La transizione infinita, speranze e delusioni del popolo delle primarie. di Filippo Andreatta
Il progetto delle primarie
Il popolo delle primarie è costituito dai 4 milioni 300 mila elettori che hanno partecipato alla votazione indetta dall’Unione di centrosinistra il 16 Ottobre 2005 per scegliere il candidato premier alle politiche dell’anno seguente. Risultò, come è noto, largamente vittorioso Romano Prodi su Fausto Bertinotti, Clemente Mastella ed altri. Il risultato in termini di partecipazione fu decisamente superiore alle aspettative, e rappresentava un ordine di grandezza superiore agli iscritti ai partiti e più di un quinto dell’elettorato dell’intera coalizione, una proporzione superiore a quella di molte primarie americane. Le file di fronte ai gazebo per poter partecipare alle primarie diedero una spinta significativa sia alla vittoria del centrosinistra alle elezioni del 2006, sia alla ulteriore formazione del Partito Democratico nel 2007. L’impatto politico ed emotivo delle primarie del 2005 fu tale che il Partito Democratico non poté fare a meno di introdurle come regola preferita nel proprio statuto. Persino il centrodestra fu incoraggiato ad intraprendere un processo di avvicinamento che sarebbe poi giunto all’annuncio del Pdl nel Novembre 2007. Ciò nonostante, vi è un elemento di forte paradosso. I promettenti successi delle primarie del 2005, che davano l’impressione che si fosse all’alba di una trasformazione positiva nella politica italiana, sono invece oggi ricordati come il culmine di una parabola che è ormai nella sua fase discendente, se non addirittura esaurita.
Le primarie del 2005 rappresentarono il catalizzatore di tante esperienze precedenti, che attraversavano quasi l’intero arco del centrosinistra italiano. In ordine temporale, una parte riformatrice della Democrazia Cristiana aveva ottenuto la loro sperimentazione nelle elezioni comunali di Bologna del 1985, e le aveva poi riproposte nella fase di passaggio tra Dc e Ppi e, infine, per vincere le resistenze nel Partito Popolare Italiano ad accettare la leadership di Romano Prodi nel 1995. Una parte dell’elettorato si era invece avvicinata con simpatia ai tentativi di costituire un nuovo partito della sinistra, in particolare con la creazione del Pds nel 1992, che avrebbe nell’intenzione di alcuni aperto le porte a varie tradizioni oltre a quella ex comunista, come quelle cristiano-sociale, ambientalista e laico-socialista. Sicuramente gran parte del movimento referendario, che aveva innescato la fine della Prima repubblica con la vittoria sulla preferenza unica nel 1991, ambiva ad una maggiore partecipazione nella vita politica italiana. Quando Romano Prodi divenne il leader del centrosinistra nel 1995, i molti e spontanei Comitati per l’Italia che vogliamo incarnavano un desiderio di rinnovamento nelle forme della partecipazione. Quando si era conclusa nel 1998 la prima esperienza di governo del centrosinistra, le primarie erano nuovamente state ventilate, tra gli altri dall’Associazione Carta 14 Giugno, come il meccanismo per identificare la leadership di una nuova coalizione. Persino la sinistra radicale, più affezionata ad antichi modelli centralistici, ebbe un felice incontro con le primarie quando nel Gennaio 2005 il candidato del Partito della Rifondazione Comunista Nichi Vendola risultò vincitore nelle consultazioni per le elezioni regionali pugliesi.
Il popolo delle primarie che prese vita nel 2005 era quindi una larga fetta del centrosinistra italiano, e non incarnava una partecipazione occasionale o estemporanea. Come messo in luce da una ricerca dell’Istituto Cattaneo, rappresentava in particolare quei territori in cui è più alta la dose di civismo, ovvero in cui la partecipazione politica è più elevata, la disponibilità al volontariato più consistente, la società civile più vivace e organizzata.
Da un punto di vista demografico, il popolo delle primarie esprimeva invece in modo particolare la voce di quella generazione, nata nell’immediato dopoguerra, politicizzata ma ormai post-ideologica, che era rimasta delusa sia dalla partecipazione alla vita dei partiti tradizionali, sia dalle ipotesi movimentiste degli anni ’70.
Il popolo delle primarie non esprimeva solamente una domanda di partecipazione, ma un progetto politico più articolato e completo. Con l’adozione di un metodo di selezione delle candidature completamente nuovo si cercava infatti di superare il modello dei partiti di massa del XX secolo, per giungere a nuove forme di legittimazione e di organizzazione politica. In primo luogo, si mirava alla costruzione di un moderno sistema bipartitico (o almeno tendenzialmente bipartitico) che superasse gli steccati ideologici del XX secolo. In secondo luogo, di conseguenza, si intendeva rafforzare la democrazia dell’alternanza, con il fine di stimolare con la competizione politica la qualità dell’azione di governo. In terzo luogo, si voleva introdurre un vasto ricambio della classe dirigente, favorendo l’immissione nelle istituzioni di nuove energie e competenze. Questi obiettivi erano espliciti nel progetto dell’Ulivo, ed erano anche sottintesi dal metodo delle primarie, in quanto la necessità di selezionare i candidati aprendo la scelta agli elettori comportava sia la possibilità che i candidati non fossero legati ai partiti tradizionali, sia che lo schieramento che li presentava fosse sufficientemente ampio da avere delle probabilità di vincere nelle varie competizioni in oggetto.
Si intendeva così superare le due principali anomalie del sistema politico italiano. Da un lato, quella democrazia bloccata che aveva impedito l’alternanza durante la guerra fredda a causa della posizione del partito comunista, e che nella seconda repubblica ha portato ad una costante tentazione verso opposti estremismi piuttosto che a una competizione centripeta. Dall’altro lato, la cronica instabilità dei governi dovuti alla precarietà della coalizioni e all’eccesso di potere delle segreterie di partito rispetto ai desideri degli elettori. Questo problema, temperato nel centrodestra dalle particolari caratteristiche della sua leadership, nel centrosinistra si è semmai accentuato negli ultimi anni. Nessuno dei leader della coalizione è sopravvissuto per un’intera legislatura, e tutti sono invece caduti proprio per problemi interni alla coalizione, come dimostrano le vicende di Prodi nel 1998, D’Alema nel 2000, Rutelli dopo il 2001, Prodi nel 2008, Veltroni e poi Franceschini nel 2009. Nel due casi di Prodi, le macchinazioni tra i partiti della maggioranza hanno persino portato a sconfessare, dopo nemmeno due anni, il leader che era stato presentato agli elettori, e che era risultato vincitore nelle urne.
L’inaspettato successo delle primarie, che contribuì anche alla vittoria del centrosinistra nel 2006, modificò l’atteggiamento dei partiti della coalizione, e in particolare i due principali Ds e Margherita. La prima fase del progetto ulivista, quella potenziale, ebbe termine e si arrivò alla sua concretizzazione. Fino ad allora i partiti avevano osteggiato nei fatti le ipotesi di semplificazione del centrosinistra, consegnandole ad un incerto ed eventuale futuro, ad esempio con la rivendicazione del centro-sinistra (con il trattino) e il cambiamento della maggioranza nel 1998, il rifiuto dei Ds di Veltroni di intraprendere un percorso di unificazione al congresso fondativo del 2001, il no della Margherita di Rutelli, concordato con i Ds, a liste comuni alle regionali del 2005 e per il senato del 2006. Dall’ottobre del 2005, Ds e Margherita si impegnarono solennemente ad una radicale innovazione del panorama politico del centrosinistra, che avrebbe portato due anni dopo alla costituzione del Pd. Con la determinazione dei convertiti, e con la consapevolezza che se non avessero cavalcato l’onda delle primarie questa avrebbe potuto dar vita a soggetti politici diversi dai loro, i partiti fondatori si presero quindi in carico il compito di mettere in atto un radicale rinnovamento nel centrosinistra.
La (mancata) realizzazione del progetto
In realtà le stesse la primarie del 2005 erano state il frutto di un compromesso tra le ipotesi di rinnovamento e quelle più conservatrici. Nel 2004, la lista unica alle Europee aveva suscitato proteste da parte dei partiti, che ritenevano preferibile «contarsi». Il rilancio del progetto vide pertanto l’ipotesi di primarie, intese come una «sfida» all’attuale sistema nell’estate del 2004. Fu convinto Bertinotti a partecipare, in modo che Rifondazione potesse aderire su basi democratiche all’alleanza che si stava costituendo, e il Comitato per le primarie disegnò le regole, che vennero usate per la prima volta in Puglia. I partiti del centrosinistra, che ottennero le liste separate senza primarie nelle regionali del 2005, furono pertanto costretti a concedere qualcosa. Nonostante le resistenze, in primis della Margherita di Rutelli, furono quindi convocate le primarie per il candidato premier per l’autunno. Si trattò però di primarie sui generis, in quanto i candidati erano in sostanza candidati dei partiti: Prodi di Ds e Margherita, Bertinotti di Rifondazione, Mastella dell’Udeur, Di Pietro dell’Italia dei Valori, Pecoraro dei Verdi. Da un lato, questo fece sì che la vittoria di Prodi potesse anche essere considerata una vittoria di Ds e Margherita, che si fecero carico di portare avanti il progetto mentre Prodi si preoccupava di vincere le elezioni e di guidare il governo. Dall’altro lato, gli altri partiti della coalizione, nonostante la partecipazione alle primarie, una volta scelto il leader ritornarono a negoziare e condizionarer la loro partecipazione all’Unione come se nulla fosse accaduto, imponendo una massacrante trattativa sul programma nella ben nota maniera di una coalizione parlamentare. In questo senso, le primarie vennero conquistate e perdute nello stesso momento.
Nel progettare il nuovo soggetto politico, Ds e Margherita affiancarono agli obiettivi del popolo delle primarie anche il comprensibile scopo del mantenimento della loro tradizione (e dei loro apparati). I vertici dei partiti, e in particolare Piero Fassino che si è speso con grande generosità nella fase di transizione, erano sinceri nel voler fondare un nuovo soggetto partitico senza perdere il capitale umano e la tradizione che avevano ereditato. Si trattava però purtroppo di obiettivi incompatibili. Invece di «sciogliersi» per permettere ad un «partito nuovo», anche nelle forme, di emergere, decisero quindi di «fondersi» per dar vita, nelle parole di Arturo Parisi, semplicemente ad un ulteriore «nuovo partito». Invece di riselezionare la classe dirigente sulla base dei principi e delle regole del nuovo partito, si è stabilito che le oligarchie che avevano scalato le «vecchie» formazioni avessero il diritto di rimanere nel novero dei dirigenti, con cariche analoghe, in quello «nuovo». Praticamente l’intera classe dirigente del nuovo partito è quindi composta, al centro e in periferia, da dirigenti di quelli vecchi, spesso con la medesima funzione. Invece di trovare delle basi ideali nuove e comuni, in molti casi si è preferito la somma di valori e atteggiamenti ideologici del passato, alcuni dei quali incompatibili tra loro, con il risultato di posizioni deboli, distinguo e divisioni frequenti. Dopo nemmeno due anni di legislatura, 16 deputati o senatori, o il 5% del totale, hanno lasciato i gruppi parlamentari del Pd su basi ideologiche sottolineando quanti errori siano stati commessi in fase di candidatura, o quanto tiepida fosse l’intensità dell’adesione.
Le nomenklature non hanno quindi rinunciato a difendere i loro privilegi, in parte giustificandoli proprio con l’emergenza di una fase di transizione verso nuovi equilibri politici. Ad ogni elezione dopo la caduta del muro di Berlino, è così stata presentata agli elettori almeno una nuova sigla significativa. Il Pci è diventato Pds, poi Ds. La Dc è diventata Ppi, poi Margherita. Il risultato paradossale è che ogni pochi anni, di fronte ad una necessità di cambiamento manifestata dagli stessi dirigenti che accettavano di porre fino ad un partito per dar vita ad una nuova esperienza, venivano cambiati i partiti, ma la classe dirigente rimaneva la stessa. E sono anche cresciute le risorse a disposizione delle oligarchie di partito. Nonostante l’abolizione del finanziamento pubblico per via referendaria nel 1993, venivano poi approvate, con il pieno sostegno dei principali partiti di centrosinistra, norme sui «rimborsi» elettorali che nel 1999 non erano più attinenti alle spese effettivamente sostenute, nel 2002 abbassavano il quorum dal 4% all’1% e che nel 2006 sono stati estesi a tutti gli anni della legislatura a prescindere dalla sua durata, con il paradossale risultato che per gli anni 2008-2011, a causa della fine prematura della legislatura precedente, i partiti ricevono un contributo doppio. Veniva infine accettata passivamente la norma della legge elettorale che consegna la composizione dell’intero gruppo parlamentare alla scelta dei vertici di partito con il meccanismo delle liste bloccate, senza nemmeno tentare una qualche procedura - come forme di consultazione aperta - per la selezione dei candidati. Mentre i partiti diventavano sempre più deboli nel paese, le segreterie di partito non erano mai state così forti.
Conciliare i due obiettivi, il rinnovamento e il mantenimento della tradizione, si quindi è rivelato impossibile. Da un lato, è diventato impossibile far emergere una nuova classe dirigente, dal momento che due intere nomenklature dovevano trovare un accordo per un unico organigramma, e quindi avevano la tendenza ad usare tutte le cariche (e le sedie) disponibili. Quando nell’estate 2008 fu definita la Direzione del Pd, questa fu suddivisa in quote (il famoso 60/40) tra ex-Ds ed ex-Margherita, senza nemmeno una quota residuale per chi magari era semplicemente democratico. L’apertura alla società civile, o a un ceto politico diverso, che era sottintesa dal metodo delle primarie, è quindi diventata impraticabile, a parte qualche simbolica e strumentale cooptazione immediatamente omologata. E non si tratta affatto di una questione anagrafica, ma di credibilità del reclutamento e della motivazione. Se si ha aderito ad un altro partito, o se addirittura lo si è rappresentato in organismi dirigenti, con che credibilità si può rappresentarne, senza soluzione di continuità, un altro che si definisce «nuovo»? Dall’altro lato, si è chiuso il perimetro di chi poteva aderire al Pd, restringendolo agli aderenti dei soli due partiti fondatori, dal momento che le formazioni del centrosinistra alla sinistra o alla destra di Ds e Margherita non erano adeguatamente rappresentate e si sarebbero trovate in una situazione di inferiorità rispetto ai partiti «fondatori».
Il Pd ha quindi svolto piuttosto bene il compito di «traghettare», dopo i limiti del Ppi e della Margherita, del Pds e dei Ds, gli ex democristiani ed ex comunisti nell’attuale sistema politico, ma ha potuto svolger male il compito del partito unico del centrosinistra che gli era stato assegnato dal popolo delle primarie. Questo è stato chiaro sin dalla candidatura di Walter Veltroni, un ex segretario Ds candidato «ufficialmente» dai due partiti fondatori contro il quale non ci si poteva candidare «per il bene della ditta», e dalle modalità con cui è venuta meno la maggioranza governativa. Una volta uscito Prodi dal panorama politico, con la sua promessa mantenuta di ritirarsi che dimostrava la sua estraneità alla politica professionale, si sono fatti avanti gli stessi che in precedenza avevano rallentato o frenato il rinnovamento. Si è così tornati «finalmente» a quell’aristocrazia di dirigenti forgiata dai partiti ideologici di massa, e che si era trovata obtorto collo ad accettare una leadership ad essa estranea, mentre i pochi che provenivano da esperienze diverse si sono rapidamente conformati. La fase di avvio del Pd ha quindi prodotto più ambiguità di quante non ne abbia risolte: un segretario garante dell’ulivismo «ma anche» dei partiti fondatori, eletto con le primarie «ma anche» con un congresso; un partito delle primarie «ma anche» delle liste bloccate, proiettato al futuro «ma anche» alla tradizione; un Pd unitario «ma anche» con le correnti, perno dell’Unione «ma anche» suo principale elemento di destabilizzazione con la cosiddetta «vocazione maggioritaria». Ciascuna di queste ipocrisie è stata un chiodo nella bara dei progetti di rinnovamento, e la principale funzione storica del Pd è stata quella di mantenere uniti i Ds, e di permettere a parti della Margherita di rimanere in sella. Invece di essere l’apoteosi della speranza popolo delle primarie, la nascita del Pd è retrospettivamente stata la principale causa della sua fine.
Si è potuta così concretamente misurare la delusione di tanti che avevano originariamente aderito al progetto. Alle votazioni che elessero Veltroni, era anche stata contestualmente eletta una Assemblea Costituente, che avrebbe dovuto rappresentare l’organo di discussione delle regole e delle linee politiche del nuovo partito, e un potenziale serbatoio per nuovi dirigenti. Si trattava quindi di un organo rappresentativo composto da persone che si erano candidate ed erano state elette, e che quindi si poteva presumere avessero un sincero interesse alla vita del nuovo soggetto. Ciò nonostante, dopo la prima riunione la maggior parte dei delegati non si è nemmeno presentata alle (poche) riunioni prima che la stessa Assemblea venisse definitivamente esautorata. Quando fu eletta la direzione nazionale nella sua terza seduta, il 20 Giugno 2008, era presente circa il 20% degli aventi diritto, mentre quando fu eletto il segretario nazionale dopo le dimissioni di Veltroni, nel Febbraio 2009, votarono solo 1.154 delegati su 2.858.
Il risultato in termini elettorali è stato devastante. Mentre, anche sulla spinta delle primarie 2005, alle politiche del 2006 l’Unione era riuscita a coalizzare 19 milioni di voti, nel 2008 il centrosinistra ha raggranellato poco meno di 14 milioni di elettori. Se ci fosse stata un’alleanza con la sinistra radicale come nel 2006 i voti ottenuti sarebbero stati 16 milioni, con una perdita complessiva del bacino di centrosinistra di 3 milioni.
In questo contesto disastroso, il Pd ha mantenuto i 12 milioni di voti dei partiti fondatori alle elezioni precedenti, ma visto che ha ricevuto significativi consensi dalla sinistra radicale (che ha dimezzato i consensi da 4 milioni a 2) in virtù del voto strategico, ne ha persi altrettanti verso l’astensionismo, l’Udc o il centrodestra. Il trend negativo è continuato alle europee del 2009, nelle quali la sinistra radicale recuperò in parte i voti persi l’anno precedente e nelle quali il Pd ottenne 8 milioni di voti, o 4 in meno delle politiche. Un nuovo soggetto, che avrebbe potuto nascere già prima delle elezioni del 2006 con gli auspici di una vittoria e un possibile contributo positivo alla stabilità del governo, è quindi nato destabilizzando la già precaria maggioranza di governo e venendo battezzato da una forte emorragia di voti. Non si è pertanto potuto approfittare delle molte debolezze di Berlusconi, riconsegnandogli l’opportunità di rivincere le elezioni per la terza volta dopo due sconfitte.
E’ quindi auspicabile che, dopo quella della gestazione e quella delle difficoltà, si apra ora una terza fase nel progetto auspicato dal popolo delle primarie. Bisognerebbe in particolare abbandonare le ambiguità che vedono il Pd sia come il depositario della tradizione di due partiti sia come il partito unico del centrosinistra, secondo la famosa espressione della «vocazione maggioritaria». All’opposizione, e al sistema politico italiano nel suo complesso, serve un soggetto più ampio dell’attuale Pd e che sia maggiormente in grado di mobilitare e valorizzare energie ed esperienze anche al di fuori della politica professionale. Nel sistema politico delle primarie per antonomasia, quello americano, Barrack Obama è diventato presidente nel 2008 quando era entrato in politica 12 anni prima ed era diventato un politico professionista, abbandonando la sua precedente occupazione, solo nel 2004. Dopo ormai due decenni da quando è cominciata, è necessario compiere finalmente, almeno nel centrosinistra, questa infinita transizione della politica italiana.
Una nuova fase
Nonostante il fallimento delle aspirazioni del Pd, ci sono alcuni elementi di speranza per il futuro. Il Pd riesce infatti nel compito non facile di rappresentare il più ordinatamente possibile la somma di Ds e Margherita, e la segreteria di Pierluigi Bersani ispirata dalla orgogliosa difesa dell’eredità e della tradizione dei partiti fondatori probabilmente meglio di altre porterà il Pd a tenere unito quel fondamentale bacino di voti, di circa un terzo dell’elettorato. E’ anche promettente il rimescolamento avvenuto nella campagna congressuale, per cui i sostenitori dei vari candidati alla segreteria hanno offuscato le divisioni tra i partiti fondatori. Ma si tratta pur sempre di una «fusione fredda». Per vincere, e per modernizzare l’Italia, ci vuole qualcosa di diverso e di più ampio, e la strategia dell’attuale segreteria, messa in campo per le regionali, sembra prendere atto di questa necessità.
Le primarie possono essere proprio uno strumento decisivo in questo contesto. Se infatti la scelta identitaria del Pd ha reso necessaria una coalizione per poter essere competitivi alle elezioni, soprattutto con la legge elettorale proporzionale vigente, è anche necessario che questa coalizione sia diversa da quelle del passato, rivelatesi eccessivamente instabili, vittima e ostaggio dei particolarismi di partiti piccoli e meno piccoli. L’Unione è fallita non per colpa dell’Unione, che non aveva alcuna risorsa autonoma, né di personale politico né di risorse, ma per colpa dei partiti che ne facevano parte. Quello che manca, e che è mancato nel 1998 e nel 2008, è una «cessione di sovranità» da parte dei partiti nei confronti della coalizione e dei leader di governo, e che può essere concessa solo con una legittimazione forte di questi ultimi. Non ci sono alternative a che questo possa avvenire esclusivamente tramite meccanismi di consultazione popolare. La doppia legittimazione, da parte dei partiti e da parte delle primarie, della quale godeva il Presidente Prodi, è stata infatti corrosa dall’ambiguità tra le due e quando la seconda si è affievolita, la prima è stata ritirata. Una coalizione puramente parlamentare, o persino una coalizione consacrata da primarie formali, il cui risultato fosse stato preconfezionato dalle segreterie di partito, avrebbe, forse, modo di vincere le elezioni, ma non di governare il paese facendolo emergere dalla crisi. Non riuscirebbe infatti a garantire un esecutivo autorevole e una maggioranza stabile, e forse rappresenterebbe la pietra tombale per quell’aspirazione ad una moderna democrazia dell’alternanza che ha animato il popolo delle primarie.
Questo significa che l’attuale sistema delle primarie andrebbe riformato. La tensione tra il Pd come fusione di Ds e Margherita e il partito unico del centrosinistra è infatti illustrata proprio dal ruolo che le primarie hanno nel Pd, che ha indotto lo stesso partito ad avviare una revisione dello statuto dopo nemmeno due anni dalla sua approvazione. Dato che il Pd si trova spesso a doversi alleare con altre forze, le primarie non sempre possono essere utilizzate per il loro scopo principale, l’identificazione di candidati per cariche istituzionali monocratiche ai vari livelli, in quanto le coalizioni di centrosinistra sono al momento deboli e necessitano di un accordo diplomatico tra segreterie. L’unica carica per la quale è possibile aprire sempre le consultazioni è quindi quella per segretario di partito, visto che questa è l’unica posizione che per definizione dipende esclusivamente dal Pd. In questo caso sarebbe più corretto parlare di elezione diretta del segretario da parte degli elettori, in quanto la parola primaria, come si evince dal suo etimo che implica che deve svolgersi «prima» di un’altra elezione, dovrebbe essere usata solo per le elezioni istituzionali.
Il problema non è solo di definizione, ma di filosofia della forma partito. Gli ex Ds ed ex Dl, provenendo dalla tradizione dei partiti ideologici come Pci e Dc, non hanno infatti avuto alcun problema nell’abbracciare un meccanismo che legittimasse per via popolare le segreterie di partito. Questo però frustra uno dei principali scopi delle primarie, che è quello di legittimare i candidati per le istituzioni con un’investitura diretta da parte degli elettori, mettendoli al riparo proprio dalle precarie alleanze tra segretari di partito che hanno caratterizzato e destabilizzato i governi nazionali e locali nella prima repubblica come nella seconda. Al contrario, abbiamo oggi la singolare situazione per cui i segretari di partito sono legittimati con le primarie, mentre i candidati possono essere ancora scelti dalle segreterie di partito. Questo non contribuisce di certo alla stabilità delle coalizioni e all’efficacia del governo, e sembra non contribuire nemmeno alla stabilità delle segreterie di partito, come è dimostrato dalle dimissioni di Veltroni all’indomani di una serie di rovesci elettorali. Le primarie avrebbero dovuto fungere da metodo di selezione di una nuova generazione di dirigenti-eletti, forti del consenso nelle primarie e nelle elezioni, e dell’efficacia della loro azione di governo. Le primarie del Pd hanno invece sinora rilegittimato una classe politica selezionata all’interno dei partiti, anche perché la carica di segretario è giustamente riservata ad uomini «di macchina», mentre le cariche istituzionali sono rimaste alle mercé delle segreterie e il ceto parlamentare è, grazie ad una sciagurata legge elettorale applicata senza alcun correttivo, completamente cooptato.
E’ necessario quindi che le primarie vengano ridisegnate per il loro scopo principale, invece che essere abusate per compiti impropri, minori o persino controproducenti. Dovrebbero innanzitutto selezionare una leadership della coalizione che abbia l’autorevolezza e la legittimazione di resistere alle incertezze della diplomazia tra le segreterie di partito dopo le elezioni. Fino a che non ci sarà un partito unico del centrosinistra, le primarie dovrebbero per logica essere di coalizione e nessun partito dovrebbe appropriarsene. Il Pd, se intende perseguire la strada delle primarie, dovrebbe quindi assumersi una grande responsabilità. Dal momento che dispone di gran lunga della maggior forza organizzativa nel centrosinistra, dovrebbe garantire agli altri alleati e al popolo delle primarie che si tratta di primarie «autentiche», evitando candidature «ufficiali» e sponsorizzandone nessuna o più di una. Se invece vorrà dominare la coalizione come un patto di sindacato domina un’azienda quotata, l’esperimento verrà soffocato, così come la diarchia Ds-Margherita ha soffocato gli esperimenti ulivisti. La semplice legittimazione cerimoniale, come si è visto per le primarie del 2005, non è infatti sufficiente a rassicurare gli italiani che il centrosinistra è in grado di mantenere un governo in carica per un’intera legislatura, cosa che sinora non è purtroppo mai avvenuta. Sarebbero inoltre auspicabili meccanismi di selezione competitivi anche per i candidati a Camera e Senato, che avrebbero il pregio di incoraggiare un ceto parlamentare più autonomo e responsabile, con una rappresentatività e dignità indipendente da chi compila ai vertici le liste bloccate. Sarebbe così forse incentivata la nascita di una classe politica meno legata alle correnti e al ceto politico del passato, che sarebbe in grado con maggiore credibilità di riprendere il progetto di una compiuta riforma del sistema partitico italiano, secondo quanto auspicato dal popolo delle primarie.
L’unica alternativa ad una nuova fase dell’Ulivo, questa volta con minori compromessi, è una nuova fase dell’Unione, con una coalizione ampia imperniata intorno ad un Pd grande ma non autosufficiente, ed estesa dalla sinistra radicale a forze centriste. Questa soluzione potrebbe avere il merito di sconfiggere Berlusconi per la terza volta, inducendolo ad un abbandono che porrebbe fine al quindicennio nel quale il Cavaliere ha dominato la scena politica e le nomenklature di centrosinistra hanno resistito in virtù dell’emergenza. In un simile contesto però, le primarie non potrebbero avere un ruolo significativo, in quanto si tratterebbe chiaramente di una coalizione parlamentare nella quale i segretari dei partiti avrebbero la capacità di fare, e disfare, i governi. Piuttosto che traghettare l’Italia nella terza repubblica, ci si concentrerebbe così sull’obiettivo di mettere fine alla seconda, lasciando ai posteri l’arduo compito di costruire nel nostro paese un sistema politico stabile ed efficace. Quello che l’esperienza ci ha insegnato, dal 2005 ad oggi, è che non si può perseguire questo secondo obiettivo facendo finta di rincorrere anche il primo nello stesso tempo.
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