il bacino del Po e i suoi problemi irrisolti- di Giuseppe Gavioli
appunto sugli sviluppi degli aspetti istituzionali, dei punti critici e dei progetti di governo del bacino del Po
1. L’Autorità di bacino del Po, alla vigilia della sua trasformazione in Distretto idrografico[1], previsto dalla fondamentale Direttiva quadro comunitaria in materia di acque (2000/60). Mentre per l’Autorità di bacino sono ormai trascorsi 31 mesi dalla conclusione naturale (agosto 2007) del mandato del Segretario generale uscente (Michele Presbitero, subentrato a Roberto Passino), senza che a differenza di altre situazioni analoghe (Arno e Tevere) sia avvenuta la nomina di uno nuovo (e per fortuna che il facente funzione, Francesco Puma, si muove con competenza e responsabilità).
Non sono mancati alcuni dati di ripresa. La Consulta delle 13 Province rivierasche del fiume Po, assieme alla Segreteria dell’Autorità di bacino, dopo una lunga attività preparatoria e con l’adesione successiva delle Regioni padane, il 23-24 novembre 2007 ha promosso a Piacenza il (IV°) congresso nazionale per il Po e lanciato il progetto strategico speciale ‘Valle del fiume Po’[2], fatto proprio dal CIPE meno di un mese dopo (21 dicembre 2007), con una delibera di stanziamento di 180 Mln di euro sui fondi FAS. Ma, a distanza di oltre due anni e dopo aver passato anche il vaglio della VAS (valutazione ambientale strategica), il finanziamento del Progetto rimane tuttora sospeso in aria, per il dirottamento delle risorse previste in altre direzioni e improprie, da parte del Governo, in capo a Tremonti.
La complessiva caduta dell’azione congiunta delle Regioni del Po, delle forze politiche e delle istituzioni (salvo una indagine dell’VIII° Commissione della Camera nel 2008) ha ulteriormente indebolito il ruolo e il peso dell’organismo di governo del Po, appunto l’Autorità di bacino (come è noto, anche per quello padano, costituita dalle Regioni del bacino con la rappresentanza dello Stato centrale).
Dopo una lunga fase di inadempienze del nostro Paese rispetto ai tempi vincolanti della Direttiva comunitaria 2000/60, per evitare di disattendere perfino la scadenza comunitaria del dicembre 2009 e di dover pagare pesanti sanzioni finanziarie, il Governo e il Parlamento hanno stabilito che le Autorità di bacino di rilievo nazionale (compresa quella del Po) pubblicassero, in poco più di un semestre, i Piani di gestione delle acque dei rispettivi Distretti, previsti dalla stessa Direttiva entro il 22 dicembre (in Italia il termine è stato prorogato alla fine del febbraio scorso). I Distretti assorbiranno le rispettive Autorità di bacino esistenti (sia pure con delimitazioni diverse da quelli esistenti dall’inizio della loro istituzione, vent’anni fa, modificate -ad eccezione di quella del Po- dal D.lgs 152/2006 in materia ambientale (cd decreto Matteoli).
Anche l’Autorità di bacino del Po, il 24 febbraio scorso, ha adottato il proprio Piano di gestione (art 13 Direttiva 2000/60): il quadro conoscitivo e programmatico del prossimo Distretto, dove si cerca di portare ad unità di lettura e di governo i Piani regionali delle acque, le diverse elaborazioni e programmi in materia di acque esistenti (incorporando lo stesso Progetto Po del fiume Po). A conclusione di un intenso lavoro di aggiornamento, progettuale e partecipativo e in tempi strettissimi,
Va aggiunto che l’attuale D.lgs 152/2006, che ha voluto abrogare le principali leggi di riforma in campo ambientale del quindicennio precedente, a partire dalla legge quadro ambientale e istituzionale 183/89 sulla difesa del suolo e delle acque (poi riesumata provvisoriamente) e che istituiva la pianificazione integrata delle acque e del suolo per bacini e non per confini amministrativi, attraverso le Autorità di bacino, è ora di nuovo oggetto di revisione entro il prossimo giugno. Aggiungendo incertezza alla confusione.
2. L’AIPO (Agenzia Interregionale per il fiume Po: ex Magistrato per il Po), ora esclusivamente in capo alle Regioni Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte,Veneto (in attuazione del D.lgs 112/98: cd Bassanini, art 92) è ormai un soggetto parallelo (quando non in competizione) all’Autorità di bacino, a partire dall’intesa tra le 4 Regioni, tradotta in una uguale legge regionale, che mutua (impropriamente, a mio avviso) il modello dell’Autorità di bacino:
Rispetto all’AIPO, l’Autorità di bacino, che dal 1990 è l’organismo tecnico e istituzionale di cooperazione tra Stato centrale e Regioni padane, nella sua prossima confluenza nell’istituendo Distretto dovrebbe rafforzare la sua funzione di indirizzo e coordinamento unitario del governo (di ‘gestione’, come scrive la Direttiva comunitaria 2000/60) di tutto il bacino e delle sue attività, col supporto degli organismi tecnici necessari (dall’AIPO, che ha recentemente incorporato l’ARNI per la navigazione interna, alle ARPA regionali, già coordinate tra loro a scala di bacino). Insomma, il Distretto come unico soggetto ‘federato’, innanzitutto tra tutte le Regioni padane per il territorio di pertinenza, con la rappresentanza dello Stato centrale. E con la partecipazione ai processi decisionali degli interessi economici e ambientali, delle istituzioni locali e dei parchi, degli organismi di gestione delle risorse delle acque (e del suolo). Del resto, nel bacino padano vanno in questa direzione, già da tempo (1995) il Comitato di consultazione della attività di piano (finora operante solo nell’Autorità del Po), la Consulta delle Province rivierasche del fiume, associazioni di Comuni, modalità di cooperazione come i ‘contratti di fiume’.
3. Il dualismo ora esistente tra Autorità di bacino/presto Distretto e AIPO sta allentando non solo l’azione di governo integrato delle acque (superficiali, sotterranee e costiere) e del suolo, necessariamente congiunto a scala di ecosistema e in sede di Autorità di bacino, da parte di tutte le Regioni padane (basti pensare alla interdipendenza tra escavazioni in alveo ed erosione delle coste; deterioramento delle acque superficiali e sotterranee e condizioni delle acque costiere; e, all’opposto, ingressione marina e salinizzazione dei terreni, ecc), ma anche l’efficacia di ciascuna Regione nell’esercizio diretto delle proprie competenze autonome e all’interno di ciascuna di esse.
Lo scollamento viene favorito dalla spinta alla separatezza di ciascuna Regione dalle altre anche contigue, resa possibile dalla disarticolazione della pianificazione delle acque, introdotta dalla modifica della modalità di formazione dei Piani regionali di tutela delle acque (D.lgs 152/99, art 44), ancora con alcuni limiti della legge 319/76 (cd Merli), che però già prevedeva conferenze permanenti interregionali permanenti per “controlli della compatibilità dei piani regionali di risanamento delle acque relativi ai bacini a carattere interregionale” (art 2, lett c)[3], ben 14 anni prima dell’introduzione del governo per ecosistemi di bacino).
Queste deformazioni culturali e istituzionali inducono effetti negativi diretti sulla stessa possibilità di costruire, coordinare e monitorare l’equilibrio del bilancio idrico quali/quantitativo tra la pressione delle domande dei diversi utilizzi delle acque (civile, irriguo, energetico, industriale, turistico, ambientale) e disponibilità della risorsa, possibile solo a scala di bacino/Distretto. Si tratta di una condizione/obiettivo indispensabile (quanto faticosa e difficile) per regolare la distribuzione dell’acqua tra i diversi impieghi e ripartirne gli oneri economici e finanziari tra i territori, gli utilizzatori e le diverse realtà sociali: condizione e misura di ogni politica territoriale, urbanistica, economica. A fronte della diminuzione della disponibilità complessiva e alla qualità della risorsa rispetto alla pressione crescente della domanda. E soprattutto all’accelerazione delle mutazioni climatiche, che hanno già cominciato a retroagire sulle precipitazioni e a richiedere cambiamenti sostanziali sulle emissioni in atmosfera; e dunque sugli assetti sociali e territoriali, energetici, produttivi e dei consumi. La dimensione di questi cambiamenti, come è sempre più evidente è planetaria, ma ha effetti diretti impressionanti –non solo nelle riprese satellitari- nella grande conca della Valle padana.
4. In questa situazione crescono incertezza confusione, alimentate soprattutto: a) dal continuo cambiamento –e in direzioni contrastanti- degli orientamenti e della legislazione nazionale dell’ultimo decennio; b) dall’abbandono di ogni reale politica di pianificazione e finanziamento della difesa del suolo e di tutela delle acque; c) dal netto spostamento del centro dell’attenzione del Governo alle emergenze, unificate dalla sostanziale trasformazione della Protezione civile nel principale soggetto delle politiche d’intervento, alternativa alle politiche ordinarie di prevenzione e con una dote finanziaria spropositata; e il tentativo del compimento nel recentissimo decreto legge (195/2009) che intendeva privatizzare gli strumenti di intervento (Protezione civile spa), le modalità gestionali, l’ampiezza senza limiti dell’azione per ogni tipo di ‘evento’. Provocando il monito dello stesso Presidente della Repubblica a ricondurre la Protezione ai soli compiti di emergenza.
In questa cultura e prassi di governo nazionale e del bacino padano, che non vede finora capacità reattive sociali e di progetto adeguate da parte delle opposizioni, né una decisa azione coordinata dell’insieme delle Regioni padane, hanno preso spazio e aggressività crescente le posizioni della Lega e della Lombardia di Formigoni, in un connubio di validazione reciproca.
Innanzitutto la Lega, attiva protagonista da tempo entro l’AIPO fin dalla sua formazione (2002),in rappresentanza della Lombardia: sia alla presidenza dell’Agenzia, sia come coprotagonista, con influenza determinante. Infatti è riuscita a far avanzare la convinzione che AIPO e Autorità di bacino siano rispettivamente: una, capace di decidere (l’AIPO); l’altra (l’Autorità di bacino), sempre più debole, sostanzialmente un doppione. Fino a presentare, l’estate scorsa, un progetto di legge che traduceva in termini formali il rovesciamento di ruoli, trainato dall’AIPO. E proprio quando la trasformazione dell’Autorità di bacino nel Distretto dovrebbe rafforzare la sua responsabilità unica di governo vincolante delle acque e dei loro impieghi, sempre più integrato con la difesa dalle acque e del suolo.
Nei cambiamenti degli atteggiamenti in atto, favorevoli ‘pregiudizialmente’ alle grandi opere, a prescindere dalla loro necessità e conseguenze che producono (naturalmente dichiarate tutte migliorative delle condizioni attuali), per iniziativa dell’AIPO e della Regione Lombardia, tramite la società ‘Infrastrutture Lombarde’ spa, di totale proprietà della Regione, è stato realizzato lo studio organico di analisi e di progetto preliminare di bacinizzazione del fiume Po, nel tratto tra Cremona e foce Mincio, con quattro sbarramenti (e due ulteriori possibili più a valle), lungo il corso del fiume, nei territori delle Province di Rovigo, Mantova, Parma, Reggio Emilia, Ferrara (apile2009)[4]. Le reazioni finora sono cautamente critiche da parte dell’ Emilia-Romagna, nette in sede di osservazioni tecniche[5] e da parte delle associazioni ambientaliste a fronte di un progetto che sconvolge la stessa configurazione e natura del fiume [6].
5. Le iniziative degli ultimi mesi (a quanto mi risulta): 1) una interrogazione degli onn Carmen Motta, Alessandro Bratti (PD Emilia-Romagna), Raffaella Mariani (capogruppo PD Commissione Ambiente, territorio e lavori pubblici della Camera, 14 novembre 2009) sulla ‘sparizione’ dei 180 mln decisi dal CIPE, con risposta evasiva del Governo (Sottoseg Roberto Meina) il 26 gennaio successivo; 2) una risoluzione piuttosto generica e discutibile (in particolare per i rapporti Autorità di bacino/AIPO!) sulla governance del Po, promossa dalla Lega e, con marginali modifiche del PD Piatti, approvata da tutta l’VIII° Commissione della Camera; 3) dopo un lungo vuoto per il rinnovo delle amministrazioni locali del maggio scorso e il cambio di maggioranza di numerose Province rivierasche, a partire da Piacenza, capofila della Consulta, la ripresa della attività della stessa Consulta (23 marzo) con un documento unitario, che richiede di ripristinare i fondi del Progetto ‘Valle del fiume P; di finanziare gli interventi di bonifica conseguenti al disastro del Lambro (sversamento di 26.000 tonnellate di idrocarburi, di cui 1800 di gasolio e 800 di olio combustibile); di procedere a nominare il Segretario generale dell’Autorità di bacino; 4) una iniziativa elettorale nazionale –riuscita- del PD a Mantova, conclusa da Bersani.
Unico elemento di novità ‘istituzionale’, in corso da mesi e non ancora conclusa: la sottoscrizione di un Protocollo d’intesa tra le 4 Regioni padane che costituiscono l’AIPO, la Consulta delle Province del Po, perché venga approvato il progetto ‘Valle del fiume Po’, che, dopo un lungo passaggio tra i Ministeri sembra stia approdando alla firma del Ministro dell’Ambiente (formalmente non decisivo).
Per il disastro del Lambro, ridimensionato nella comunicazione degli interventi di tamponamento e su cui è rapidamente caduto l’interesse dell’opinione pubblica, non si hanno ancora valutazioni definitive sugli effetti a lungo periodo. Finora si dispone del Rapporto dell’Autorità di bacino con ISPRA (già agenzia nazionale per l’ambiente)[7] e del Progetto di monitoraggio sugli impatti, appunto, di lungo periodo con le Arpa Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, dei Parchi del Delta del Po e delle Province interessate; oltre alla richiesta del finanziamento dell’azione di bonifica.
(24.01.2010, aggiornato al 12 aprile)
[1] “Distretto idrografico: area di terra e di mare, costituita da uno o più bacini idrografici limitrofi e dalle rispettive acque sotterranee e costiere che…è definito la principale unità per la gestione dei bacini idrografici”(art 2, n.15).
[2] Il progetto si articola su 4 linee: 1) riassetto idraulico, aumento della capacità di laminazione nelle fasce fluviali e ricostruzione morfologico dell’alveo di piana; 2) conservazione dell’integrità ecologica della fascia fluviale e della risorsa idrica del Po; 3) sistema della fruizione e dell’offerta culturale e turistica; 4) sistema della governance e delle reti immateriali per la conoscenza, la formazione e la partecipazione.
[3] La Conferenza interregionale per il risanamento del bacino del Po, per la redazione di un vero e proprio Piano di risanamento del bacino in stretta connessione l’Adriatico, promossa dal Governo e dalle Regioni padane a Ferrara l’8 febbraio ’88, fu resa possibile utilizzando proprio l’art 2, lett c della legge Merli. V.: Gavioli, Verso Mezzogiorno. Un itinerario padano, Diabasis 2004, pag 69.
[4] “Attività e studi propedeutici relativi alla regimazione del Po nel tratto tra Cremona e Foce Mincio”. Tra i primi ne ha dato ampia notizia anche il quotidiano ‘la stampa, Sogno e paura: il Po navigabile divide la Padania”, 4 agosto 2009.
[5] V. soprattutto il numero 4 dell’agosto-settembre 2009 della Rivista dell’ARPA Emilia-Romagna, pagg 5-20.
[6] Una rassegna aggiornata sul sito dell’associazione per la difesa del suolo e delle acque, Gruppo 183 (www.gruppo183.org
).
[7] V. sul sito dell’Autorità di bacino del Po (www.adbpo.it) il testo del Rapporto: “Sversamento di idrocarburi nei fiumi Lambro e Po”.
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