dalla relazione di Cesare Melloni al congresso della CGIL di Bologna
1. CRISI E TRASFORMAZIONE
Al terzo anno della esplosione della crisi dobbiamo tornare a fissare alcuni punti di riferimento fondamentali per capirne le logiche e le tendenze:
a. finanza e industria sono strettamente legate ad una idea di rendimento a breve, in cui tutte le funzioni d’impresa sono legate fino a prevedere il sacrificio delle parti non sufficientemente competitive (Termini Imerese).
b. la esternalizzazione della produzione su scala mondiale è il passo successivo della finanziarizzazione dell’industria. Milioni di posti di lavoro sono migrati dalle grandi imprese ad imprese piccole e medie, sparse nel mondo.
GM 2005= 330.000 dipendenti a fine 2009 ne aveva meno di 90.000.
c. la finanziarizzazione delle imprese dà luogo alla formazione di monopoli mediante campagne di fusioni ed acquisizioni, con ricadute drammatiche sull’occupazione (il caso ALCOA: si sacrificano migliaia di posti di lavoro per alzare il valore del titolo ed acquisire più forza nello scalare le aziende concorrenti).
Insomma la crisi prodotta dalla stagnazione della domanda internazionale ed interna, accelera il processo di ristrutturazione, che significa selezione delle filiere produttive, delocalizzazione di parti della produzione; o anche pesanti ricadute sui livelli d’occupazione, sulle condizioni di lavoro, sulle forme di rapporti di lavoro fino alla ricomparsa di lavoro di tipo schiavistico.
Nella provincia di Bologna queste ricadute sul lavoro sono evidenti:
· diminuisce il numero degli avviamenti al lavoro (-15%), aumenta il peso del precariato (83% degli avviamenti)
· le domande di disoccupazione ordinarie e a requisiti ridotti sono aumentate del 53%. Circa 10.000 persone perderanno il diritto all’indennità nel 2010
· gli iscritti alle liste di mobilità sono aumentati del 49% e sono circa 5.900 coloro che nel corso del 2010 sono a rischio di uscire dalle liste di mobilità.
· La CIG ordinaria/straordinaria/deroga è aumentata del 593% (metalmeccanici 1165%). Rispetto al 2009 i principali cambiamenti:
+ 13.100 disoccupati (+28%)
- donne nel lavoro
+ lavoratori immigrati
+ disoccupati giovani e nelle fasce centrali di età
Infine, per chiudere questa pagina di numeri, al 31/12/2009 il numero dei lavoratori interessati a processi di crisi, e ai vari strumenti di ammortizzazione sociale, sono, nella provincia di Bologna 42.441 occupati in 1331 aziende di tutti i settori produttivi e di servizio.
Siamo di fronte, cioè, ad una crisi che per durata, intensità ed estensione non ha precedenti nella storia recente e, proprio per le logiche e le tendenze che la caratterizzano e che abbiamo ricordato all’inizio, richiede la messa in campo di una linea strategica di fase e di una capacità di azione integrata di tutta la nostra organizzazione (questo è il vero Congresso).
2. Un nuovo e forte ruolo pubblico.
A questo proposito la prima domanda da porsi è: qual è la dimensione locale adeguata per la nostra iniziativa? Certo la crisi è globale, ma i suoi effetti si misurano sul territorio, che può reagire ad essa se trova la dimensione più giusta, più adatta.
Prima proviamo però ad indicare che cosa sarebbe necessario fare dentro ed oltre la crisi. In primo luogo la nostra organizzazione deve proseguire la propria iniziativa di lotta e contrattazione per bloccare i licenziamenti collettivi e gestire i processi di ristrutturazione. Oltre mille sono gli accordi fatti nel nostro territorio per estendere l’utilizzo della cassa come alternativa alla chiusura ed ai licenziamenti.
Le lotte per il lavoro hanno reso possibile il Patto Regionale del maggio scorso e il Patto regionale ha rappresentato la possibilità di unificare il fronte del lavoro, pur così differenziato nei diritti d’accesso agli ammortizzatori sociali. E’ proprio questa esperienza che rende urgente e prioritario nella nostra iniziativa nazionale, porre il tema di una riforma universalitica degli ammortizzatori sociali come centrale nell’agenda politica del Paese.
Il primo obiettivo dello sciopero generale del 12 marzo è proprio quello della tutela del lavoro, della sua difesa, dei suoi diritti, del suo reddito, in modo uguale per tutti.
Ecco noi pensiamo in questo ambito che sia maturo il tema di un reddito minimo da garantire per quel lavoro precario, occasionale, frammentato, autonomo giuridicamente subordinato concretamente, che è diventato il modo prevalente di gestire gli avviamenti al lavoro. Un reddito da garantire per non essere ricattati, per potere avere la possibilità di un lavoro scelto, di una formazione adeguata. E’ un nodo per unire il lavoro, allargare il fronte di movimento e sollecitare finalmente una riforma del mercato del lavoro di segno alternativo a quella di impronta liberista che ha segnato gli ultimi 15 anni di legislazione.
E’ necessario però rivendicare un forte ruolo pubblico per andare oltre la crisi, perché, lasciato a sé stesso, il processo di ristrutturazione in atto a livello mondiale produce l’effetto di scaricare la crisi sul lavoro. Per il nostro sistema territoriale a noi pare decisivo che questo ruolo pubblico si esprima lungo queste direttrici:
1. mantenere la vocazione industriale e manifatturiera: questo significa favorire la aggregazione fra imprese, anche per filiere intersettoriali. Questo significa: politiche di ricerca/innovazione (Tecnopolo); investimenti in politiche di istruzione/formazione in alternativa alle politiche selettive e di tagli indiscriminati voluti dalla Gelmini nella scuola e nelle Università; politiche di accesso al credito e di internazionalizzazione. Si tratta, poi, di riorientare verso la domanda interna di una nuova gamma di prodotti, ciò che si sta perdendo nei mercati legati all’export.
E’ in questo campo che il soggetto pubblico può orientare il nostro apparato produttivo verso la green economy applicata ai sistemi locali di approvvigionamento e risparmio energetico ed idrico, di manutenzione e tutela ambientale, di mobilità sostenibile, di una edilizia non dissipatrice del territorio.
2. Una politica della domanda che solleciti, in coerenza a quanto sopra la messa in campo di nuovi prodotti industriali legati al risparmio ed alla autonomia energetica, all minimizzazione dell’impatto ambientale. Anche in Emilia-Romagna si dovrebbe costituire una Agenzia regionale che coordini il rapporto fra le imprese produttrici e l’applicazione dei prodotti (pannelli fotovoltaici ed altro) nel patrimonio abitativo esistente, a partire da quello pubblico, sulla base di una esperienza condotta con successo a Bolzano.
3. Assumere la prospettiva di una nuova urbanità (Bonora) cioè di una pianificazione del territorio che chiuda con la lunga fase dell’”alluvione immobiliarista” alimentata dalla rendita urbana e dalle aspettative di superprofitti, senza peraltro dare risposta ai bisogni sociali insoddisfatti come il diritto alla casa per giovani, lavoratori, migranti. E’ necessario in questo senso ampliare in modo significativo il patrimonio e l’intervento pubblico per una nuova politica abitativa. Si tratta infine di collocare in un disegno urbano coerente con queste linee generali lo stesso recupero delle aree industriali dismesse, delle aree militari e delle aree ferroviarie.
4. Dare una nuova missione ai servizi pubblici locali che debbono svolgere una funzione strategica (attraverso HERA ed ATC) nel dare impulso alla riconversione ecologica dell’economia. Così si rende più forte la opposizione al d.d.l. che prevede la privatizzazione dei SPL, e la riaffermazione della proprietà pubblica dell’acqua.
5. Welfare: decisivo è il ruolo del welfare come motore di uno sviluppo di qualità e come fattore di coesione sociale dentro un progetto territoriale di trasformazione.
Questi i punti-concetti chiave:
a. dimensione distrettuale come luogo di governo delle politiche di welfare, con il coordinamento della Conferenza Territoriale Sociale e Sanitaria. E’ in questo ambito che va consolidato il sistema di relazioni sindacali.
b. Integrazione socio-sanitaria e fra le politiche sociali ed educative.
c. La qualificazione e l’organizzazione del sistema dei servizi, con il relativo sistema tariffario, passa attraverso il nuovo sistema regionale per l’accreditamento dei servizi socio sanitari. Centralità del soggetto pubblico sul piano della programmazione, della gestione, del controllo nel rispetto delle regole e degli obiettivi della legislazione regionale. Nel rapporto pubblico-privato deve vigere il criterio di equivalenza dei costi in capo all’Ente Locale; e per il lavoro: parità di trattamento a parità di mansione.
d. Questo assetto e questi criteri orientativi nell’organizzazione del nuovo welfare servono a costruire risposte coerenti e mirate ad una lettura dinamica dei bisogni da porre al centro dell’azione di sistema: infanzia, minori, adolescenti, disabili, anziani, miranti, lotta all’esclusione sociale.
e. Ruolo ASP ed equilibrio fra territorio ed ospedali; cura – riabilitazione – approccio personalizzato ai bisogni dell’utenza, valorizzazione del lavoro.
Come è evidente queste linee guida assumono la centralità del ruolo pubblico dentro ed oltre la crisi sulla base di una esperienza di intervento/elaborazione sindacale su scala locale. E tuttavia ci attende una “lunga attraversata nel deserto” fra un presente di crisi sociale e un possibile futuro a medio termine, risultante dai processi di riconversione fra i diversi settori e poi di ripresa reale dell’attività economica. Lotta, contrattazione, confronto con le parti sociali e con le istituzioni pubbliche sono indispensabili per costruire, reggere e dare una prospettiva credibile ai lavoratori ed alle lavoratrici.
E’ un possibile modello che si contrappone alla politica nazionale del Governo di centro-destra che persegue politiche di tutt’altro segno: sul piano economico nessuna politica industriale e di stimolo alla domanda interna; sul piano sociale: destrutturazione di sistemi di welfare ed incentivo a processi di privatizzazione/corporativizzazione nei campi della sanità, dell’istruzione, della previdenza, della tutela della salute, sul piano energetico: costruzione delle centrali nucleari con tecnologie mature.
La stessa vicenda della Protezione Civile è emblematica: un intreccio politico/affaristico che concentra poteri straordinari e senza controllo alle dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio con un raggio di attività vastissimo, dalle calamità naturali ai grandi eventi. E poi la cosiddetta nuova tangentopoli: finanza, riciclaggio di denaro proveniente da attività illegali e collegamento con settori politici. E’ uno scenario inquietante sul quale ci auguriamo sia fatta piena chiarezza dalla Magistratura.
Insomma la crisi è per l’attuale Governo, con il sostegno di una Confindustria nazionale divenuta lobby interna a questo intreccio d’affari, occasione per cambiare il sistema politico-democratico fino all’obiettivo di cambiare la Costituzione, secondo una ispirazione autoritaria, che nega la separazione dei poteri, minaccia la libertà d’informazione, mette in questione la stessa unità del Paese nello stesso momento in cui centralizza le decisioni e toglie spazio al ruolo delle autonomie locali.
E’ un Governo che fa leva sulla paura e sulla incertezza che la crisi alimenta in ampi strati di cittadini, fino alle campagne contro gli immigrati, che vengono spinti nella clandestinità e, poi, perseguiti perché la clandestinità è diventata reato.
1 Marzo: sostegno alla giornata per i diritti di cittadinanza e 12 Marzo, sciopero generale di tutti i lavoratori, migranti e italiani.
3. Per la città metropolitana.
Per questo è necessario che il nostro progetto di cambiamento, nella crisi, si misuri fino in fondo, a partire dalla scala territoriale, con la sfida cui dobbiamo fare fronte. Noi pensiamo che un forte ruolo pubblico sia possibile se, nello stesso tempo, si mette in atto una RIFORMA ISTITUZIONALE che, in Emilia Romagna, dia luogo all’avvento di una Città-Regione, cioè ad un processo che combini la istituzione della città metropolitana con le competenze e le risorse in capo alla Regione.
Da una parte c’è la crisi fiscale dei Comuni che, dopo l’abolizione dell’ICI, i tagli ai trasferimenti, l’aumento della domanda di servizi, i vincoli del Patto di stabilità, non hanno le risorse per interventi di tipo strutturale in funzione anticiclica. In questi anni i Comuni hanno cercato di rispondere alla mancanza di risorse dando luogo a politiche insediative – fonte certa di entrata – di tipo quantitativo, concorrendo a quella saturazione immobiliare che produce nuovi problemi ambientali e che, comunque, richiede nuovi servizi.
E’ una spirale che va bloccata, spingendo alla creazione di municipalità, e cioè ad una aggregazione fra Comuni che abbiano la dimensione ottimale di almeno 50.000 abitanti per l’organizzazione, la razionalizzazione e l’erogazione dei servizi ai cittadini. Questo è il primo passo per la determinazione di una città metropolitana come realtà federata di municipalità – Comuni + quartieri della città capoluogo – capace di concentrare su scala vasta risorse e competenze e di produrre una diffusione della partecipazione democratica dei cittadini, superando la dicotomia fra capoluogo e provincia, fra centro e periferia.
Il secondo passo è quello del superamento della provincia e la costituzione di una città metropolitana, che strettamente intrecciata con le politiche regionali, sia in grado di intervenire efficacemente su welfare, politiche industriali e della ricerca, sistemi formativi, accoglienza e così via. Occorre, in sintesi, superare la frammentazione delle competenze istituzionali e avvicinare le funzioni di governo ai processi reali di cambiamento dell’economia e della società.
Al localismo della Lega Nord occorre rispondere con la ripresa dell’autonomismo delle comunità in un processo democratico che dia nuovo vigore al ruolo storico dei Comuni.
La stessa Regione può dare maggiore forza alle proprie competenze se diventa essa stessa espressione di un processo federativo, superando lo status di ente sovraordinato. Al centralismo del governo di centro-destra si risponde con una idea forte che è quella del rilancio del ruolo delle Autonomie Locali dentro la crisi, a contatto con i lavoratori e la società civile, per costruire una società della piena occupazione e del benessere diffuso. Le elezioni regionali mettono a confronto due idee alternative di Regione: quella autenticamente federalista e quella del centralismo autoritario dell’attuale Governo. Per noi, anche alla luce del Patto regionale per attraversare la crisi, è chiara la scelta a favore del progetto rappresentato dall’esperienza della Giunta Errani.
4. La politica, la rappresentanza sociale, il governo della città.
Se guardiamo oltre la superficie del caso che ha portato alle dimissioni il Sindaco colpisce, al di là di vicende che i giudici chiariranno, la debolezza della politica di cui era espressione la Giunta Delbono. E’ una debolezza che viene da lontano e che può essere riassunta nella caduta di progettualità e nel rifluire verso la cosiddetta buona amministrazione. I processi di cambiamento della società bolognese sono avvenuti e stanno avvenendo, da molto tempo, senza un progetto di governo che sia espressione delle forze più vitali: lavoro e impresa innovativa. Si è esaurita da tempo la rendita politica costruita su quel “modello emiliano” che si fondava proprio dall’incontro fra la politica di partiti di massa ed il lavoro nel senso più ampio, cioè quello del 1° articolo della Costituzione. E’ necessario che il periodo Commissariale – auguri di buon lavoro alla Sig.ra Cancellieri – sia breve ed anche occasione di uno scatto di responsabilità, di un nuovo impegno politico e progettuale delle forze politiche bolognesi per la ricostruzione di una piena legittimità democratica nelle funzioni di governo della città.
E’ aperto il problema della rappresentanza politica del lavoro. In anni lontani questa veniva rivendicata direttamente non solo a sinistra ma anche in ambito del cattolicesimo democratico.
Oggi la crisi della politica è destinata ad avvitarsi su sé stessa se non torna nelle priorità il tema di dare espressione politica al lavoro, cioè a quella aspirazione al cambiamento sociale che trova nel valore dell’eguaglianza, la propria idea-forza.
Nello stesso tempo occorre ragionare criticamente sulla stessa rappresentanza sociale. In questi anni abbiamo assistito ad un dislocarsi della rappresentanza degli interessi delle imprese verso forme di lobbysmo, cioè di promozione di interessi particolaristici nelle sedi politico-istituzionali. Il consociativismo è il risultato di questa deriva che blocca sul breve periodo l’agenda di governo (nazionale e locale) ed impedisce una reale progettualità ed innovazione a tutti i livelli.
Lo stesso sindacato deve aprire una riflessione radicale sulla propria rappresentanza sociale. Agli amici di CISL e UIL, cui continuano ad unirci molti terreni di iniziativa comune, almeno a Bologna, poniamo la domanda. Il futuro del sindacato è negli Enti Bilaterali nella versione di Sacconi (cioè corporativizzazione delle prestazioni di welfare) o, piuttosto, nelle scelte nette di rispondere unicamente ai lavoratori, con una pratica realmente autonoma della rappresentanza sociale? In questa seconda opzione risiede la possibilità di una ripresa di processi unitari, a quel punto fondati sulla legittimazione democratica dei lavoratori. E poi la ripresa di fiducia, consenso e partecipazione al sindacato è legata alla necessità di aumentare, attraverso la contrattazione, i salari reali dei lavoratori e di sottrarre le condizioni di lavoro al ricatto della precarietà e alla concorrenza fra lavoratori. Per questo è necessario rilanciare il ruolo del contratto nazionale, procedere alla drastica riduzione del numero dei contratti e, dunque, riconquistare un nuovo sistema di regole contrattuali, perché quello derivante dall’accordo separato dello scorso anno colloca il sindacato nella prospettiva della complicità nella relazione fra le parti sociali e non della contrattazione fra interessi diversi nel rapporto sociale…………
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