</span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="mso-spacerun: yes;"><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;"> </span></span></p>
<p style="margin: 0cm 6pt 0pt;"><span style="font-family: &quot;Arial Narrow&quot;; font-size: 13.5pt;"><span style="mso-spacerun: yes;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman;"> </span></span></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Cisl Bologna, con responsabilità e contrattazione diamo scacco alla crisi, di Alessandro Alberani</title>
		<link>http://www.guidofanti.it/534/cisla-bologna-con-responsabilita-e-contrattazione-diamo-scacco-alla-crisi-di-alessandro-alberani/</link>
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		<pubDate>Fri, 16 Apr 2010 17:01:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Economia e lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[ 
Le 10 proposte per attraversare la crisi

1. Contrattazione. Rinnovare i contratti nazionali di lavoro alla loro
scadenza ed estendere la contrattazione di 2° livello, aziendale o
territoriale
2. Concertazione. Mantenere la coesione convergendo su un Patto
sociale che tuteli soprattutto le persone più vulnerabili dalla crisi
3. Piano Territoriale Regionale. Agire secondo una ‘vision’
condivisa, con Bologna al centro, per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoTitle" style="text-align: center; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Times New Roman; color: #ff0000; font-size: large;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;" align="center"><span style="font-size: large;"><span style="color: #ff0000;"><span style="font-family: Times New Roman;">Le 10 proposte per attraversare la crisi</span></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center; margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;" align="center">
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">1. <strong>Contrattazione. </strong>Rinnovare i contratti nazionali di lavoro alla loro</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">scadenza ed estendere la contrattazione di 2° livello, aziendale o</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">territoriale</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">2. <strong>Concertazione. </strong>Mantenere la coesione convergendo su un Patto</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">sociale che tuteli soprattutto le persone più vulnerabili dalla crisi</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">3. <strong>Piano Territoriale Regionale. </strong>Agire secondo una ‘vision’</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">condivisa, con Bologna al centro, per vincere la sfida della</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">competizione globale, mettendoci al ‘servizio’ della proiezione</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">internazionale dell’Emilia Romagna</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">4. <strong>Formazione. </strong>Consentire la riqualificazione professionale a tutti i</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">lavoratori e a tutte le lavoratrici attraverso percorsi di</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">aggiornamento continuo</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">5. <strong>Ricerca. </strong>Incentivare l’innovazione sui prodotti e sui processi, il</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">trasferimento tecnologico nelle aziende e l’autoimprenditorialità</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">6. <strong>Sviluppo. </strong>Investire sulla così detta ‘green economy’ per garantire la</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">sostenibilità economica, sociale ed ambientale, riducendo i costi di</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">energia, trasporto e smaltimento rifiuti</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">7. <strong>Industria. </strong>Innovare l’organizzazione delle aziende, favorendo la</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">semplificazione delle filiere produttive e l’aggregazione delle</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">piccole imprese</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">8. <strong>Ammortizzatori sociali. </strong>Riformare l’attuale sistema per una</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">copertura universalistica, valorizzando le esperienze bilaterali</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">9. <strong>Fisco. </strong>Ridurre le tasse sul lavoro e sulle pensioni, combattendo</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">l’evasione, per ridistribuire la ricchezza dai profitti ai redditi</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">10. <strong>Finanza. </strong>Definire regole sovranazionali valide per tutti ed innestare</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="color: black; font-size: 16pt;"><span style="font-family: Times New Roman;">più democrazia economica per un maggiore controllo sociale</span></span></p>
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		<title>l&#8217;Europa dopo il trattato di Lisbona, le opportunità per Bologna e l&#8217;Emilia-Romagna di Lanfranco Fanti</title>
		<link>http://www.guidofanti.it/532/leuropa-dopo-il-trattato-di-lisbona-le-opportunita-per-bologna-e-lemilia-romagna-di-lanfranco-fanti/</link>
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		<pubDate>Fri, 16 Apr 2010 17:00:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Il dibattito delle idee]]></category>

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		<description><![CDATA[Il nuovo quadro normativo promosso da Lisbona e le opportunità  per Bologna e l&#8217;Emilia Romagna.
L&#8217;EUROPA
Sempre più  significativo è oramai il ruolo che le amministrazioni regionali e locali hanno assunto nel far compiere all&#8217;Unione europea molti dei suoi più ambiziosi obiettivi.
Quando si affrontano temi quali la politica di coesione, la crescita economica, lo sviluppo sostenibile, i finanziamenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;"><strong>Il nuovo quadro normativo promosso da Lisbona e le opportunità  per Bologna e l&#8217;Emilia Romagna.</strong></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong><span style="text-decoration: underline;">L&#8217;EUROPA</span></strong></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Sempre più  significativo è oramai il ruolo che le amministrazioni regionali e locali hanno assunto nel far compiere all&#8217;Unione europea molti dei suoi più ambiziosi obiettivi.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Quando si affrontano temi quali la politica di coesione, la crescita economica, lo sviluppo sostenibile, i finanziamenti strutturali fino alle norme in tema ambientale, il coinvolgimento ed il contributo delle autorità locali e regionali diventano requisiti fondamentali per la messa in opera di tali scopi.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>L&#8217;entrata in vigore, a partire dal 1 dicembre, del Trattato di Lisbona ha valorizzato le prerogative che le regioni e le città esercitano nel sistema politico europeo e potenzierà il ruolo dell&#8217;organo che le rappresenta a Bruxelles, ossia il Comitato delle Regioni. In virtù delle riforme introdotte da Lisbona, non solo la presenza, ma il ruolo delle regioni e degli enti locali a Bruxelles va rivalutato e potenziato come del resto già stanno facendo molte realtà locali europee. </strong></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Da tutto ciò  consegue - altresì - un rafforzamento della coesione territoriale, chiave di volta della futura politica regionale, che finalmente trova cittadinanza in una base giuridica fondamentale. Le principali novità introdotte dal Trattato di Lisbona, con particolare riferimento al ruolo delle regioni, delle città europee e dell&#8217;Organo europeo che le rappresenta, possono essere cosi sintetizzate: </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><br />
<strong>-riconoscimento della dimensione territoriale dell&#8217;UE</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><br />
Per la prima volta nella sua storia, l&#8217;Unione europea riconosce esplicitamente la coesione territoriale, oltre a quella economica e sociale, quale obiettivo fondamentale da perseguire. L&#8217;articolo 3 del nuovo Trattato sull&#8217;Unione europea sancisce, infatti, che l&#8217;UE &#8220;promuove la coesione economica, sociale e territoriale, e la solidarietà tra gli Stati membri&#8221;. Tale esplicito riconoscimento è volto ad accrescere la dimensione territoriale dell&#8217;Unione, anche mediante l&#8217;inserimento e la valorizzazione di tale concetto in tutte le politiche dell&#8217;UE; </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><br />
- <strong>riferimenti espliciti all&#8217;autonomia regionale e locale</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><br />
Altra importante novità è rappresentata dal fatto che, per la prima volta, il diritto all&#8217;autonomia regionale e locale viene &#8220;consacrato&#8221; in un Trattato UE; l&#8217;articolo 4, paragrafo 2 del Trattato sull&#8217;Unione europea stabilisce, infatti, che &#8220;<em>L&#8217;Unione rispetta l&#8217;uguaglianza degli Stati membri davanti ai trattati e la loro identità nazionale insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale, compreso il sistema delle autonomie locali e regionali</em>&#8220;.<br />
Il Trattato introduce anche ulteriori riferimenti al livello di governo regionale e locale. In particolare, l&#8217;articolo 5, paragrafo 3 del Trattato sull&#8217;UE recita ora: &#8220;<em>In virtù del principio di sussidiarietà, nei settori che non sono di sua competenza esclusiva l&#8217;Unione interviene soltanto se e in quanto gli obiettivi dell&#8217;azione prevista non possono essere conseguiti in misura sufficiente dagli Stati membri, né a livello centrale né a livello regionale e locale, ma possono, a motivo della portata o degli effetti dell&#8217;azione in questione, essere conseguiti meglio a livello di Unione</em>&#8220;; </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><br />
- <strong>conferimento di poteri legislativi alle Assemblee regionali</strong>.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><br />
Il Trattato di Lisbona riconosce alle Assemblee regionali poteri legislativi quali nuovi attori del processo decisionale comunitario: <strong>le Assemblee in questione saranno coinvolte nel cosiddetto processo di monitoraggio della sussidiarietà</strong>. Il Protocollo sull&#8217;applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità evidenzia che: &#8220;<em>Ciascuno dei parlamenti nazionali o ciascuna camera di uno di questi parlamenti può, entro un termine di otto settimane a decorrere dalla data di trasmissione di un progetto di atto legislativo (…), inviare ai presidenti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione un parere motivato che espone le ragioni per le quali ritiene che il progetto in causa non sia conforme al principio di sussidiarietà. Spetta a ciascun parlamento nazionale o a ciascuna camera dei parlamenti nazionali consultare all&#8217;occorrenza i parlamenti regionali con poteri legislativi</em>&#8220;;<br />
conseguimento, da parte del Comitato delle regioni, del diritto di agire in giudizio<br />
Le disposizioni del nuovo Trattato di Lisbona rafforzano anche il ruolo istituzionale del Comitato delle regioni, conferendogli il diritto di adire la Corte di giustizia dell&#8217;Unione europea in due casi particolari: 1) per difendere le proprie prerogative; 2) per chiedere l&#8217;annullamento di un atto legislativo comunitario che ritiene violi il principio di sussidiarietà (ossia il principio in base al quale le decisioni devono essere prese al livello più vicino possibile ai cittadini). Tale diritto è sancito ora in un nuovo protocollo sull&#8217;applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità:<br />
La Corte di giustizia dell&#8217;Unione europea è competente a pronunciarsi sui ricorsi per violazione, mediante un atto legislativo, del principio di sussidiarietà (…).<br />
In conformità alle modalità previste dallo stesso articolo, tali ricorsi possono essere proposti anche dal Comitato delle regioni avverso atti legislativi per l&#8217;adozione dei quali il Trattato (…) richiede la sua consultazione;<br />
consultazione del Comitato delle regioni anche da parte del Parlamento europeo<br />
</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Il Trattato di Lisbona consente al Comitato delle regioni, nei casi previsti dai trattati UE e in tutti gli altri casi in cui il Parlamento europeo lo ritenga opportuno, di essere consultato, non solo dalla Commissione e dal Consiglio,  ma anche dall&#8217;Organo legislativo europeo stesso; in particolare, nei casi concernenti la cooperazione transfrontaliera. Con il nuovo Trattato il Comitato avrà diritto, altresì, ad essere consultato dalle tre Istituzioni relativamente ai nuovi settori di intervento comunitario quali l&#8217;energia ed i cambiamenti climatici;<br />
</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong><span style="text-decoration: underline;">BOLOGNA E L&#8217;EMILIA-ROMAGNA</span></strong></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Con l&#8217;entrata in vigore del trattato di Lisbona, il dialogo tra le istituzioni europee e gli enti locali e regionali è fortemente incentivato sia dal punto di vista formale-giuridico che da quello politico: si invoca la consultazione delle realtà locali sia nella fase di elaborazione delle politiche comunitarie, <em>fase ascendente,</em> sia nel momento della loro applicazione, <em>fase discendente</em>, in cui si ritiene che la produzione normativa debba ricorrere più frequentemente a normative quadro e direttive per dare poi modo alle realtà locali di attuare e gestire autonomamente le dovute politiche atte a raggiungere i diversi obiettivi.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">La Regione assume un ruolo chiave. Non solo più di consultazione ma di vera e propria influenza politica. L&#8217;introduzione della &#8220;sessione comunitaria&#8221; dell&#8217;Assemblea legislativa regionale permetterà di discutere ed aggiornare le politiche comunitarie in entrambe le fasi, quella ascendente e quella discendente. </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">A prescindere da questo quadro formale, occorre valutare l&#8217;opportunità politica che Lisbona rappresenta per gli enti locali. A guisa delle elezioni regionali e delle prossime amministrative, chi amministra dovrebbe considerare quanto segue:</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Una maggiore sinergia tra Città e Regione ad esempio, rappresenterebbe oggi uno strumento fondamentale per rappresentare, promuovere e difendere gli obiettivi e gli interessi di Bologna e dell&#8217; Emilia Romagna in Europa e nel mondo. </strong></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Una Città  Metropolitano sostenuta e promossa da un organo regionale politicamente attivo nel contesto europeo, significherebbe poter giovare di tutti i potenziali benefici dati non solo dalle nuove prerogative legislative introdotte da Lisbona, ma anche dai crescenti network di città e regioni che gravitano a Bruxelles e che coinvolgono realtà locali di tutta Europa. </strong></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Qualche esempio concreto: </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">nella politica energetica ed ambientale la <strong>Commissione europea</strong> ha lanciato la &#8220;<strong><span style="text-decoration: underline;">COVENANT OF MAYORS</span></strong>&#8220;,  un&#8217;iniziativa sottoscritta dalle città europee che si impegnano a superare gli obiettivi della politica energetica comunitaria in termini di riduzione delle emissioni di CO<sub>2</sub> attraverso una migliore efficienza energetica e una produzione e un utilizzo più sostenibili dell&#8217;energia. (</span><a href="http://www.eumayors.eu/" target="_blank"><span style="font-family: Times New Roman; color: #0000ff; font-size: small;"><span style="text-decoration: underline;">http://www.eumayors.eu/</span></span></a><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">)</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">La BANCA EUROPEA DEGLI INVESTIMENTI, la Commissione europea e la rete ELENA (</span><span style="font-family: Times New Roman; font-size: x-small;">European Local Energy Assistance) </span><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">hanno messo a disposizione degli enti locali <strong><span style="text-decoration: underline;">1 miliardo di Euro</span></strong> per il finanziamento di progetti a favore delle energie rinnovabili e delle politiche energetiche. Un primo accordo con la provincia di Barcellona é stato appena firmato in Aprile, altre 16 città europee sono in attesa del semaforo verde della BEI. per info </span><a href="http://www.eib.org/products/technical_assistance/elena/index.htm" target="_blank"><span style="font-family: Times New Roman; color: #0000ff; font-size: small;"><span style="text-decoration: underline;">http://www.eib.org/products/technical_assistance/elena/index.htm</span></span></a></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">E questi non sono che esempi recenti nel settore dell&#8217;energia e dell&#8217;ambiente. Ma da molto tempo e per altre politiche (sociali, per le imprese, le reti regionali, le nuove tecnologie, la società dell&#8217;informazione) esistono altre Reti, con finanziamenti per specifici progetti, che sono &#8220;a disposizione&#8221;. Basta saperlo.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Uno sguardo al passato potrebbe essere utile. </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Bologna nel 2000 è stata Capitale europea della cultura (1), gli effetti, di solito trascinanti e duraturi, di quell&#8217;evento si sono smarriti con grande rapidità; le possibilità e la visibilità, oltre allo stanziamento di 150 miliardi delle vecchie lire, che una tale nomina offre sono incalcolabili. Ma la scia di quell&#8217;evento si è smarrita nell&#8217;incapacità di proporre alcuna iniziativa che vedesse Bologna, la sua amministrazione, il suo capitale culturale, la sua Università, al centro di un progetto europeo, da &#8220;Urban&#8221;(2) a &#8220;Cultura 2000&#8243;(3).</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Bologna è  membro dal 1992 ed è stata Presidente negli anni 1995 e 1996 di una delle più importanti, prestigiose e riconosciute reti tra città europee all&#8217;interno di programmi comunitari: EUROCITIES, il network che coinvolge 118 tra le maggiori città europee e che promuove i progetti di cooperazione transnazionale facilitando il coordinamento tra le sue città ed incoraggiando gli scambi delle migliori politiche nei diversi e molteplici settori di competenza.Al suo interno Bologna ha promosso, insieme ad altre città, la nascita della rete Telecities partecipando al suo comitato esecutivo fino al 2000 ed ha attivato una serie di progetti nel campo specifico della società dell’informazione. </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">EUROCITIES segue e partecipa attivamente ai dibattiti europei, a partire da contributi sulle principali tematiche (strategia di Lisbona, Costituzione europea), ad incontri con i rappresentanti del Parlamento europeo, della Commissione e del Consiglio per incoraggiare il dialogo con gli enti locali.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Nell’ambito dell’associazione Bologna negli anni ’90 ha attivato una serie di progetti nel campo specifico della società dell’informazione promovendo anche, insieme ad altre città, la nascita della rete Telecities e, come presidente di Eurocities, ha proposto la “Carta delle città europee” e la “Carta della cultura delle città europee”.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Al momento attuale Bologna non compare nell’organigramma di nessuna delle cinque commissioni, né dei sub-network (come Telecities), né tantomeno nel comitato esecutivo</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">dell’Associazione; mantiene una presenza formale in gruppi di lavoro e reti di città del tutto marginali e settoriali che non possono celare l’approccio sostanzialmente passivo e di basso profilo adottato dalla presente amministrazione nei confronti dell’Europa, con la conseguente pressoché totale rinuncia a possibili finanziamenti di progetti per la città.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Una domanda sorge allora. Quante e quali informazioni arrivano a Bologna e nel territorio emiliano - romagnolo? C&#8217;é l&#8217;interesse e la volontà politica non solo di cogliere ma di valutare strategicamente le possibilità che l&#8217;Europa mette a disposizione?</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Vengono valutate attentamente le opportunità in termini di finanziamenti, di azioni comuni, di politiche sul territorio, di vantaggi sociali ed economici, che queste reti, queste iniziative e questi fondi mettono a disposizione delle realtà locali? </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">E se sì, vengono poi seguite da una meticolosa cernita e da una presenza attiva, non di facciata, alle iniziative ed alle politiche che ne seguono?</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Non credo. Perché manca, da tempo, l&#8217;attenzione strategica a lungo termine. Occorrerebbe una costante e vigile presenza a Bruxelles al fine di monitorare, seguire e scegliere quali sono le politiche, le iniziative e gli investimenti che potrebbero avere rilevanza politica, sociale ed economica sul territorio cittadino e regionale. </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Occorrerebbe una rete di informazione capillare che renda costantemente aggiornate le istituzioni locali, gli amministratori, le imprese, le università ed i vari attori sparsi nel territorio sulle opportunità &#8220;europee&#8221;.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Avendo alle spalle una strategia a lungo termine, che inevitabilmente si incontrerebbe nella elaborazione di una Città metropolitana. Infatti, la costruzione di un nuovo assetto amministrativo, di una nuova cittadinanza non possono fare a meno di passare per l&#8217;Europa. Bisognerebbe tenerlo presente.</span></p>
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		<title>il bacino del Po e i suoi problemi irrisolti- di Giuseppe Gavioli</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Apr 2010 13:16:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Ambiente]]></category>

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		<description><![CDATA[appunto sugli  sviluppi degli aspetti istituzionali, dei punti critici e dei progetti di governo del bacino del Po
 
 
1. L’Autorità di bacino del Po, alla vigilia della sua trasformazione in Distretto idrografico[1], previsto dalla fondamentale Direttiva quadro comunitaria in materia di acque (2000/60). Mentre per l’Autorità di bacino sono ormai trascorsi 31 mesi dalla conclusione naturale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>appunto sugli  sviluppi degli aspetti istituzionali, dei punti critici e dei progetti di governo del bacino del Po<br />
 <br />
 <br />
1. L’Autorità di bacino del Po, alla vigilia della sua trasformazione in Distretto idrografico[1], previsto dalla fondamentale Direttiva quadro comunitaria in materia di acque (2000/60). Mentre per l’Autorità di bacino sono ormai trascorsi 31 mesi dalla conclusione naturale (agosto 2007) del mandato del Segretario generale uscente (Michele Presbitero, subentrato a Roberto Passino), senza che a differenza di altre situazioni analoghe (Arno e Tevere) sia avvenuta la nomina di uno nuovo (e per fortuna che il facente funzione, Francesco Puma, si muove con competenza e responsabilità).<br />
   Non sono mancati alcuni dati di ripresa. La Consulta delle 13 Province rivierasche del fiume Po, assieme alla Segreteria dell’Autorità di bacino, dopo una lunga attività preparatoria e con l’adesione successiva delle Regioni padane, il 23-24 novembre 2007 ha promosso a Piacenza il (IV°) congresso nazionale per il Po e lanciato il progetto strategico speciale ‘Valle del fiume Po’[2], fatto proprio dal CIPE meno di un mese dopo (21 dicembre 2007), con una delibera di stanziamento di 180 Mln di euro sui fondi FAS. Ma, a distanza di oltre due anni e dopo aver passato anche il vaglio della VAS (valutazione ambientale strategica), il finanziamento del Progetto rimane tuttora sospeso in aria, per il dirottamento delle risorse previste in altre direzioni e improprie, da parte del Governo, in capo a  Tremonti.    <br />
    La complessiva caduta dell’azione congiunta delle Regioni del Po, delle forze politiche e delle istituzioni (salvo una indagine dell’VIII° Commissione della Camera nel 2008) ha ulteriormente indebolito il ruolo e il peso dell’organismo di governo del Po, appunto l’Autorità di bacino (come è noto, anche per quello padano, costituita dalle Regioni del bacino con la rappresentanza dello Stato centrale).<br />
    Dopo una lunga fase di inadempienze del nostro Paese rispetto ai tempi vincolanti della Direttiva comunitaria 2000/60, per evitare di disattendere perfino la scadenza comunitaria del dicembre 2009 e di dover pagare pesanti sanzioni finanziarie, il Governo e il Parlamento hanno stabilito che le Autorità di bacino di rilievo nazionale (compresa quella del Po) pubblicassero, in poco più di un semestre, i Piani di gestione delle acque dei rispettivi Distretti, previsti dalla stessa Direttiva entro il 22 dicembre (in Italia il termine è stato prorogato alla fine del febbraio scorso). I Distretti assorbiranno le rispettive Autorità di bacino esistenti (sia pure con delimitazioni diverse da quelli esistenti dall’inizio della loro istituzione, vent’anni fa, modificate -ad eccezione di quella del Po-  dal D.lgs 152/2006 in materia ambientale (cd decreto  Matteoli).<br />
     Anche l’Autorità di bacino del Po, il 24 febbraio scorso, ha adottato il proprio Piano di gestione (art 13 Direttiva 2000/60): il quadro conoscitivo e programmatico del prossimo Distretto, dove si cerca di portare ad unità di lettura e di governo i Piani regionali delle acque, le diverse elaborazioni e programmi in materia di acque esistenti (incorporando lo stesso Progetto Po del fiume Po). A conclusione di un intenso lavoro di aggiornamento, progettuale e partecipativo e in tempi strettissimi,   <br />
     Va aggiunto che l’attuale D.lgs 152/2006, che ha voluto abrogare le principali leggi di riforma in campo ambientale del quindicennio precedente, a partire dalla legge quadro ambientale e istituzionale 183/89 sulla difesa del suolo e delle acque (poi riesumata provvisoriamente) e che istituiva la pianificazione integrata delle acque e del suolo per bacini e non per confini amministrativi, attraverso le Autorità di bacino, è ora di nuovo oggetto di revisione entro il prossimo giugno. Aggiungendo  incertezza alla confusione.<br />
 <br />
2. L’AIPO (Agenzia Interregionale per il fiume Po: ex Magistrato per il Po), ora esclusivamente in capo alle Regioni Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte,Veneto (in attuazione del D.lgs 112/98: cd Bassanini, art 92) è ormai un soggetto parallelo (quando non in competizione) all’Autorità di bacino, a partire dall’intesa tra le 4 Regioni, tradotta in una uguale legge regionale, che mutua (impropriamente, a mio avviso) il modello dell’Autorità di bacino:<br />
    Rispetto all’AIPO, l’Autorità di bacino, che dal 1990 è l’organismo tecnico e istituzionale di cooperazione tra Stato centrale e Regioni padane, nella sua prossima confluenza nell’istituendo Distretto dovrebbe rafforzare la sua funzione di indirizzo e coordinamento unitario del governo (di ‘gestione’, come scrive la Direttiva comunitaria 2000/60) di tutto il bacino e delle sue attività, col supporto degli organismi tecnici necessari (dall’AIPO, che ha recentemente incorporato l’ARNI per la navigazione interna, alle ARPA regionali, già coordinate tra loro a scala di bacino). Insomma, il Distretto come unico soggetto ‘federato’, innanzitutto tra tutte le Regioni padane per il territorio di pertinenza, con la rappresentanza dello Stato centrale. E con la partecipazione ai processi decisionali degli interessi economici e ambientali, delle istituzioni locali e dei parchi, degli organismi di gestione delle risorse delle acque (e del suolo). Del resto, nel bacino padano vanno in questa direzione, già da tempo (1995) il Comitato di consultazione della attività di piano (finora operante solo nell’Autorità del Po), la Consulta delle Province rivierasche del fiume, associazioni di Comuni, modalità di cooperazione come i ‘contratti di fiume’.<br />
 <br />
3.  Il dualismo ora esistente tra Autorità di bacino/presto Distretto e AIPO sta allentando non solo l’azione di governo integrato delle acque (superficiali, sotterranee e costiere) e del suolo, necessariamente congiunto a scala di ecosistema e in sede di Autorità di bacino, da parte di tutte le Regioni padane (basti pensare alla interdipendenza tra escavazioni in alveo ed erosione delle coste; deterioramento delle acque superficiali e sotterranee e condizioni delle acque costiere; e, all’opposto, ingressione marina e salinizzazione dei terreni, ecc), ma anche l’efficacia di ciascuna Regione nell’esercizio diretto delle proprie competenze  autonome e all’interno di ciascuna di esse.    <br />
     Lo scollamento viene favorito dalla spinta alla separatezza di ciascuna Regione dalle altre anche contigue, resa possibile dalla disarticolazione della pianificazione delle acque, introdotta dalla modifica della modalità di formazione dei Piani regionali di tutela delle acque (D.lgs 152/99, art 44), ancora con alcuni limiti della legge 319/76 (cd Merli), che però già prevedeva conferenze permanenti interregionali permanenti per “controlli della compatibilità dei piani regionali di risanamento delle acque relativi ai bacini a carattere interregionale” (art 2, lett c)[3], ben 14 anni prima dell’introduzione del governo per ecosistemi di bacino).<br />
     Queste deformazioni culturali e istituzionali inducono effetti negativi diretti sulla stessa possibilità di costruire, coordinare e monitorare l’equilibrio del bilancio idrico quali/quantitativo tra la pressione delle domande dei diversi utilizzi delle acque (civile, irriguo, energetico, industriale, turistico, ambientale) e disponibilità della risorsa, possibile solo a scala di bacino/Distretto. Si tratta di una condizione/obiettivo indispensabile (quanto faticosa e difficile) per regolare la distribuzione dell’acqua tra i diversi impieghi e ripartirne gli oneri economici e finanziari tra i territori, gli utilizzatori e le diverse realtà sociali: condizione e misura di ogni politica territoriale, urbanistica, economica. A fronte della diminuzione della disponibilità complessiva e alla qualità della risorsa rispetto alla pressione crescente della domanda. E soprattutto all’accelerazione delle mutazioni climatiche, che hanno già cominciato a retroagire sulle precipitazioni e a richiedere cambiamenti sostanziali sulle emissioni in atmosfera; e dunque sugli assetti sociali e territoriali, energetici, produttivi e dei consumi. La dimensione di questi cambiamenti, come è sempre più evidente è planetaria, ma ha effetti diretti impressionanti –non solo nelle riprese satellitari- nella grande conca della Valle padana.<br />
 <br />
4.  In questa situazione crescono incertezza  confusione, alimentate soprattutto: a) dal continuo cambiamento –e in direzioni contrastanti- degli orientamenti e della legislazione nazionale dell’ultimo decennio; b) dall’abbandono di ogni reale politica di pianificazione e finanziamento della difesa del suolo e di tutela delle acque; c) dal netto spostamento del centro dell’attenzione del Governo alle emergenze, unificate dalla sostanziale trasformazione della Protezione civile nel principale soggetto delle politiche d’intervento, alternativa alle politiche ordinarie di prevenzione e con una dote finanziaria spropositata; e il tentativo del compimento nel  recentissimo decreto legge (195/2009) che intendeva privatizzare gli strumenti di intervento (Protezione civile spa), le modalità gestionali, l’ampiezza senza limiti dell’azione per ogni tipo di ‘evento’. Provocando il monito dello stesso Presidente della Repubblica a ricondurre la Protezione ai soli compiti di emergenza.<br />
   In questa cultura e prassi di governo nazionale e del bacino padano, che non vede finora capacità reattive sociali e di progetto adeguate da parte delle opposizioni, né una decisa azione  coordinata dell’insieme delle Regioni padane, hanno preso spazio e aggressività crescente le posizioni della Lega e della Lombardia di Formigoni, in un connubio di validazione  reciproca.<br />
      Innanzitutto la Lega, attiva protagonista da tempo entro l’AIPO fin dalla sua formazione (2002),in rappresentanza della Lombardia: sia alla presidenza dell’Agenzia, sia come coprotagonista, con influenza determinante. Infatti è riuscita a far avanzare la convinzione che AIPO e Autorità di bacino  siano rispettivamente: una, capace  di decidere (l’AIPO); l’altra (l’Autorità di bacino), sempre più debole, sostanzialmente un doppione. Fino a presentare, l’estate scorsa, un progetto di legge che traduceva in termini formali il rovesciamento di ruoli, trainato dall’AIPO. E proprio quando la trasformazione dell’Autorità di bacino nel Distretto dovrebbe rafforzare la sua responsabilità unica di governo vincolante delle acque e dei loro impieghi, sempre più integrato con la difesa dalle acque e del suolo.<br />
      Nei cambiamenti degli atteggiamenti in atto, favorevoli ‘pregiudizialmente’ alle grandi opere, a prescindere dalla loro necessità e conseguenze che producono (naturalmente dichiarate tutte migliorative delle condizioni attuali), per iniziativa dell’AIPO e della Regione Lombardia, tramite la società ‘Infrastrutture Lombarde’ spa, di totale proprietà della Regione, è stato realizzato lo studio organico di analisi e di progetto preliminare di bacinizzazione del fiume Po, nel tratto tra Cremona e foce Mincio, con quattro sbarramenti (e due ulteriori possibili più a valle), lungo il  corso del fiume, nei territori delle Province di Rovigo, Mantova, Parma, Reggio Emilia, Ferrara  (apile2009)[4]. Le reazioni finora sono cautamente critiche da parte dell’ Emilia-Romagna, nette in sede di osservazioni tecniche[5]  e da parte delle associazioni ambientaliste a fronte di un progetto che sconvolge la stessa configurazione e natura del fiume [6].<br />
   <br />
5.  Le iniziative degli ultimi mesi (a quanto mi risulta): 1) una interrogazione degli onn Carmen Motta, Alessandro Bratti (PD Emilia-Romagna), Raffaella Mariani (capogruppo PD Commissione Ambiente, territorio e lavori pubblici della Camera, 14 novembre 2009) sulla ‘sparizione’ dei 180 mln decisi dal CIPE, con risposta evasiva del Governo (Sottoseg Roberto Meina) il 26 gennaio successivo; 2) una risoluzione piuttosto generica e discutibile (in particolare per i rapporti Autorità di bacino/AIPO!) sulla governance del Po, promossa dalla Lega e, con marginali modifiche del PD Piatti, approvata da tutta l’VIII° Commissione della Camera; 3) dopo un lungo vuoto per il rinnovo delle amministrazioni locali del maggio scorso e il cambio di maggioranza di numerose Province rivierasche, a partire da Piacenza, capofila della Consulta, la ripresa della attività della stessa Consulta (23 marzo) con un documento unitario, che richiede di ripristinare i fondi del Progetto ‘Valle del fiume P; di finanziare gli interventi di bonifica conseguenti al disastro del Lambro  (sversamento di 26.000 tonnellate di idrocarburi, di cui 1800 di gasolio e 800 di olio combustibile); di procedere a nominare il Segretario generale dell’Autorità di bacino; 4) una iniziativa elettorale nazionale –riuscita- del PD a Mantova, conclusa da Bersani. <br />
    Unico elemento di novità ‘istituzionale’, in corso da mesi e non ancora conclusa: la sottoscrizione di un Protocollo d’intesa tra le 4 Regioni padane che costituiscono l’AIPO, la Consulta delle Province del Po, perché venga approvato il  progetto ‘Valle del fiume  Po’, che, dopo un lungo passaggio tra i Ministeri sembra stia approdando alla firma del Ministro dell’Ambiente (formalmente non decisivo).<br />
    Per il disastro del Lambro, ridimensionato nella comunicazione degli interventi di tamponamento e  su cui è rapidamente caduto l’interesse dell’opinione pubblica, non si hanno ancora valutazioni definitive sugli effetti a lungo periodo. Finora si dispone del Rapporto dell’Autorità di bacino con ISPRA (già agenzia nazionale per l’ambiente)[7] e del Progetto di monitoraggio sugli impatti, appunto,  di lungo periodo con le Arpa Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, dei Parchi del Delta del Po e delle Province interessate; oltre alla richiesta del finanziamento dell’azione di bonifica. <br />
 <br />
 <br />
(24.01.2010, aggiornato al 12 aprile)           </p>
<p> <br />
[1] “Distretto idrografico: area di terra e di mare, costituita da uno o più bacini idrografici limitrofi e dalle rispettive acque sotterranee e costiere che…è definito la principale unità per la gestione dei bacini idrografici”(art 2, n.15).<br />
[2] Il progetto si articola su 4 linee: 1) riassetto idraulico, aumento della capacità di laminazione nelle fasce fluviali e ricostruzione morfologico dell’alveo di piana; 2) conservazione dell’integrità ecologica della fascia fluviale e della risorsa idrica del Po; 3) sistema della fruizione e dell’offerta culturale e turistica; 4) sistema della governance e delle reti immateriali per la conoscenza, la formazione e la partecipazione.<br />
[3] La Conferenza interregionale per il risanamento del bacino del Po, per la redazione di un vero e proprio Piano di risanamento del bacino in stretta connessione l’Adriatico, promossa dal Governo e dalle Regioni padane a Ferrara l’8 febbraio ’88, fu resa possibile utilizzando proprio l’art 2, lett c della legge Merli. V.: Gavioli, Verso Mezzogiorno. Un itinerario padano,  Diabasis 2004, pag 69.<br />
[4] “Attività e studi propedeutici relativi alla regimazione del Po nel tratto tra Cremona e Foce Mincio”. Tra i primi ne ha dato  ampia notizia anche il quotidiano ‘la stampa, Sogno e paura: il Po navigabile divide la Padania”, 4 agosto 2009.<br />
[5] V. soprattutto il numero 4 dell’agosto-settembre 2009 della Rivista dell’ARPA Emilia-Romagna, pagg 5-20.<br />
[6] Una rassegna aggiornata sul sito dell’associazione per la difesa del suolo e delle acque, Gruppo 183 (<a href="http://www.gruppo183.org">www.gruppo183.org</a><br />
 ).<br />
[7] V. sul sito dell’Autorità di bacino del Po (<a href="http://www.adbpo.it">www.adbpo.it</a>) il testo del Rapporto: “Sversamento di idrocarburi nei fiumi Lambro e Po”.</p>
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		<title>Come è nato il &#8220;modello emiliano&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 11:52:40 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Il dibattito delle idee]]></category>

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		<description><![CDATA[Alla Liberazione, dal 1945 siamo partiti in condizioni di miseria, di grandi distruzioni materiali, di mancanza di lavoro, di grandi spostamenti di popolazione. 800 mila persone dai monti e dalla campagna si sono riversate nelle città della via Emilia per trasformarsi poi rapidamente in operai qualificati e capaci, come non è successo in altre regioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Alla Liberazione, dal 1945 siamo partiti in condizioni di miseria, di grandi distruzioni materiali, di mancanza di lavoro, di grandi spostamenti di popolazione. 800 mila persone dai monti e dalla campagna si sono riversate nelle città della via Emilia per trasformarsi poi rapidamente in operai qualificati e capaci, come non è successo in altre regioni dove si è avuto l&#8217;imponente emigrazione, che dalla Sicilia e dal Meridione si è riversata a Torino, Milano e i grandi centri industriali del Nord lontani dalle loro tradizioni in un caotico movimento che ha comportato molte difficoltà al loro pieno inserimento.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Nel giro di pochi decenni invece l&#8217;Emilia-Romagna si è trovata ad essere per le condizioni di vita e di lavoro dei suoi abitanti tra le posizioni più alte nella graduatoria delle unità territoriali d&#8217;Europa. La definizione di &#8220;modello emiliano&#8221; non l&#8217;abbiamo inventata noi, la ha usata nel &#8220;Corriere della sera&#8221; il direttore Missiroli quando a titolo dei tre articoli di fondo del 21 maggio 1961 per mettere in guardia le classi dirigenti dell&#8217;epoca di stare in guardia per quello che stava succedendo nella realtà emiliana di perdere la loro secolare egemonia.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Altro dato importante per capire gli eventi, la rapida scolarizzazione di una grande massa di donne e uomini vittime di una quasi totale analfabetizzazione che fu vinta in poco tempo in modo tale da poter anche divenire amministratori in grado di guidare la vita amministrativa di centinaia di comuni. Non si credo si possa attribuire tutti questi grandi risultati solo ad uno spontaneo slancio vitale che credo tutti hanno quando si è giovani in qualsiasi parte del mondo si nasca. Il discorso è deficitario se non si affronta il nodo di fondo: cioè il modo con il quale questa realtà sociale è stata capace di diventare protagonista nel costruire una prospettiva di sviluppo economico, sociale e culturale attraverso l&#8217;azione politica.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Se non si affronta questo tema non si può capire davvero la storia dell&#8217;Emilia-Romagna. Voglio solo ricordare tre date che sono fondamentali per capire la nostra storia. 1956 anno di inizio della destalinizzazione che ha costretto il Partito comunista ad un profondo ripensamento ideale e politico, è anche l&#8217;anno che ha visto la chiamata di Lercaro a Dossetti per farla diventare protagonista nella battaglia elettorale contro Dozza, con la stesura di quel <em>Libro bianco</em> che ha rappresentato un punto di riferimento molto importante non solo per Bologna. La seconda data è il 1959, la battaglia che ha visto la prima conclusione del processo di rinnovamento dei comunisti emiliani con la Conferenza regionale del marzo che ne ha rappresentato la chiave di volta. Terza data il 1964, con la conclusione del Concilio Vaticano Secondo ed il ritorno di Lercaro a Bologna che viene accolto dal sindaco Dozza, dando così inizio a quella fase che ha portato ad un ravvicinamento e ad una collaborazione fattiva tra l&#8217;insieme del mondo cattolico ed il mondo della sinistra politica nel momento invece in cui il dibattito e lo scontro ideologico e politico sul piano nazionale ed internazionale era ai massimi livelli.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Se non si tiene conto di questi snodi centrali che hanno caratterizzato le vicende politiche dell&#8217;epoca, non si può capire quell&#8217;effetto magico che ha caratterizzato quegli anni e cioè quella novità politica unica nel panorama nazionale, semplice da dire, ma molto difficile da praticare, e cioè il ritrovarsi degli uomini indipendentemente dalle loro appartenenze politiche, dalle loro fedi religiose sui valori essenziali della convivenza civile e quindi sull&#8217;impegno di dare, ognuno per la sua parte e per le sue capacità, un contributo disinteressato alla vita della città e del suo progredire. Perdere, come poi è avvenuto successivamente, questo segno distintivo, per riprendere la normale disperante abitudine dello scontro politico con le sue chiusure dogmatiche negatrici di ogni autonomia, ha portato poi inevitabilmente, di nuovo, alla separazione e alla contrapposizione.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Gli anni Sessanta a Bologna furono, in effetti, anni di opere determinanti per il futuro della città. Molte innovazioni vennero registrate con una costanza e un crescendo continui sia per l&#8217;elaborazione, la realizzazione e la partecipazione delle forse più vive della società bolognese. Il decennio che vide la presentazione delle linee programmatiche poliennali di sviluppo della città, offerte dalla giunta di Dozza nel 1962, attraverso una discussione che ha coinvolto l&#8217;insieme delle forze di maggioranza e minoranza del consiglio comunale, l&#8217;avvio della politica di decentramento con la creazione dei consiglio di quartiere, l&#8217;attuazione delle più importanti infrastrutture che si concluse con il passaggio alla fase esecutiva di un imponente complesso di opere pubbliche e con la definizione di taluni grandi programmi urbanistici che avrebbero costituito la base dell&#8217;assetto della città e del suo sviluppo per la Bologna del 2000 come allora dicemmo e come, in effetti, è avvenuto; la Bologna di oggi è quella che si è costruita in quegli anni. Purtroppo, dico io, perché bisognava a un certo punto innovare, rendere rispondente ai tempi che cambiavano anche tutto quello che allora si era fatto.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Questa attività non fu imposta ai bolognesi da forze e da interessi esterni; Bologna riuscì a conservare gelosamente nelle proprie mani le scelte fondamentali da cui dipendeva il suo avvenire. Si era ben lontani dal pensare che i problemi di una grande città moderna potessero essere risolti soltanto con le iniziative e i mezzi locali, si sapeva che le condizioni decisive dipendevano dalla politica del governo nazionale. Ma proprio perché a Bologna i problemi e le possibilità di sviluppo sono stati affrontati attraverso un grande processo di partecipazione democratica, si è creata questa larga consapevolezza della necessità di una svolta radicale in Bologna e poi anche in Italia. Ecco perché è stata la prima città con le sue innovazioni anche legislative (anche se non avevamo certo il potere di legiferare), come ad esempio per l&#8217;imposizione degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria, che sono stati determinanti per l&#8217;avvio di tutta la politica urbanistica e prima ancora che fossero poi normativamente stabiliti dalla legge nazionale applicata poi tardivamente e parzialmente dalla maggior parte delle altre città. Fu una complessa operazione, una sorta di patto territoriale <em>ante</em> <em>litteram</em> fondato non su aggiuntivi prelevamenti fiscali, ma sulle dotazioni di servizi per il territorio e ricreativi per un ambiente più attrezzato.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Un uso attento e prudente del territorio che negli anni Sessanta e in gran parte degli anni Settanta propose Bologna come città esemplare. Purtroppo allora unica rispetto alle grandi città, capace di governare una risorsa non riproducibile, anzi limitata qual è il territorio.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Oltre alle già ricordate innovazioni nella politica urbanistica si introdusse anche il criterio del coordinamento metropolitano del territorio per ottenere una maggiore uniformità nelle previsioni abitative di Bologna e dei comuni che la attorniano. Questa politica urbanistica fu proseguita dal nuovo assessore Armando Sarti, ed ottenne significativi riconoscimenti internazionali mai attribuiti prima ad amministratori locali, quali il premio dell&#8217;Università di Hannover, della Fondazione Schumacher.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Per questo razionale governo del territorio e comprensoriale si introdussero così strumenti che agirono immediatamente su ambiti pur parziali del territorio ma in modo vincolante, in attesa di una ridisciplina generale. Si intervenne subito nei confronti delle aree di maggior valore, quali la collina ed il centro storico, anziché perseguire ipotesi complessive e a lungo termine di un nuovo piano regolatore generale. La prima grande variante interessò nel 1965 la collina; a tutt&#8217;oggi Bologna è l&#8217;unica area metropolitana italiana ad aver mantenuto ancora inalterata la propria area collinare che è pari a un terzo dell&#8217;intero territorio comunale. Seguì poi la variante del centro storico, nel 1966 anch&#8217;esso sottratto, a differenza degli altri centri, alla perdita di quell&#8217;<em>unicum</em> urbanistico che fa di Bologna la città centro storico meglio conservata. In sostanza il piano del centro storico fu inteso non come formale salvaguardia estetica di palazzi ed edifici importanti, ma come recupero delle funzioni dell&#8217;intera area centrale per i cittadini di oggi, come elemento vitale dell&#8217;intero tessuto sociale della città e dell&#8217;area metropolitana.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Fu questo il particolare impegno dell&#8217;assessore Pierluigi Cervellati che valse anche a lui meritati riconoscimenti internazionali. Furono istituite commissioni formate da architetti, ingegneri, geometri indicati dagli Ordini professionali con l&#8217;obiettivo di autodisciplinare l&#8217;uso delle lottizzazioni e degli indici troppo elevati. Anche con questo sistema Bologna si avvantaggiò, a differenza delle altre metropoli italiane, dove la legge nazionale fu un&#8217;arma utilizzata in modo improprio, nefasta per gli sventramenti e per la selvaggia cementificazione che ne derivò.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Questa fase di politica urbanistica si concluse con la variante generale del piano regolatore sul finire del 1969. Una sorta di nuovo piano che fu, purtroppo, in parte manomesso con il piano regolatore generale del 1985. Negli anni quelle scelte politiche vennero progressivamente abbandonate, se non capovolte, specie a partire dagli anni Ottanta, attraverso i cosiddetti piani integrati, strumenti fittiziamente nobili per coprire gli eccessi di cementificazione. È comunque significativo il fatto che l&#8217;insieme di questi provvedimenti e l&#8217;elaborazione culturale che li precedeva abbiano determinato una spinta crescente alla partecipazione diretta dei cittadini alle scelte dell&#8217;amministrazione. Con lo sviluppo del secondo tempo del decentramento ed il trasferimento dei poteri effettivi agli organi di quartiere, ad esempio in materia urbanistica l&#8217;obbligatorio parere sui progetti di costruzione edilizia, rendeva indispensabile la partecipazione di cittadini all&#8217;elaborazione dell&#8217;insieme dei provvedimenti concernenti, non parti singole del territorio, ma l&#8217;intera area metropolitana. Basterà ricordare al proposito che la proposta di variante generale al piano regolatore fu oggetto di dibattito in più di cento riunioni dei Consigli di quartiere. Attraverso l&#8217;esperienza condotta dall&#8217;amministrazione, quindi dalla città, il bilancio delle opere tangibili e di per sé ricco e positivo venne arricchendosi ulteriormente con una crescente presa di coscienza delle dimensioni nuove in quantità e in qualità dei problemi che si aprivano. Nella costante valutazione del rapporto fra i problemi dello sviluppo bolognese, l&#8217;area comprensoriale e regionale e quella più ampia del paese, nella sensibilità verso i nessi più generali, nazionali e mondiali come nella riflessione continua sul rapporto uomo/città l&#8217;amministrazione comunale e gran parte della società civile hanno approfondito la consapevolezza di lavorare, non soltanto per l&#8217;oggi, ma per una più lunga prospettiva.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Dalla fine degli anni Sessanta divenne sempre più naturale la proiezione pluriennale delle grandi iniziative di sviluppo e Bologna 2000 era ormai fra gli argomenti di attualità. Emblematico al riguardo è la vicenda dell&#8217;elaborazione del piano urbanistico di Kenzo Tange voluto a completamento nel 1970 del mio mandato amministrativo, con l&#8217;ambizione di poter indicare alla città le linee di un suo possibile e ordinato sviluppo urbanistico per anni a venire. Io credo che sia importante questo richiami al piano Tange. Il nuovo punto di partenza del rapporto con Kenzo Tange risale al settembre del 1967 quando per iniziativa del Cardinal Lercaro si tenne a Bologna il convegno mondiale della Società internazionale artisti cristiani. Le proposte che il professor Tange presentò su nostro mandato al Consiglio comunale alla città furono collocate in questo quadro generale. Le caratteristiche operative per le realizzazioni concrete erano scaturite dall&#8217;esperienza che intanto avevamo compiuto con la Società finanziaria per le Fiere di Bologna. Costituita da Comune, Provincia, Camera di Commercio, con 33% ciascuno, ed Ente autonomo per le Fiere nell&#8217;1%. All&#8217;inizio la Finanziaria assunse come proprio scopo la realizzazione di un nuovo quartiere fieristico, per consentire il trasferimento della fiera dalla superata sistemazione della Montagnola. Il campo di intervento della Finanziaria Fiera venne poi allargato consentendo di operare più largamente nel campo delle infrastrutture di sviluppo in accordo fra la maggioranza e la minoranza con il suo capogruppo Fernando Felicori che venne nominato presidente della Finanziaria Fiera.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Il piano Tange pose la necessità che le prospettive del quartiere fieristico dovessero essere viste in un piano più ampio di sviluppo della città, in stretta connessione con il territorio circostante e la Regione. Ed è in armonia con questa visione che con una decisione del Consiglio comunale adottata il 22 dicembre 1967 all&#8217;unanimità con due astensioni, viene deciso il conferimento al Gruppo Tange e Urtec Urbanisti e Architetti, l&#8217;incarico per la progettazione e redazione della variante al piano regolatore generale relativo alla zona Nord del Comune di Bologna. Di qui prese le mosse il lavoro di questo gruppo svolto nel corso di due anni, in un rapporto dialettico che ha accompagnato ogni fase di avanzamento del progetto e che ha visto impegnati, in modo diretto unitamente al professor Tange e i suoi collaboratori, la giunta comunale e la presidenza della Società Finanziaria Fiere, con i rispettivi organi tecnici. In questo quadro generale si inserì quindi il piano Tange per lo sviluppo del quadrante Nord-orientale della periferia bolognese con una grande struttura che, scavalcando ferrovia e tangenziale, portava verso Nord l&#8217;ipotesi di sviluppo di Bologna.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Kenzo Tange acquisì nel suo studio il fatto compiuto di grandi progetti già approvati, suggerendo il completamento di questo nuovo centro direzionale che doveva affiancarsi, abbinarsi al centro storico, con alcuni interventi che miravano al complesso che chiamò Fiera Gate, un blocco di edifici per negozi, uffici e residenze, che proprio in quella situazione dette vita alle attuali torri, che rappresentano l&#8217;unica realizzazione di questo piano. Si è abbandonata successivamente tutta l&#8217;altra ipotesi di cui manteniamo solamente un plastico che indica tutto il progetto e l&#8217;estensione del progetto che mirava, fra l&#8217;altro, a trasferire parte dell&#8217;Università di Bologna al di là della tangenziale in un&#8217;area nuova, proprio prevedendo, allora, la rapida crescita dell&#8217;Università che avrebbe superato come è attualmente i 100 mila studenti che determinano tutto l&#8217;insieme dei problemi, concentrati ora nel centro storico. Questo progetto organico fu presentato alla fine del 1969 al Consiglio comunale che lo approvò unanimemente ma poi al concreta attuazione venne abbandonata con il passaggio del mandato amministrativo. Oggi non si può fare altro che esprimere il forte disappunto per l&#8217;occasione mancata della città, non per compier un&#8217;inutile operazione faraonica, come si disse allora, ma per non aver saputo evitare o per lo meno attutire, gli inevitabili costi umani e sociali di uno sviluppo caotico ed incontrollato, come poi purtroppo si è avuto.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Si è visto così nel corso degli anni Sessanta come a Bologna abbiano avuto luogo originali esperienze politiche ed amministrative, per la cui attuazione fu possibile trovare un ampio accordo tra le forze democratiche su una serie di problemi di grande importanza. Lo testimoniano, tra l&#8217;altro, l&#8217;esperienza del decentramento democratico, la costituzione di organismi finanziari ed economici, l&#8217;elaborazione dello schema di sviluppo regionale. Lo testimonia la presenza dirigente delle forze lavoratrici ed impresa, delle forze politiche democratiche cattoliche e socialiste, il cui incontro sui problemi reali rese possibile la partecipazione di tutti coloro, gruppi sociali e partiti che traevano le loro ispirazione dalle esigenze della società. Bologna, attraverso l&#8217;attività del suo Comune seppe costruire e proporre al paese la visione di un modello originale autonomo di uno stato e di una società non corrispondente ad alcun altro schema se non ai principi costituzionali e alle esigenze di democrazia e di avanzamento sociale ed economico dei cittadini. Lo stesso modello che con l&#8217;attuazione dei primi governi riformisti della Regione Emilia-Romagna, si arricchì e si attuò successivamente in dimensioni di più grande responsabilità. Gli orientamenti ideali che sostenevano l&#8217;opera erano chiari: la democrazia doveva articolarsi in un tessuto di movimenti autonomi, infatti dall&#8217;autonomia dei sindacati e delle organizzazioni sociali, dall&#8217;autonomia e dalla pluralità della cultura e dei partiti scaturiva un dialettica complessa e ricca di contraddizioni, fonte preziosa di spinte democratiche e di affermazioni di libertà contro i pericoli di involuzione burocratica ed autoritaria. Il modo con il quale questi principi poterono prendere corpo nell&#8217;ambito pur limitato e ristretto del governo di una città diede vita ad un rapporto fra i partiti politici, le forze sociali e le singole persone di grande rilievo moderno e democratico.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Guido Fanti</span></p>
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		<title>“La questione ambientale punto centrale della terza rivoluzione industriale”</title>
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		<pubDate>Thu, 07 May 2009 08:03:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Ambiente]]></category>

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		<category><![CDATA[Terza rivoluzione industriale]]></category>

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		<description><![CDATA[PER JEREMY RIFKIN “LA CRISI GLOBALE CHE STA INVESTENDO TUTTE LE ECONOMIE E L’INTERA SOCIETA’, E’ UN’ OPPORTUNITA’ STRAORDINARIA PER DARE IL VIA A UNA TRANSIZIONE EPOCALE VERSO L’USO DELLE ENERGIE RINNOVABILI.
LA TRASFORMAZIONE DELL’ATTUALE REGIME ENERGETICO E DELLA TECNOLOGIA AUTOMOBILISTICA E’ IL PUNTO DI INGRESSO NELLA TERZA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE” .
APRIAMO IL DIBATTITO SU QUESTI TEMI, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>PER JEREMY RIFKIN “LA CRISI GLOBALE CHE STA INVESTENDO TUTTE LE ECONOMIE E L’INTERA SOCIETA’, E’ UN’ OPPORTUNITA’ STRAORDINARIA PER DARE IL VIA A UNA TRANSIZIONE EPOCALE VERSO L’USO DELLE ENERGIE RINNOVABILI.<br />
LA TRASFORMAZIONE DELL’ATTUALE REGIME ENERGETICO E DELLA TECNOLOGIA AUTOMOBILISTICA E’ IL PUNTO DI INGRESSO NELLA TERZA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE” .<br />
APRIAMO IL DIBATTITO SU QUESTI TEMI, NELLA CONSAPEVOLEZZA CHE BOLOGNA HA BISOGNO DI UN PROGETTO STRAORDINARIO, SORRETTO DA UN PROFONDO CAMBIAMENTO CULTURALE.<br />
UN PROGETTO CHE COINVOLGA TUTTE LE FORZE DISPONIBILI A REALIZZARE UNA TRASFORMAZIONE COMPLESSIVA, NEL SEGNO DEL RISPARMIO ENERGETICO E DELLO SVILUPPO DI FONTI RINNOVABILI , PER UNA PIU’ ADEGUATA TUTELA DELLA QUALITA’ DELL’ARIA, PER UNA MOBILITA’ CHE PRIVILEGI I SISTEMI DI TRASPORTO NON INQUINANTI, PER DIFENDERE IL TERRITORIO DAL CONSUMO DI SUOLO.<br />
INIZIAMO LA RIFLESSIONE ED IL CONFRONTO CON I CONTRIBUTI DI GABRIELE BOLLINI DELLA RETE DEGLI ECOLOGISTI BOLOGNESI, DI UGO MAZZA  E ALFIERO GRANDI, PRECEDUTI DAL RECENTE ARTICOLO  &#8220;<strong>Puntare sulla ricerca per costruire il nostro futuro&#8221;</strong> di Romano Prodi, pubblicato sul Messaggero del 29 Aprile 2009, <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.romanoprodi.it/wordpress/articoli/italia/puntare-sulla-ricerca-per-costruire-il-nostro-futuro_698.html">http://www.romanoprodi.it/wordpress/articoli/italia/puntare-sulla-ricerca-per-costruire-il-nostro-futuro_698.html</a></span></span><strong> </strong></p>
<p style="margin-top: 0.49cm; margin-bottom: 0.49cm;"><span style="font-family: Arial Unicode MS,sans-serif;"><strong>L&#8217;ambiente di Bologna, azioni di cambiamento della &#8220;rete degli ecologisti bolognesi&#8221; di Gabriele Bollini</strong></span></p>
<p style="margin-top: 0.49cm; margin-bottom: 0.49cm;"><span style="font-family: Arial Unicode MS,sans-serif;">Si è recentemente costituita la Rete Ecologista Bolognese (REB) con l’intento di promuovere a Bologna e dintorni politiche degne di una metropoli europea, per migliorarne l’ambiente e per approdare ad un’agenda di azioni concrete, possibili, realizzabili.<br />
La Rete Ecologista Bolognese con il suo Progetto Locale si propone di promuovere e divulgare la conoscenza e l’affermazione della [...]</span></p>
<p style="margin-top: 0.49cm; margin-bottom: 0.49cm;"><span style="font-family: Arial Unicode MS,sans-serif;"><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.guidofanti.it/245/l%e2%80%99ambiente-di-bologna-azioni-di-cambiamento-della-rete-ecologista-bolognese-di-gabriele-bollini/">Leggi tutto..&gt;&gt;</a></span></span></span></p>
<p style="margin-top: 0.49cm; margin-bottom: 0.49cm;"><span style="font-family: Arial Unicode MS,sans-serif;"><strong>&#8220;Dall&#8217;era dell&#8217;energia fossile, all&#8217;era dell&#8217;energia solare, il ruolo di Bologna per un&#8217;economia sostenibile e solidale&#8221; di Ugo Mazza</strong></span></p>
<p style="margin-top: 0.49cm; margin-bottom: 0.49cm;"><span style="font-family: Arial Unicode MS,sans-serif;">Limitare i cambiamenti climatici:<br />
ricerca, innovazione sociale, lavoro e buona occupazione<br />
Il mondo è di fronte a una svolta epocale.<br />
La crisi energetica e la crisi finanziaria incideranno fortemente sui destini dell’umanità.<br />
Gli Stati e le autorità internazionali dovranno governare un processo di transizione che faccia leva sulla democrazia e sulla giustizia sociale a livello globale di uscire [...]</span></p>
<p style="margin-top: 0.49cm; margin-bottom: 0.49cm;"><span style="font-family: Arial Unicode MS,sans-serif;"><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.guidofanti.it/243/dall%e2%80%99era-dell%e2%80%99energia-fossile-all%e2%80%99era-dell%e2%80%99energia-solare-il-ruolo-di-bologna-per-un%e2%80%99economia-sostenibile-e-solidale-di-ugo-mazza/">Leggi tutto..&gt;&gt;</a></span></span></span></p>
<p style="margin-top: 0.49cm; margin-bottom: 0.49cm;"><span style="font-family: Arial Unicode MS,sans-serif;"><strong>&#8220;Si alle energie alternative, NO al nucleare&#8221; di Alfiero Grandi</strong></span></p>
<p style="margin-top: 0.49cm; margin-bottom: 0.49cm;"><span style="font-family: Arial Unicode MS,sans-serif;">Berlusconi e Scaiola cercano l’appoggio di Sarkozy per tentare di mascherare il grave errore politico, economico, di sicurezza per le persone e l’ambiente che stanno compiendo tentando di reintrodurre il nucleare in Italia ad ogni costo, mentre in altri paesi come gli Stati Uniti la direzione è ben diversa e punta sulle energie da fonti [...]</span></p>
<p style="margin-top: 0.49cm; margin-bottom: 0.49cm;"><span style="font-family: Arial Unicode MS,sans-serif;"><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.guidofanti.it/457/comitato-si-alle-energie-alternative-no-al-nucleare-di-alfiero-grandi/">Leggi tutto..&gt;&gt;</a></span></span></span></p>
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		<title>Una lettura attuale del &#8220;libro bianco&#8221; di Dossetti di Luigi Pedrazzi</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Mar 2009 16:20:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Il dibattito delle idee]]></category>

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		<description><![CDATA[Il  famoso “Libro bianco”  di Dossetti su Bologna esce  di nuovo nel 2009 a Reggio Emilia:  come mai e perchè? E’un indizio non piccolo del fatto che memoria  e apprezzamento  di Dossetti siano oggi più forti nella sua città  natale che in ogni altro luogo o ambiente  dove pure si svolsero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Il  famoso “Libro bianco”  di Dossetti su Bologna esce  di nuovo nel 2009 a Reggio Emilia:  come mai e perchè? E’un indizio non piccolo del fatto che memoria  e apprezzamento  di Dossetti siano oggi più forti nella sua città  natale che in ogni altro luogo o ambiente  dove pure si svolsero  vita e imprese  del “reggiano” che è stato il maggiore cattolico  italiano del Novecento, non fosse altro perchè padre costituente della  Repubblica e padre nella Chiesa del Concilio. Reggio Emilia, dunque,   sembra smentire il detto autorevolisimo “nemo propheta in patria&#8230;” </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Ma davvero c’è un nesso  tra le grandi insufficienze che segnano il presente di Chiesa e Stato  tra noi, così difficile e inquietante, e l’ostracismo ecclesiale  cha ha colpito la figura di Dossetti? Forse sì. Certo, fa pensare   il fatto che Dossetti sia colpito con un di più di durezza rispetto  ad ogni altro grande della tradizione di “libertà cattolica”, oggi  oscurata, che pure  conta nomi come La Pira, Lazzati, Moro, tra  i grandi laici italiani: rispetto a Dossetti, però, tutti ancora onorati  di omaggi tributati loro senza grandi disagi delle gerarchie. A dire  il vero, attualmente si celebrano poco anche  nomi di ecclesiastici  i più significativi ed illustri del nostro recente passato:  Roncalli,  Montini, Luciani, gli ultimi italiani divenuti pontefici in Roma, quando  ancora nella comunità ecclesiale italiana esistevano vincoli di affinità  culturale e di solidarietà storica oggi divenuti più deboli, e non  più quasi creduti possibili, mentre furono ben reali. Ad esempio, quelli  a lungo assai forti anche tra un Pacelli e un Dossetti, oggi giudicati  solo diversissimi e distanti: lo erano, ma non nel modo e nella misura  oggi affermati sia da conservatori sia da progressisti&#8230;  Forse  sì, davvero stiamo vivendo una fase molto diversa da quella centrale  nel Novecento, che resta da conoscere e capire adeguatamente, nelle  sue tendenze plurime  inclusive di contraddizioni da sciogliere  con i passaggi necessari, anche teologici e di grande “purificazione  delle memorie”.. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">E’ probabile  che solo  una più sicura e concorde valutazione del grande concilio Vaticano  II possa far recuperare, nei prossimi decenni, quella sapienza dei cuori  e delle menti che oggi tanto spesso non sa trovare parole e gesti di  pacificazione e mitezza, espressive delle verità cristiane più profonde.  Oggi neppure si sa riconoscere che il maggior autore delle dichiarazioni  più innovatrici del Magistero cattolico in età contemporanea   sia stato, nel concilio di Roncalli e Montini, un grande collaboratore  di Pacelli, come il cardinale Bea;  e che  il più straordinario  diplomatico della guerra fredda sia stato un cardinale come Casaroli,  più influente dalla curia romana di ogni segretario di Stato in Washington. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Sulle difficoltà e ambiguità  del presente hanno influito di più  “eccessi postconciliari scatenati  dalla rottura introdotta dall’evento conciliare”, o “paure sorgenti  da interpretazioni eccessive, contrarie ad ogni pur cauta ermeneutica  riformatrice del Vaticano II”? Lo “status questionis” oggi di  più pesante attualità condiziona  ogni sguardo che si rivolga  su episodi significativi del nostro recente passato&#8230;</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Il “Libro bianco su Bologna”  è, certamente,  un programma di forte orginalità di una bella  campagna elettorale, che ha mescolato obbedienze monastiche e primarie  democratiche, franchezza polemica e desideri profondi di amicizia popolare,  liberazione da paure reciproche, indicandole in gran parte mistificate  su entrambi i fronti del conflitto ideologico allora vivissimo e tuttavia  largamente fittizio: almeno in Bologna,  dove l’evento “Dossetti-candidato  sindaco” aveva un suo corso, innegabile quanto sorprendente, in quell’indimenticabile  ’56. Anche l’Università di Bologna promuovendo recentemente un  dottissimo seminario italo ungherese sulla Rivoluzione d’Ungheria,   coeva a quella vicenda municipale bolognese, ha dovuto inserire un interessante  spostamento, da Budapest a Bologna, ascoltando Guido Fanti, Paolo Prodi  e, onoratissimo, anche il sottoscritto  che di quelle vicende bolognesi  fu testimone, poco più che ragazzo, stupito della loro capacità di  richiedere trasformazioni “trasversali”, sentendole indicate con  forza ineguagliata dall’allora  consigliere comunale bolognese  Giuseppe Dossetti, nel suo rivolgersi con passione a consiglieri e cittadini  allora comunisti, per una esplosione di verità sperata comune.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Per introdurci alla concretezza  storica del “Libro bianco” dossettiano, occorre però ricordare  alcuni dati di contesto, nazionale e locale, indispensabili per capirne  genesi e conseguenze prodotte su più piani, anche a forte distanza  di tempo. Innanzitutto occorre ricordare che le elezioni del 1956 venivano  attese in Bologna con una certa speranza di vittoria  dalle forze  da dieci anni in minoranza in città ma forti nel paese, e forti in  campo cattolico di una ricchezza complessa e variegata, oggi  quasi  impensabile in Italia e nella diocesi di Bologna, divenute entrambe  profondamente diverse da allora.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">A Bologna, già da undici anni  sindaco a Palazzo d’Accursio era Giuseppe Dozza, insediato nella carica  da accordi del CLN  riconosciuti dalle Forze Alleate liberatrici  della città il 21 aprile del 1945, e vincitore delle prime elezioni  amministrative  (24 marzo 1946) e pure delle seconde (27 maggio  1951). Per una intelligenza politica che veniva da lontano (la sua vita  di esule antifascista in Francia), Dozza sentiva vera la saggezza togliattiana  “in Italia non possiamo andare al potere con le armi, causa Yalta;   e -come il 18 aprile indicò a tutti- , neppure con le schede elettorali”:  allora, i comunisti  proprio non faranno nulla di buono?    Sindaco della Liberazione, Dozza fu un vero grande “politico” e  riuscì a dare una risposta importante a questa domanda: come aveva  fatto Di Vittorio col sindacato e Togliatti nella costituzione, Dozza  fu davvero qualcuno tra gli amministratori locali. Fu il sindaco che,  puntando tutto sulla Ricostruzione di una città ferita da bombaramenti  e da lunghi mesi di una guerra  fermatasi vicinissima e crudele,  operò con efficacia ammirevole, e simpatia e cordialità notevole con  tutti; ma, come un  comunista vero socialista e vero popolano   senza alterigie e complessi, mentre operava alla ricostruzione di Bologna,  seppe fare delle municipalizzate e delle cooperative strumenti di emancipazione  sociale ed economica del popolo bolognese , povero ma laborioso. Operazione  tanto più importante perchè molti licenziamenti dissennati degli imprenditori  allontanarono dalle fabbriche locali i partigiani e i militanti politici  della sinistra più attivi: ma con questa odiosa discriminazione politco-sociale,  in realtà si favorì la crescita di artigiani, piccoli negozianti e  cooperatori comunisti; i più svelti tra essi diventarono imprenditori  milionari ma restarono politicamente comunisti;  questa condizione  a lungo si rivelò essere una  grande risorsa dello sviluppo bolognese.  Amministratore competente e capace di valorizzare i collaboratori efficienti,  Dozza in pochi anni creò il mito della “qualità bolgnese”nei servizi  e nel clima culturale: “se qualcosa in Italia va male è la mafia,  se va bene è Bologna” si finì per leggere su giornali svedesi e  americani. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Nelle prime elezioni il vecchio  Zanardi (antico “sindaco del pane”), capolista socialista, ebbe  assai più voti di preferenza di Dozza (21.342 contro 17.142), ma il  Pci prese la testa della sinistra  con il 38,28% del voto valido  superando i socialisti fermi a un 26,30% (mai più avuto dopo la scissione  socialdemocratica saragattiana);  lo scudo crociato democristiano,  rappresentativo di quasi tutto il  resto della città, raccolse  meno di un terzo del voto bolognese, 30,33% , assai meno della sua media  nazionale. Dei 60 consiglieri comunali bolognesi, 24 furono comunisti,  16 socialisti (stabilendo una ben comoda maggioranza “socialcomunista”,  come si vedrà e dirà a lungo); 19 furono   democristiani  e 1 repubblicano; liberali e azionisti non elessero nessuno , avendo  avuto risultati minimi.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Nel 1951 le cose furono però  alquanto diverse. La fama di Dozza bravo sindaco si era comprensibilmente   consolidata: le sue preferenze personali furono ben 84.389; quelle del  socialista Samaja e del socialdemocratico Longhena, solo 2.383 e 1.902  rispettivamente. Ma anche il governo nazionale, con i successi del centrismo  degasperiano  e le vittorie della Dc nel suo periodo aureo (De  Gasperi al governo, Dossetti nell’assemblea costituente ),  aveva  rafforzato anche a Bologna il suo           consenso nel corpo elettorale e consolidato le alleanze della Dc con  partiti laici moderati.  Nel 1951, nel turno delle amministrative,  si applicò una legge elettorale con premio di maggioranza ai partiti  apparentati in due coalizioni: si presentava al voto anche  il  solitario Msi, che per la prima volta compariva nella scheda con la  sua fiamma di nostalgia per il defunto regime fascista. La coalizione  di sinistra raccolse 112.375 voti, pari al 48,79% :il Pci che si presentava  con una lista civica delle “Due Torri” simbolo durato fino al 1995  fece la parte del leone con un 40,40%; il resto a Psi e a una lista  civica minore, denominata “Gigante”, però preziosa anche con il  suo piccolo 1,02%. Infatti i “centristi” (Dc e i tre partiti laici  minori, Psdi, Pli, Pri), mancarono il “sorpasso” di un soffio (-0,93%)  conseguendo insieme 110.216 voti pari al 47,86% . La Dc raccolse   il 25,85% e i tre “laici minori” vi aggiunsero cumulativamente un  altro 22,01%. Insomma, il pur fortissimo Dozza  salvò “Bologna rossa”  dalla rincorsa del centrismo nazionale, potendo col “premio” disporre  di 40 consiglieri su 60: ma a suo favore  contò l’arrivo del  Msi, che prese poco ma non pochissimo (3,35% pari a 7.716 voti), collocandosi  in  una rancorosa solitudine (i suoi manifesti, un po’ risibilmente   dichiaravano allora “Né Mosca nè Washington, Roma!”); ma altrettanto  decisiva fu  l’aggiuntina di intellettuali e radicali, presentatisi  come Indipendenti di Sinistra sotto l’accattivante simbolo del Gigante,  con le Due Torri  simbolo monumentale e cordiale di Bologna laica  . </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Questa situazione di grandissimo  (e astuto) equilibrio  salvò nel 1951  la tradizione incipiente   della “giunta  rossa” della Liberazione e Ricostruzione: la  sinistra bolognese si rafforzò ultriormente nel giugno ’53 con il  fallimento della legge maggioritaria nazionale, e si preparò a resistere  come un santuario popolare al dinamismo fanfaniano in corso dopo la  morte di De Gasperi avvenuta nel ‘54 e lo sviluppo di un certo riformismo  cattolico. Che si giovava del ricordo del dossettismo, forte anche dopo  l’interpretazione, sofferta  e incerta  che, sia nel partito  sia negli ambienti cattolici, si veniva dando del ritiro del leader  . Ritiro  enunciato ai famosi convegni di Rossena dell’estate  1951, ma difficile da accettare e capire per la profondità dei giudizi  che lo motivavano. Dossetti aveva preso atto dei cambiamenti radicali  avvenuti nella situazione internazionale con la formazione dei due blocchi,   giudicati da lui largamente ideologici e fittizi, ad Est e ad Ovest,  preclusivi di sviluppi democratici più partecipati e incisivi quali  pensava necessari in Italia; escludeva che in Italia, visti gli orientamenti  decisi in Vaticano nel biennio 49-50, si potesse, per un periodo che  si annunciava lungo,  “ stare in politica da riformatori e cattolici”;  aveva deciso di sciogliere la corrente e spostare su un piano culturale  la sua ricerca personale: chi del suo gruppo voleva restare in politica,  appoggiasse De Gasperi nella difesa della democrazia repubblicana. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Ritiratosi dall’impegno politico  attivo con motivazioni di questo spessore, Dossetti venuto  poi  nel 1952 ad abitare a Bologna,  si era collocato in Via San Vitale  col suo “Centro di Documentazione” per studiarvi con ampiezza e  rigore i problemi della cultura cattolica nel suo difficile rapporto  con la storia, la modernità, la saggezza costituzionale, l’emancipazione  popolare, il ripudio della guerra e un ordine internazionale di libertà  e di pace. Tutti problemi e temi da vedere   in profondità  “dentro” la tradizione teologica, da ripensarsi con coraggio e originalità  alla luce di un più forte primato da riconoscere alla Sacra Scrittura  e alla Tradizione apostolica e patristica, rispetto a sedimenti più  recenti ed opachi, pelagiani, scolastici, intellettualistici, controriformistici  di cui, secondo Dossetti, il cattolicesimo doveva correggersi per essere  meglio se stesso e più agile nelle nuove contingenze storiche mondiali. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">In questo progetto, spirituale  e dotto, ma a suo modo ancora attivistico, se pure con una grande presa  di distanza da ogni ambizione politica,  e fin di partecipazione  alla vita accademica (oltre che dal Parlamento, Dossetti si era dimesso  dall’Università), Milano e Roma non erano state giudicate sedi di  lavoro le più opportune nella valutazione del Dossetti 1951-52:   Bologna, con il suo nuovo cardinale, Lercaro, venne preferita rispetto  ad ogni altra sede italiana, sia pure con uno sguardo per “terre lontane”:  sopratutto la Terra Santa, già travagliata dalle recenti esperienze  di un Sionismo realizzato,  frammiste a dolori e rivolte dell’Islam,  in Palestina non visto e altrove umiliato da vicende di tipo coloniale  e dal saccheggio “petrolifero”. La collaborazione tra Dossetti,  ritiratosi in Bologna per tentare un approfondimento impegnativo di  forme e modi di “vita cristiana”, e il dinamismo “registico”  di Lercaro pastore molto creativo in Bologna, si avvia, dunque, in anni  civili e religiosi che a un certo punto producono, in questo mix di  pensieri e preoccupazioni,  una grossa sorpresa: l’invito del  cardinale affinché Dossetti non rifiutasse, se offertagli, la candidatura  a guidare la lista democrstiana nelle elezioni previste per la primavera  del 1956. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Come si era formata nel cardinale  Lercaro questa disponibilità a sostenere una tale posizione?   Nel rispondere a questa domanda, io non dispongo di informazioni particolari  ma solo  di riflessioni attente su dati di fatto del tutto notori,  esistenti e  abituali allora in tutta Italia. Ma, a Bologna, essi  si intrecciano più intensi che altrove, in ragione della originalità  e coerenza religiosa della figura conplessiva di Dossetti, giurista,  politico, teologo, consacrato a forme nuove di vita cristiana:   ma anche gli altri protagonisti prinicipali di questa vicenda cittadina  (Lercaro e il deputato moroteo Angelo Salizzoni) erano mossi da fattori  qualitativi inconsueti per lealtà e purezza di convinzione, anche se  mescolati con antiche e diffuse abitudini temporalistiche, certamente  non buone e non giuste per la confusione di ambiti da tenere distinti  per principio, nel rispetto delle loro specifiche sovrane responsabilità. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Vediamole con attenzione, perchè  proprio  esse hanno prodotto anche  il misterioso getto di  energia del “Libro  bianco su Bologna” che a Reggio Emilia  ora  si ristampa in onore e fedeltà di un passaggio realmente  decisivo della biografia del grande cattolico italiano reggiano che  è stato Dossetti: “avventura bolognese” che è centrale nella biografia  del personaggio più problematico e più profondamente inserito nello  snodo tuttora enigmatico tra Chiesa cattolica e Stato italiano, poichè  egli fu indubitabilmente l’architetto principe  della costituzione  repubblicana e l’eminenza grigia del  gruppo maggioritario di  padri conciliari  guidati da papa Paolo VI a superare le resitenze  curiali alla spinta riformatrice del Vaticano II convocato da Giovanni  XXIII. Ma andiamo con ordine, senza lasciarci tentare da anticipi resi  possibili solo col senno di poi .</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Nel 1956, in Italia e certo  anche a Bologna, era ancora naturalissimo che un deputato cattolico  del calibro di Angelo Salizzoni si confrontasse sui problemi politici  e di partito, nazionali e locali, con il proprio vescovo. Si faceva  con riservatezza, perchè la repubblica era istituzione laica (“Lo  Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti  e sovrani”, recita il primo comma dell’articolo 7), ma  scambi  privati di informazioni e esami di situazioni non si sentivano né sbagliati  né pericolosi. Non era la Dc immersa nell’ambiguità mai sciolta  tra essere o strumento dell’unità politica dei cattolici o partito  dei soli  cattolici democratici? Contatti interni a questa ambiguità   erano anzi più o meno continui e spesso risolutivi,  consentiti  nella coscienza e inseriti nel costume delle autorità ecclesiastiche  e del laicato cattolico organizzato e dei suoi notabili saliti in politica:  e deve dirsi che spesso la cosa era reciprocamente rispettosa   e nutrita di autonomia nei laici e di attenzione e carità pastorale  nella gerarchia. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Salizzoni aveva anche motivo  di essere preoccupato a Roma del crescente potere di Fanfani;   da futuro moroteo ne avvertiva pericolosa l’irruenza  e illusoria  la sicurezza operativa, e rimpiangeva la partenza di Dossetti per il  “piano culturale”. In questo contesto non gli sarebbe dispiaciuto  affatto un ritorno sulla scena pubblica  di una personalità come  Dossetti; vedeva altresì opportuno vincere la sfida con il Pci bolognese,   non per autoritarismo e anticomunismo becero, ma con una azione qualitativa  di alto livello. Un successo della Dc bolognese guidata da Dossetti  gli pareva possibile e utile, in città e nel paese: e vi ha pensato,  forse proprio per primo. Ma, conoscendo Dossetti, sapeva che nessuno  nel partito poteva ottenere una tale accettazione a una tale  proposta,  se non forse il cardinale nelle cui mani Dossetti aveva di fatto già  consegnato, se pure riservatamente,  impegni di consacrazione implicanti   obbedienza  e stabilità in questa chiesa locale. Il cardinale  conosceva i progetti di “studio e lunga durata” di Dossetti e li  aveva apprezzati  e appoggiati, ma non li credeva incompatibili  con la funzione , oltrettutto transitoria di un amministratore civico;  e personalmente  giudicava Dossetti figura non solo degna, ma anche  in grado di vincere in Bologna, proprio perchè giudicato (anche in  Vaticano a lungo) capace di guardare più lontano e più in grande di  altri cattolici italiani.  Il cardinale e gli amministratori comunisti  bolognesi erano poi in netta competizione culturale, ma anche   in notevole sintonia in vari  ordini di problemi: amavano lo sviluppo  cittadino, cercavano l’elevamento dei ceti più poplari e umili, vedevano  la povertà delle zone periferiche: una competizione  di elevatissimo  impegno quale Dossetti avrebbe potuto sostenere, e lo scarto minimo  del 1951  (pari allo 0,93% tra le due coalizioni allora in gara),  convinsero il cardinale che se la proposta pensata da Salizzoni fosse  stata davvero vincente  nella Dc sarebbe stato bene che Dossetti  l’accogliesse, in spirito di servizio, come si diceva (e si dice ancora  da molti, sia vero o no).  Nessuna delle motivazioni di Salizzoni  e di Lercaro a me (oggi come allora) appaiono eticamente inacettabili.  Ma certo la loro speranza di una vittoria elettorale era per lo meno  equivoca e, nella Bologna del 1956,   del tutto illusoria  sul piano di un confronto amministrativo-politico. La  cosa è  confermata da quarant’anni di storia successiva: mai più la lista  democristiana a Bologna, da chiunque guidata (Salizzoni, Felicori, Tesini,  Coliva, Bersani, Andreatta, Corazza), ha ritrovato nelle urne quel 27,73  di consenso raccolto da Dossetti nel 56: fu poco per vincere, ma costitui  il punto  record di ogni sforzo elettorale democristiano a Bologna  successivo alle giornate della Liberazione. Il realismo valutativo di  Dossetti resta impagabile e insuperato.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">L’impegno amministrativo  chiesto a Dossetti, e le aspettative dei suoi sponsor di  superare  con un candidato così autorevole la condizione di minoranza subita  per pochissimo nel 1951,  erano davvero estranee ai programmi di  ricerca culturale  teologicamente approfondita di Dossetti, e sorde  alle critiche severe da lui indicate a motivazione dell’abbandono  di ogni attività politica tra 50 e 51. Dossetti fu interiormente orripilato,  e in qualche modo offeso, da una proposta  così lontana dalla  strada su cui intendeva camminare, e sulla quale aveva già coinvolto  un piccolo ma validissimo gruppo di giovani amici, chiamati a svolgere  studi severi, di per sè non finalizzati a una carriera accademica:  le critiche in tale contesto non mancarono e il fatto che l’istituto  di Via san Vitale sia sopravvissuto alla svolta del ’56 fu segno della  profondità di relazioni stabilitesi nella piccola “comunità” fondatrice  del Centro di Documentazione. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Ma cosa si dissero nel loro  rapporto personale Lercaro e Dossetti? Su questo punto, qualche informazione  diretta l’ho avuta da Dossetti nel contesto della proposta che da  lui mi venne fatta di entrare poi come uno degli indipendenti nella  lista democristiana che si era deciso a capeggiare, accettando l’incarico  di guidarla nel confronto elettorale della primavera ’56. “Noi perderemo”,  mi disse subito. “Non farti illusioni al riguardo, io non sarò sindaco  e tu non sarai assessore. Farai però una bella esperienza e imparerai  molte cose interessanti sulla vita di una città, e penso che il nostro  lavoro di minoranza avrà egualmente una sua utilità”. Ci tenne a  chiarirmi in termini puntuali l’impossibilità di vincere. “I conti  del 51 non dicono nulla: oggi,  in provincia di Bologna, la federazione  del Pci per numero e convinzione di militanti è incomparabile con la  situazione della Dc provinciale e ancor peggio è la situazione comunale.  Gli iscritti della Dc sono enormemente meno numerosi di quelli del Pci,   e sono meno uniti e meno motivati sugli obiettivi per cui sono disposti  a lavorare con continuità in mezzo alla popolazione. Noi andremo un  po’ avanti, ma la radicalizzazione che inevitablmente si produrrà   tra Dozza e me gioverà di più a lui e al suo partito. Qualunque cosa  diremo nei prossimi mesi, non possiamo che perdere. L’ho detto al  cardinale e a Salizzoni”. “E che cosa le hanno risposto?”, mi  azzardai a chedergli. “Sperano che io mi sbagli. Ma che, in ogni modo,  non farà male a nessuno un nostro impegno per la città, perchè nel  programma e nella campagna elettorale diremo  le cose che ci parrà  giusto proporre nell’interesse di Bologna e della sua popolazione  complessiva: l’impegno a dire quanto ci sembra giusto,  è tutto  quanto ci chiedono oggi. Saranno poi i cittadini a decidere chi vince.  Noi faremo la parte che ci assegneranno loro : io l’ho detto e ridetto,  sarà quella di minoranza. Ma è vero che anche questo può aiutare  Bologna a crescere, a vedere la svolta che dobbiamo fare, cambiando  tutti non poco”.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;"> Parecchi mesi prima del voto,  Dossetti mi disse questo con chiarezza e serenità che mi colpirono  molto, e gli fui grato di non aver lasciato, nella mia coscienza in  formazione,  spazio a illusioni distorcenti un  impegno personale  che doveva essere giovanile ma non puerile. Allora Dossetti non mi disse  nulla del suo già delineato impegno di consacrazione, di obbedienza  e stabilità nella chiesa di Bologna e nelle mani del Vescovo: nel 1956  aveva già scritto “Forma Communitatis” (Pentecoste del 54) e la   “Piccola regola” (8 settembre del 1955), ma avendo obbedito in ragione  degli obblighi assunti liberamente e riservatamente con esse, tacque,  almeno con me, le motivazoni più personali e religiose di quel suo  pubblico “sì”. Senza mentire, mi disse solo condizoni e obiettivi  politici, e l’interesse formativo di quanto mi proponeva di fare con  lui e con gli altri amici che si sarebbero coinvolti in questa esperienza  cittadina, profondamente “atipica”. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Dossetti non ha mai chiuso  gli occhi sull’ambiguità che ha segnato la storia della Dc anche  nei suoi anni più grandi. Con le scelte drammatiche attraversate tra  guerra e resistenza, con il rifiuto a insistere in illusioni spentesi  con la “guerra fredda” e i suoi  rituali, con l’ “obbedienza”  accettata per pure fede padrona della sua coscienza, Dossetti ha potuto  trasformare l’ambiguità generale in una creazione personale inattesa  da tutti ma realmente benefica: per i due anni di presenza sua in consiglio  comunale, e per altri quasi venti di un gruppo consiliare  dossettiano  attivo in anni belli dell’amministrazione bolognese, pur operandovi  solo da posizioni serie di una minoranza indubbiamente  atipica  nel quadro italiano.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;"> Nei mesi successivi, parlando  ogni giorno ai cittadini, alluse spesso alla conclusione delle sue precedenti  esperienze politiche, con l’espressione criptica “la mia cultura  è in pezzi”,  “sono spoglio di tutto&#8221;; ma in realtà  i tratti immediatamente chiari della sua proposta di capolista   lo presentavano come ricco di grande rispetto di tutti i cittadini bolognesi,  a cominciare dagli avversari comunisti,  ma senza tacere una critico  del conservatorismo del potere da essi acqisito in città, indicando  a tutti obiettivi comuni più avanzati.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">La lettura delle parti, sezioni  e paragrafi del “Libro bianco”, incontra il molto di critica del  “decennio rosso” e il moltissimo di cose esigenti e originali della  “proposta di svolta” avanzata dal candidato capolista democristiano  “atipico” fin dalle procedure di designazione. Va ricordato al riguardo  che Dossetti fu candidato capolista bolognese non da un “comitato  elettorale” cittadino o provinciale, ma da un voto primario di tutti  gli iscritti alla Dc bolognese: l’autorizzazone fu strappata da Dossetti  a Fanfani in un incontro romano di cui Giancarlo Tesini è stato testimone  auricolare, udendo  in casa  Fanfani grida irritate del segretario  nazionale e sospiri pazienti del candidato, irremovibiie però  nel  volere procedure locali di designazione mai praticate in Italia (come  ottenne).</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Fin dall’introduzione, il  “Libro bianco su Bologna” rivendica la propria originalità: “non  un ‘occasione di propaganda, ma un complesso di analisi e di studi  condotti con rigore”. Indica poi la forte  critica svolta contro  l’ “immobilismo conservatore” di una amministrazione che il “Libro  bianco” accusa di “non corrispondere alle possibilità reali del  popolo di Bologna che ha in sè tesori di energie e di speranze che  i dirigenti comunisti hanno sottovalutato per pregiudizi ideologici,  machiavellismo, mancanza di fede e magnanimità”.  Infine, non  è nascosta la meta –<em> la svolta per Bologna  – </em>chiamata a riprendere il suo posto nella vita economica e culturale  della nazione, proporzionato alla sua tradizione più profonda e peculiare,  istituzionale, sociale, culturale. Non il “dottor Balanzone” maschera  folcloristica bolognese, ma glorie vere, l’Alma Mater con Irnerio  e Accursio, un chiesa locale dotta e cordiale, con i cardinali Paleotti  e Lambertini, studiosi come Galvani e Malpighi, patrioti come Minghetti  e Farini, poeti e docenti come Carducci e Pascoli, raccontano volto  e mente di Bologna. Il “Libro” accenna a questa “galleria” bolognese,   ma nei comizi se ne fecero esempi suggestivi e variabili nei contesti  quotidiani. Nel “Libro bianco” si sostiene però che merito di questo  slancio riproposto di nuovo “non è della Democrazia Cristiana, cioè  di un partito, ma è di Bologna stessa, dell’intera città, che sta  ritrovando la propria anima e che riprende a sperare e pertanto a volere  con una volontà nuova. Qualche cosa si è mosso e non si fermerà più”  .</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Anche il “Libro bianco su  Bologna” fa parte di una battaglia politica (la lotta contro l’”Amministrazione  Dozza”) affidata a Dossetti che lealmente  vi entra con animo  virile e rigore critico.Ma è stato tipicamente dossettiano lo “smarcamento”  per cui il Pci bolognese è stato visto come “conservatore” di un  potere, formatosi sì storicamente e legittimamente, ma non interprete  adeguato della popolazione locale complessiva e delle sue speranze più  profonde. La presentazione del Libro e del programma era stata preceduta  da una fase di “Incontri con l’Elettore” (ove i cittadini avevano  parlato e proposto pubblicamente  temi e bisogni), e  da una  fase ancora più preliminare, nella quale una quarantina di giovani,  su panchetti modestissimi, nei cortili della periferia più ostile,  visitati per diverse settimane senza entrare nel centro storico, avevano  ricordato cenni di storia italiana, del ruolo dei cattolici e delle  forze popolari nel Risorgimento e di fronte a fascismo e resistenza,  di grandi numeri dei risultati elettorali nazionali, dei principi costituzionali.  Tutti indicatori finalizzati a stabilire una condizione di legittimità   e di rispetto reciproco tra le forze che entravano a confronto nella  gara elettorale, “festa della democrazia e della libertà dei cittadini”.  Presi parte a questa fase popolare entusiasmante che accompagnò la  stesura del “Libro bianco”: fu popolarità dialogica ma impegnativa,  perchè nei cortili dei caseggiati popolari queste voci giovanili (di  fucini, congregati mariani, gioventù operaia e studentesca di azione  cattolica), ascoltate pacifiche ma documentate e in certa misura provocatoriamente  pedagogiche, erano una “concorrenza” a cui le cellule e le sezioni  comuniste non erano abituate. Le “parrocchie” con le prime “nuove  chiese”, volute da Lercaro anche aperte in negozi della periferia,  cominciavano a comparire, ma erano altra cosa, con fini propri e diversi.  Se mai, il confronto  a tutto campo, per le strade, si era avuto  con i “frati volanti”, di cui padre Toschi fu il più famoso: ma,  anche qui, fu radicale lo “smarcamento” dossettiano verso una storia   assolutamente civica e civile, non clericale, puntigliosamente sociale  e politica. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Ora che la campagna del 56  viene letta in prospettiva storica più ampia, è chiaro che la creazione  dei quartieri (decentramento e partecipazione) e il riassetto qualitativo  della politica urbanistica (cura del centro storico, tutela della collina,  viabilità di maggior respiro tra zone periferiche in via di sviluppo)  sono state le novità più elaborate dalle “amministrazioni rosse”  dopo essere state non poco  pungolate dalla qualità di vita prospettata  dal “Libro bianco” nel suo attacco polemico ma serio. I buoni servizi  sociali e l’istruzione dell’infanzia ben curata sono invece merito  più interno alla sinistra. Questo intrecciarsi di qualità in competizione  non è cosa da poco ed è durato per tre o quattro mandati, vissuti   in grande civiltà di rapporti tra maggioranza e minoranza, entrambe  capaci di lavorare per un buon governo. Ma proprio questo clima di “attenzione  alle responsabilità da esercitare” creativo di buoni risultati e  solidarieta profonde, è la lezione più forte e originale del “Libro  bianco” e del biennio di magistero dossettiano dentro il consiglio  comunale. La verità della “laicità di principio”, intrinseca alla  cultura cristiana dossettiana e praticata <em>in facie</em> <em>ecclesiae,</em> fece colpo a sinistra, seminò e aiutò sviluppi che si videro negli  anni successivi, e che Fanti soprattutto, ma anche Zangheri e Imbeni,  introdussero nella propria visione delle cose locali e in una maggiore  disponibilità a cambiamenti generali profondi, non necessariamente  di smobilitazione della propria responsabilità politica, anche a livello  nazionale. Ma qui parliamo solo dell’”incipit” di questa fase,  che  si è fatta conoscere con il successo e la vitalità del “Libro  bianco”. Possiamo dire che tutto questo sia bastato nell’evoluzione  complessiva del paese? A me pare evidente che la risposta non possa  essere positiva. Trovarla e darla, è ancora sulle spalle di chi crede  all’importanza di ideali di solidarietà, lavoro, pace, rispetto dei  diritti di tutti, sobrietà e responsabilità esercitate. Da credenti,  increduli, variamente e diversamente credenti, come stiamo ancora imparando  che tutti noi siamo, nel nostro paese e nel nostro tempo. Ma il nucleo  generatore del prestigio etico che circonda il “Libro bianco “ dossettiano,  è arrivato primo a vedere  questo traguardo, anche se la definizione  più precisa delle condizioni e dei modi con cui i cattolici possono,  da parte loro, cercare di realizzare un impegno politico efficace e  coerente con la loro fede, Dossetti la formulerà, più di trent’anni  dopo il ’56, alla presenza del cardinale  Biffi, nel grande discorso  tenuto al Congresso eucaristico bolognese del 1987, in qualche modo  in dialogo con un altro illustre invitato, don Giussani.  Il tema,  ampiamente sviluppato da Dossetti, intensamente teologico, era (ma siamo  vent’anni dopo il Vaticano II),  “L’eucarestia e la vita  della città”:  a questo ultimo testo mi permetto di rimandare  sul tema della relazione “vangelo e politica”, tutta però già  laicamente e cristianamente presente  nel’”incunabolo” del  1956, il quale precede di quasi dieci anni la costituzione “Gaudium  et spes” atto finale del Vaticano II. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Quando la campagna del 1956,  ,nel suo intenso svolgimento,  vide salire  di numero le uscite  del candidato-sindaco anche in luoghi più centrali, indicati con il  palchetto e il cartello “Qui parlerà Dossetti alle ore&#8230;.”, il  “Libro bianco” era stato già presentato, e i temi dei comizi e  delle conferenze si fecero più ricchi e complessi di contenuti anche  tecnici. Bastano i titoli delle sue tre parti, qui integralmnte ripubblicate:  “Conoscere per deliberare”, “Rianimare il volto spirituale della  città”, “Condizioni e prospettive per una nuova, coraggiosa e responsabile  amministrazione civica”. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Ci sono altri “libri d’epoca”,  esuriti e non ristampati, che integrano le informazioni su quell’anno  e su questo testo canonico, ora ristampato in Reggio. Mi riferisco a  “Bologna pci” di Gianluigi degli Esposti  e a  quello  di Mario Tesini “Oltre la città rossa. L’alternativa mancata di  Dossetti” (entrambi del Mulino), i quali  danno un’idea diretta,  anche giornalistica ed emotiva, di quel confronto politico-amministrativo.  Degli Esposti racconta di più emozioni e pensieri circolanti tra i  comunisti, Tesini dà conto con finezza delle tesi più propriamente  democristiane presenti nell’evento amministrativo del ’56. Ma fu  esso solo o principalmente “amministrativo”? L’opera più compendiosa  e completa sui “Due anni a Palazzo d’Accursio – Discorsi a Bologna  1956-1958”, a cura di Roberto Villa e con prefazione di Paolo Pombeni   (anch’essa di un editore reggiano!), mostra con grande chiarezza l’intreccio  di temi politici e non solo amministrativi, affrontati da Dossetti in  consiglio comunale, intervenendo sui grandi problemi della pace e della  guerra e dello scontro ideologico che ha riempito il Novecento. Discorsi  i quali confermano la centralità che la politica ha nel pensiero religioso  di Dossetti e quella reciproca che la fede cristiana ha nelle sue percezioni  e proposte politiche e, più in generale, nella interpretazione della  storia.  Anche Ardigò con l’ultimo volume suo, una “antologia”  del “Libro bianco su Bologna”, arricchita da una silloge interessante  di testi suoi e di altri, ragionando sull’evento del ’56 mostra,  pur in un libro segnato dalla attenzione sociologica e urbanstica che  gli era congeniale, piena consapevolezza dell’immanenza  e motricità   che la “fede dossettiana” ha nella vicenda politica ed ecclesiale  di Dossetti. Nella biografia di Dossetti, l’avventura civica bolognese,  ne costituisce uno “snodo” cronologico  e storico decisivo,  per la saldatura etico-politica effettuata e di approfondimenti e proiezioni  ecclesiali che hanno sopravvanzato le   intenzioni dei protagonisti.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">D’altra pare, è quanto riconosce   lo  stesso Dossetti che, nel marzo del 1958, scrive a Dozza presentandogli  le sue dimissioni dal Consiglio comunale. Una partenza, come poi si  vide, che preparava solo un “nuovo inizio” , una sorprendente occasione  di approfondimento di quello studio per la riforma cristiana interrotto  quasi tre anni prima per umiltà e obbedienza :</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Signor Sindaco,il mandato affidatomi  dagli elettori di Bologna nel 1956 ha costituito nella mia vita un fatto  di grande importanza, soprattutto interiore. Certo, so che avrei dovuto  fare ben di più e ben meglio; ma oso dire che questo è stato davvero  un impegno che di giorno in giorno è penetrato in me sempre più profondamente.  Non potrò mai rammaricamrmi dei due anni spesi in questo servizio alla  Città: anzi dovrò sempre considerarli come una tappa fondamentale  della mia vita e come una grazia concessami da Dio, Padre misericodioso.  Così non potrò mai considerare insignificanti o facilmente cancellabili  la conoscenza e il rapporto avuto con lei e con i colleghi di ogni gruppo.  Perciò non avrei potuto pensare di esimermi da esso (il mandato degli  elettori), se non per una sola causa, che ora appunto si verifica: il  Signore, attraverso la sua Chiesa, si degna di chamarmi al sacerdozio  di Cristo e alla vita religiosa. Debbo quindi pregarLa di sottoporre  al Consiglio comunale le mie dimissioni assolute e definitive”. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">A conferma della serietà di  queste riflessioni e decisioni parlano il mese che passa dalla presentazione  a Lercaro della domanda di “accedere al sacerdozio” alla risposta  positiva ricevuta, e gli altri tre che ancora passano prima che Dossetti  scriva a Dozza.   Nei nove  mesi successivi alle dimissioni,  Dossetti prepararerà e sosterrà gli esami in seminario, che si giudicò  opportuno egli  sostenesse in un ciclo, intenso  nel ritmo  ma non difforme  nei contenuti da quelli richiesti a tutti i seminaristi:  anche se è testimonianza di molti docenti che a domande curiose di  come si fossero svolti, risposero francamente: “gli esami di Dossetti?  pareva fossimo noi gli scolari&#8230;”.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Il 6 gennaio del 1959, Dossetti  è infine ordinato sacerdote in san Pietro cattedrale della chiesa bolognese.  Ma già il 10 ottobre ’58,  a Roma era morto Pio XII e il 28  ottobre 58, mentre Dossetti ancora sosteneva i suoi esami preliminari  alla ordinazione a prete diocesano,  Angelo Giuseppe Roncalli era  divenuto papa.  Diciannove giorni dopo l’ordinazione bolognese  di Dossetti,  il nuovo papa in san Paolo fuori le Mura annunciava  la convocazione del Concilio. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Sono eventi inattesi e del  tutto indipendenti, ma il loro verificarsi apre una nuova intensissima  fase di vita  per Dossetti: una ripresa piena e travolgente   della collaborazione teologica interrotta  per circa tre anni con  l’istituto di Via san Vitale e, soprattutto,  una espansione  vertiginosa della relazione ormai solidissima stabilita con Lercaro.  Il quale, come vescovo di Bologna,  è ovviamente un padre conciliare:  e,  dalla seconda sessione, viene nominato, da Paolo VI, uno dei  quattro Moderatori del Concilio (unico italiano di questo ristretto  collegio presidenziale). Lercaro è l’ unico vescovo che dispone,  dal giorno della convocazione del Concilio, di un perito ed esperto  personale di capacità, competenze, lealtà e intraprendenza assolutamente  fuori del comune, e alla guida di una “officina bolognese”, che  è stata importante nella storia del Concilio, come  tuttora è  importantissima nella storiografia del Vaticano II. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Nessun sacerdote diocesano,  di fatto,  né a Bologna né altrove, ha avuto con il proprio vescovo  un rapporto fiduciario di qualità e di importanza analoghe. Rapporto  nutrito di  un ascolto reciproco, prima possibile, poi reale e  infine accrescitivo di comunione spirituale,  come è avvenuto  tra Lercaro e Dossetti, e il gruppo di loro collaboratori detti, ahimé  solo polemicamente, “la scuola bolognese”. Non è qui luogo di sviluppare  questa interpretazione interessata a tutte le conseguenze venute   dalla sofferta obbedienza del ’56, presa al buio di tutto, tranne  la luce fornita da un misterioso  “eccesso” di fede, ma proporzionale   a ciò che si accoglie di Dio.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;">Più di mezzo secolo è trascorso  dagli eventi che hanno lasciato nelle nostre mani “Il Libro bianco  su Bologna”:  la nostra città e il nostro paese, la chiesa cattolica  e quella locale, hanno attraversato tante vicende da allora e vivono  oggi una fase sotto molti aspetti diversa, incerta  anche inquietante:   che, quasi ogni giorno, vede riemergere  eredità di preziose esperienze,   o vacillarne purtroppo le costruzioni più ammirevoli,  con il  formarsi di  vuoti pericolosi,  e  bisogni che tardano  a trovare risposte adeguate. Ma nel repertorio dei nostri diffiicili  problemi, certe memorie sono risorse da utilizzare nel presente. Certo,  non si deve esssere nostalgici, né prigionieri dei ricordi: ma una  consapevolezza attenta delle pagine già scritte con generosità e sapienza  aiuta ad affrontare il presente. </span></p>
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		<title>&#8220;Che succede se la borghesia torna povera&#8221; di Massimo Giannini - Affari e finanza 16-Feb-09</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Mar 2009 16:12:40 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Il dibattito delle idee]]></category>

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		<description><![CDATA[In questo Terzo Millennio  è difficile immaginare cosa potrebbe accadere, se 2 miliardi di persone,  dopo aver conquistato il benessere in 15 lunghi anni, ricadessero in  miseria in un anno solo. 
Borghesi di tutto il mondo,  unitevi. Se fosse ancora vivo, forse oggi Carlo Marx integrerebbe il  suo &#8220;Manifesto&#8221;, allargando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;">In questo Terzo Millennio  è difficile immaginare cosa potrebbe accadere, se 2 miliardi di persone,  dopo aver conquistato il benessere in 15 lunghi anni, ricadessero in  miseria in un anno solo. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;">Borghesi di tutto il mondo,  unitevi. Se fosse ancora vivo, forse oggi Carlo Marx integrerebbe il  suo &#8220;Manifesto&#8221;, allargando il leggendario appello rivolto  a suo tempo ai soli proletari. Con la tempesta perfetta che si è abbattuta  sull´economia mondiale, stavolta, chi rischia di più non sono i diseredati  del mondo, che non hanno nulla da perdere. Chi rischia di più, come  ci avverte acutamente l´ultimo numero dell´Economist, sono gli oltre  2 miliardi di persone che, sui mercati emergenti, hanno creato un gigantesco  e inedito blocco sociale: potremmo definirlo come il nuovo «ceto medio»  globale. Un esercito di donne e di uomini che, dall´India alla Cina,  dal Brasile alla Russia, ha propiziato con il suo lavoro e beneficiato  con il suo salario del più alto tasso di sviluppo dell´economia mondiale  mai registrato da un secolo a questa parte.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;">Una crescita media, e stabile,  del 5% annuo. Con punte del 12% in alcune aree del pianeta. Sembra un  sogno, oggi. Ma è esattamente quello che è accaduto dall´inizio degli  anni ´90 in poi. Ora che recessione e deflazione colpiscono senza pietà  a tutte le latitudini, questa «nuova borghesia» non ricca ma relativamente  benestante, che può impiegare almeno un terzo del suo reddito per spese  voluttuarie dopo aver soddisfatto i suoi bisogni primari di alimentazione  e di protezione, corre un pericolo mortale. Quello di regredire a una  condizione sociale di semi-povertà, la stessa dalla quale si è sollevata  faticosamente e orgogliosamente dal 1990 in poi.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;">L´Economist ripesca proprio  Marx, e ricorda che «la borghesia ha sempre giocato un ruolo fortemente  rivoluzionario» nella Storia. Di fronte al crollo del benessere economico  e delle aspirazioni sociali, la middle class ha reagito in modo ogni  volta differenti. Ha supportato i governi nazi-fascisti nell´Europa  degli Anni ´30 e le giunte militari nel Sudamerica degli Anni ´80.  Ha manifestato pacificamente per ottenere il diritto di voto nella Gran  Bretagna del 19esimo secolo e ha ottenuto la democrazia nell´America  Latina degli Anni ´90.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;">In questo Terzo Millennio  è difficile immaginare cosa potrebbe accadere, se 2 miliardi di persone,  dopo aver conquistato il benessere in 15 lunghi anni, ricadessero in  miseria in un anno solo. Marxianamente parlando, in gioco c´è prima  di tutto la «struttura», cioè la condizione di vita di milioni e  milioni di persone. Ma in ballo c´è anche la «sovrastruttura», cioè  i sistemi politici, gli assetti istituzionali, le democrazie. Solo a  pensarci, tremano le vene ai polsi.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial Unicode MS; font-size: small;">Affari&amp;Finanza (La Repubblica)   16 febbraio 2009</span></p>
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		<title>&#8220;Deregolazione, sprawl, consumo di suolo e immobiliarismo di ventura&#8221; di Paola Bonora</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Feb 2009 11:35:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Città Metropolitana]]></category>

		<category><![CDATA[Bologna]]></category>

		<category><![CDATA[Compravendite di abitazioni]]></category>

		<category><![CDATA[Crisi del mercato immobiliare]]></category>

		<category><![CDATA[Crisi finanziaria]]></category>

		<category><![CDATA[Emilia Romagna]]></category>

		<category><![CDATA[Offerta immobiliare]]></category>

		<category><![CDATA[Paola Bonora]]></category>

		<category><![CDATA[Sprawl urbano]]></category>

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		<description><![CDATA[Mentre la spada di Damocle della crisi finanziaria scatenata dai mutui subprime incombe sul mondo intero, non sarebbe male fare il punto sulla situazione locale e sui segnali allarmanti che anche da noi emergono. Sulle possibili ricadute di questo sconquasso economico sulla nostra regione e su Bologna.
Conosciamo da tempo il fenomeno dello sprawl urbano e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mentre la spada di Damocle della crisi finanziaria scatenata dai mutui subprime incombe sul mondo intero, non sarebbe male fare il punto sulla situazione locale e sui segnali allarmanti che anche da noi emergono. Sulle possibili ricadute di questo sconquasso economico sulla nostra regione e su Bologna.<br />
Conosciamo da tempo il fenomeno dello sprawl urbano e gli effetti negativi della frantumazione urbana – incremento della mobilità, cannibalizzazione della campagna, snaturamento dei paesaggi - ma è ora di riflettere anche sul rischio di destabilizzazione territoriale che può derivare dalla relazione perversa tra crisi finanziaria e crisi del mercato immobiliare.<br />
Negli ultimi vent’anni la crescita economica si è fondata su un rapporto simbiotico tra finanza e asset immobiliari. Una correlazione che si è concretizzata nell’offerta immobiliare straordinaria che ha portato all’esplosione delle città. Fra il 1990 e il 2005 il suolo agricolo consumato in Italia ammonta al 17, 06%. In Emilia-Romagna abbiamo eroso il 22% - una quota che ci pone al terzo posto dopo Liguria e Calabria, a pari “merito” con la Sicilia.<br />
La crisi ha messo in drammatica evidenza un processo comune a tutti i paesi avanzati, che sugli asset immobiliari ha trasferito buona parte degli investimenti liberati dalla deindustrializzazione. Quella parte che non si è delocalizzata. Un fenomeno che, sul presupposto volatile della finanziarizzazione, ha consentito l’uscita dei capitali dal fordismo e trasformato città e campagna urbanizzata in cantieri di valorizzazione. Cataste di mattoni a sostenere castelli di danaro virtuale. Debiti poggiati su fondamentali altrettanto instabili: promesse, concessioni, varianti, accordi di programma, impegni spesso carpiti attraverso corruzioni. Sulla edificabilità prima ancora che sull’edificato, com’è classico della rendita fondiaria urbana. Un processo che ha però assunto negli ultimi due decenni andamento convulso, con ricadute rovinose sul territorio e i paesaggi. Un consumo vorace di suolo, vivibilità e bellezza.<br />
Un sostegno reciproco che si è tenuto in equilibrio precario finché la domanda è riuscita a coprire l’offerta, ma che ora, con la cadenza lenta ma inesorabile del domino, rischia di travolgere economie e società locali.<br />
Tra 1999 e 2007 la crescita del valore aggiunto in costruzioni è doppio (+24,0%) di quello totale dell’economia italiana (+12,2%). Un incremento molto vicino - non a caso direi - al tasso di crescita registrato nel medesimo arco di tempo dal settore delle intermediazioni monetarie e finanziarie (+20,2%). Entrambi ben lontani dall’andamento degli altri settori di attività, con agricoltura in calo del 6,5%, industria con un modestissimo +2,8%, dato che compendia annate in negativo, servizi +9,7% e commercio +14,8%. Una radiografia essenziale ma eloquente dei pesi economici e della configurazione produttiva della società italiana postindustriale.<br />
Ma dopo tanto liberismo, ora il mercato regola i conti chiudendo, non ne vuole più sapere di costruzioni, si è costruito troppo. Negli Stati Uniti i valori immobiliari sono in calo già da quattro anni, i prezzi delle abitazioni sono crollati del 30-50%, con una perdita di ricchezza per i proprietari che viene stimata a fine 2008 intorno ai 4.000 miliardi di dollari e previsioni funeree per il 2009. In Irlanda, Regno Unito e Spagna la svalutazione del mercato immobiliare oscilla tra il 20 e il 30%. I listini delle società immobiliari italiane quotate in borsa sono calati fino al 90% dei valori precedenti la crisi.<br />
A farne le spese, oltre ai cittadini segregati nei quartieroni di periferia e in villettopoli svalutate, saranno soprattutto i lavoratori. Gli occupati nel comparto delle costruzioni rappresentano il 27,9% del totale degli addetti al secondario, l’8,4% dell’intera popolazione attiva. Nel 2007 il totale degli occupati del settore costruzioni ammontano a poco meno di 2 milioni, si valutano inoltre intorno ai 400.000 quelli coinvolti nell’indotto. Sappiamo bene inoltre che le piccole e piccolissime aziende edili, anch’esse vittime predestinate della crisi, celano notevoli quote di lavoro sommerso, soprattutto di stranieri immigrati illegalmente. Un problema non piccolo nella situazione sociale odierna e nel clima xenofobo che già si respira nelle aree settentrionali, le stesse in cui si prevede saranno maggiori i contraccolpi della sovraproduzione edilizia.<br />
Il ciclo immobiliare positivo durato dieci anni si è concluso nel 2006. Se il 2007 ha mostrato una modesta flessione, nel 2008 la caduta delle transazioni è di tutta evidenza. L’Osservatorio del Mercato Immobiliare nel terzo trimestre ’08 valuta un decremento del 13% complessivo, con una punta del 14,1% nel residenziale. Cresme fornisce una valutazione addirittura più pessimista e prevede un calo tendenziale delle compravendite di abitazioni del 17,3%. La contrazione delle compravendite è più accentuata nei comuni minori, dove sfiora mediamente il 16%, con cali massimi al Nord (-18%) e nel Centro (-17,3%), più contenuti al Sud (-11%), mentre nei comuni capoluogo si ferma alla soglia media del - 9,3%<br />
In questo quadro nazionale fosco il comportamento del mercato a Bologna e nella sua provincia mostra andamenti che sottolineano la mancanza di una visone metropolitana : se in città il calo di compravendite nel terzo trimestre ‘08 è del 5,3%, quindi abbastanza contenuto, in compenso il calo nel resto della provincia è uno stratosferico –26,8%, il più alto tra tutte le provincie metropolitane. Gli errori di pianificazione commessi nell’area vasta di Bologna, ma è più corretto dire del mancato coordinamento delle scelte edificatorie tra i comuni in cui si è riversata la popolazione bolognese cacciata da costi proibitivi, vengono al pettine.<br />
Si è scoperchiato il velo di una speculazione esasperata aggravata dal lassismo delle istituzioni locali nel concedere sviluppi edilizi. Non si è saputa coniugare la diffusione con coerenti politiche di governo del territorio. La polverizzazione apparentemente casuale degli insediamenti, in realtà legata alla maggiore o minore permeabilità delle classi dirigenti locali alle molte lusinghe del liberismo, ha generato territori incongrui sotto il profilo funzionale e qualitativo, disgregati da un insieme di forze opposte tendenti sia alla centralizzazione che alla dispersione.<br />
Effetti perversi di quella diffusione della rendita fondiaria urbana auspicata dagli enti locali per mettere in valore il territorio, incrementare entrate fiscali e patrimonio. Un’interpretazione del valore territoriale che non tiene conto della qualità della vita e ha usato gli abitanti come strumento di una crescita economica miope. A distruggere bellezza, un bene comune dissipato in nome di un’idea di innovazione che sul consumo – di territorio, della città, di bellezza, di socialità – ha il proprio cardine. In un’ambiguità insanabile tra valore d’uso e valore di scambio, spazio pubblico e spazio privato e continue erosioni dei diritti comunitari.<br />
Dopo il rigetto della pianificazione come strumento di regolazione e di governo, la mistica della concorrenza, del mercato e della conduzione imprenditoriale degli enti locali hanno concesso un’espansione senza limiti e piano. A spaglio, inondando i territori come un fiume in piena, in assenza di argini normativi o anche solo di buon senso. La retorica della governance e della sussidiarietà come alibi e arma legale.<br />
L’urbanistica frammentata a livello comunale, chiusa nel recinto dei confini amministrativi e quindi incapace di cogliere le correlazioni di area vasta di un’urbanità discontinua bisognosa di coordinamento. Una prospettiva autoreferenziale che ha convinto ogni municipio, in concorrenza con i vicini, a incentivare gli investimenti immobiliari nel proprio territorio senza che un livello istituzionale di più ampio sguardo esplicasse una qualche forma di piano e di controllo per regolare gli accrescimenti e calibrarli alle necessità reali. In un quadro di strumenti urbanistici che la deregolazione ha voluto sempre più allentati e permissivi, non a caso diversissimi per denominazione e forma giuridica. Una situazione in cui crisi finanziaria degli enti locali, Ici, oneri di urbanizzazione e scambi perequativi hanno congiurato contro scelte più oculate da parte dei comuni. Mentre le istituzioni che dovrebbero essere preposte alla pianificazione si limitavano a blande raccomandazioni che nei fatti venivano disattese, in assenza di potere di controllo, in forza di un principio di sussidiarietà troppo rispettoso dell’autonoma legittimità delle deroghe e disarmato a intervenire nel merito. L’urbanistica ha finito per adeguarsi alle logiche degli interessi speculativi, realizzati attraverso la stipula, di volta in volta, di accordi bilaterali in cui l’interesse collettivo è stato dimenticato. Il diritto pubblico sacrificato a favore di transazioni di natura privatistica.<br />
Ora però bisogna trovare modi per uscire dalla crisi che cambino alla radice le logiche che hanno sinora dominato il mondo. Non sono possibili meri rattoppi, debbono mutare le concezioni di base. Piccoli aggiustamenti all’esistente non farebbero che prolungare l’agonia e produrre nuovi e più profondi disastri.<br />
Bisogna inventare forme partecipate e coordinate di governo del territorio e coniugarle a una visione economica che non punti alla crescita, ma alla qualità del vivere e dell’abitare, alla convivialità e al benessere dei cittadini. Il tema della decrescita, sinora osteggiato e irriso, comincia a trovare consensi inaspettati. Quello che veniva giudicato pensiero utopico privo di reale applicabilità si è dimostrato capace di preveggenza e credo debba diventare il punto di vista da adottare per riprogettare dal basso i territori dell’infinita disgregazione urbana.<br />
Bisogna però prima di tutto capire la nuova natura della città e chi siano i suoi cittadini. Se sotto il profilo morfologico dobbiamo constatare dispersione e polverizzazione, che ne è dei sistemi territoriali? in che misura e quanto in profondità la frammentazione ha intaccato i reticoli delle relazioni e la coesione che un tempo ne aveva fatto dei modelli organizzativi e di socialità? come possiamo rianimare percorsi di cittadinanza che sono stati condannati all’afasia? come invertire la rotta e indirizzarci verso la rigenerazione dei luoghi? L’idea di città di città va in questa direzione e può consentirci di riconfigurare l’area dell’espansione bolognese come territorio della nuova cittadinanza.</p>
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