Come è nato il “modello emiliano”

Alla Liberazione, dal 1945 siamo partiti in condizioni di miseria, di grandi distruzioni materiali, di mancanza di lavoro, di grandi spostamenti di popolazione. 800 mila persone dai monti e dalla campagna si sono riversate nelle città della via Emilia per trasformarsi poi rapidamente in operai qualificati e capaci, come non è successo in altre regioni dove si è avuto l’imponente emigrazione, che dalla Sicilia e dal Meridione si è riversata a Torino, Milano e i grandi centri industriali del Nord lontani dalle loro tradizioni in un caotico movimento che ha comportato molte difficoltà al loro pieno inserimento.

Nel giro di pochi decenni invece l’Emilia-Romagna si è trovata ad essere per le condizioni di vita e di lavoro dei suoi abitanti tra le posizioni più alte nella graduatoria delle unità territoriali d’Europa. La definizione di “modello emiliano” non l’abbiamo inventata noi, la ha usata nel “Corriere della sera” il direttore Missiroli quando a titolo dei tre articoli di fondo del 21 maggio 1961 per mettere in guardia le classi dirigenti dell’epoca di stare in guardia per quello che stava succedendo nella realtà emiliana di perdere la loro secolare egemonia.

Altro dato importante per capire gli eventi, la rapida scolarizzazione di una grande massa di donne e uomini vittime di una quasi totale analfabetizzazione che fu vinta in poco tempo in modo tale da poter anche divenire amministratori in grado di guidare la vita amministrativa di centinaia di comuni. Non si credo si possa attribuire tutti questi grandi risultati solo ad uno spontaneo slancio vitale che credo tutti hanno quando si è giovani in qualsiasi parte del mondo si nasca. Il discorso è deficitario se non si affronta il nodo di fondo: cioè il modo con il quale questa realtà sociale è stata capace di diventare protagonista nel costruire una prospettiva di sviluppo economico, sociale e culturale attraverso l’azione politica.

Se non si affronta questo tema non si può capire davvero la storia dell’Emilia-Romagna. Voglio solo ricordare tre date che sono fondamentali per capire la nostra storia. 1956 anno di inizio della destalinizzazione che ha costretto il Partito comunista ad un profondo ripensamento ideale e politico, è anche l’anno che ha visto la chiamata di Lercaro a Dossetti per farla diventare protagonista nella battaglia elettorale contro Dozza, con la stesura di quel Libro bianco che ha rappresentato un punto di riferimento molto importante non solo per Bologna. La seconda data è il 1959, la battaglia che ha visto la prima conclusione del processo di rinnovamento dei comunisti emiliani con la Conferenza regionale del marzo che ne ha rappresentato la chiave di volta. Terza data il 1964, con la conclusione del Concilio Vaticano Secondo ed il ritorno di Lercaro a Bologna che viene accolto dal sindaco Dozza, dando così inizio a quella fase che ha portato ad un ravvicinamento e ad una collaborazione fattiva tra l’insieme del mondo cattolico ed il mondo della sinistra politica nel momento invece in cui il dibattito e lo scontro ideologico e politico sul piano nazionale ed internazionale era ai massimi livelli.

Se non si tiene conto di questi snodi centrali che hanno caratterizzato le vicende politiche dell’epoca, non si può capire quell’effetto magico che ha caratterizzato quegli anni e cioè quella novità politica unica nel panorama nazionale, semplice da dire, ma molto difficile da praticare, e cioè il ritrovarsi degli uomini indipendentemente dalle loro appartenenze politiche, dalle loro fedi religiose sui valori essenziali della convivenza civile e quindi sull’impegno di dare, ognuno per la sua parte e per le sue capacità, un contributo disinteressato alla vita della città e del suo progredire. Perdere, come poi è avvenuto successivamente, questo segno distintivo, per riprendere la normale disperante abitudine dello scontro politico con le sue chiusure dogmatiche negatrici di ogni autonomia, ha portato poi inevitabilmente, di nuovo, alla separazione e alla contrapposizione.

Gli anni Sessanta a Bologna furono, in effetti, anni di opere determinanti per il futuro della città. Molte innovazioni vennero registrate con una costanza e un crescendo continui sia per l’elaborazione, la realizzazione e la partecipazione delle forse più vive della società bolognese. Il decennio che vide la presentazione delle linee programmatiche poliennali di sviluppo della città, offerte dalla giunta di Dozza nel 1962, attraverso una discussione che ha coinvolto l’insieme delle forze di maggioranza e minoranza del consiglio comunale, l’avvio della politica di decentramento con la creazione dei consiglio di quartiere, l’attuazione delle più importanti infrastrutture che si concluse con il passaggio alla fase esecutiva di un imponente complesso di opere pubbliche e con la definizione di taluni grandi programmi urbanistici che avrebbero costituito la base dell’assetto della città e del suo sviluppo per la Bologna del 2000 come allora dicemmo e come, in effetti, è avvenuto; la Bologna di oggi è quella che si è costruita in quegli anni. Purtroppo, dico io, perché bisognava a un certo punto innovare, rendere rispondente ai tempi che cambiavano anche tutto quello che allora si era fatto.

Questa attività non fu imposta ai bolognesi da forze e da interessi esterni; Bologna riuscì a conservare gelosamente nelle proprie mani le scelte fondamentali da cui dipendeva il suo avvenire. Si era ben lontani dal pensare che i problemi di una grande città moderna potessero essere risolti soltanto con le iniziative e i mezzi locali, si sapeva che le condizioni decisive dipendevano dalla politica del governo nazionale. Ma proprio perché a Bologna i problemi e le possibilità di sviluppo sono stati affrontati attraverso un grande processo di partecipazione democratica, si è creata questa larga consapevolezza della necessità di una svolta radicale in Bologna e poi anche in Italia. Ecco perché è stata la prima città con le sue innovazioni anche legislative (anche se non avevamo certo il potere di legiferare), come ad esempio per l’imposizione degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria, che sono stati determinanti per l’avvio di tutta la politica urbanistica e prima ancora che fossero poi normativamente stabiliti dalla legge nazionale applicata poi tardivamente e parzialmente dalla maggior parte delle altre città. Fu una complessa operazione, una sorta di patto territoriale ante litteram fondato non su aggiuntivi prelevamenti fiscali, ma sulle dotazioni di servizi per il territorio e ricreativi per un ambiente più attrezzato.

Un uso attento e prudente del territorio che negli anni Sessanta e in gran parte degli anni Settanta propose Bologna come città esemplare. Purtroppo allora unica rispetto alle grandi città, capace di governare una risorsa non riproducibile, anzi limitata qual è il territorio.

Oltre alle già ricordate innovazioni nella politica urbanistica si introdusse anche il criterio del coordinamento metropolitano del territorio per ottenere una maggiore uniformità nelle previsioni abitative di Bologna e dei comuni che la attorniano. Questa politica urbanistica fu proseguita dal nuovo assessore Armando Sarti, ed ottenne significativi riconoscimenti internazionali mai attribuiti prima ad amministratori locali, quali il premio dell’Università di Hannover, della Fondazione Schumacher.

Per questo razionale governo del territorio e comprensoriale si introdussero così strumenti che agirono immediatamente su ambiti pur parziali del territorio ma in modo vincolante, in attesa di una ridisciplina generale. Si intervenne subito nei confronti delle aree di maggior valore, quali la collina ed il centro storico, anziché perseguire ipotesi complessive e a lungo termine di un nuovo piano regolatore generale. La prima grande variante interessò nel 1965 la collina; a tutt’oggi Bologna è l’unica area metropolitana italiana ad aver mantenuto ancora inalterata la propria area collinare che è pari a un terzo dell’intero territorio comunale. Seguì poi la variante del centro storico, nel 1966 anch’esso sottratto, a differenza degli altri centri, alla perdita di quell’unicum urbanistico che fa di Bologna la città centro storico meglio conservata. In sostanza il piano del centro storico fu inteso non come formale salvaguardia estetica di palazzi ed edifici importanti, ma come recupero delle funzioni dell’intera area centrale per i cittadini di oggi, come elemento vitale dell’intero tessuto sociale della città e dell’area metropolitana.

Fu questo il particolare impegno dell’assessore Pierluigi Cervellati che valse anche a lui meritati riconoscimenti internazionali. Furono istituite commissioni formate da architetti, ingegneri, geometri indicati dagli Ordini professionali con l’obiettivo di autodisciplinare l’uso delle lottizzazioni e degli indici troppo elevati. Anche con questo sistema Bologna si avvantaggiò, a differenza delle altre metropoli italiane, dove la legge nazionale fu un’arma utilizzata in modo improprio, nefasta per gli sventramenti e per la selvaggia cementificazione che ne derivò.

Questa fase di politica urbanistica si concluse con la variante generale del piano regolatore sul finire del 1969. Una sorta di nuovo piano che fu, purtroppo, in parte manomesso con il piano regolatore generale del 1985. Negli anni quelle scelte politiche vennero progressivamente abbandonate, se non capovolte, specie a partire dagli anni Ottanta, attraverso i cosiddetti piani integrati, strumenti fittiziamente nobili per coprire gli eccessi di cementificazione. È comunque significativo il fatto che l’insieme di questi provvedimenti e l’elaborazione culturale che li precedeva abbiano determinato una spinta crescente alla partecipazione diretta dei cittadini alle scelte dell’amministrazione. Con lo sviluppo del secondo tempo del decentramento ed il trasferimento dei poteri effettivi agli organi di quartiere, ad esempio in materia urbanistica l’obbligatorio parere sui progetti di costruzione edilizia, rendeva indispensabile la partecipazione di cittadini all’elaborazione dell’insieme dei provvedimenti concernenti, non parti singole del territorio, ma l’intera area metropolitana. Basterà ricordare al proposito che la proposta di variante generale al piano regolatore fu oggetto di dibattito in più di cento riunioni dei Consigli di quartiere. Attraverso l’esperienza condotta dall’amministrazione, quindi dalla città, il bilancio delle opere tangibili e di per sé ricco e positivo venne arricchendosi ulteriormente con una crescente presa di coscienza delle dimensioni nuove in quantità e in qualità dei problemi che si aprivano. Nella costante valutazione del rapporto fra i problemi dello sviluppo bolognese, l’area comprensoriale e regionale e quella più ampia del paese, nella sensibilità verso i nessi più generali, nazionali e mondiali come nella riflessione continua sul rapporto uomo/città l’amministrazione comunale e gran parte della società civile hanno approfondito la consapevolezza di lavorare, non soltanto per l’oggi, ma per una più lunga prospettiva.

Dalla fine degli anni Sessanta divenne sempre più naturale la proiezione pluriennale delle grandi iniziative di sviluppo e Bologna 2000 era ormai fra gli argomenti di attualità. Emblematico al riguardo è la vicenda dell’elaborazione del piano urbanistico di Kenzo Tange voluto a completamento nel 1970 del mio mandato amministrativo, con l’ambizione di poter indicare alla città le linee di un suo possibile e ordinato sviluppo urbanistico per anni a venire. Io credo che sia importante questo richiami al piano Tange. Il nuovo punto di partenza del rapporto con Kenzo Tange risale al settembre del 1967 quando per iniziativa del Cardinal Lercaro si tenne a Bologna il convegno mondiale della Società internazionale artisti cristiani. Le proposte che il professor Tange presentò su nostro mandato al Consiglio comunale alla città furono collocate in questo quadro generale. Le caratteristiche operative per le realizzazioni concrete erano scaturite dall’esperienza che intanto avevamo compiuto con la Società finanziaria per le Fiere di Bologna. Costituita da Comune, Provincia, Camera di Commercio, con 33% ciascuno, ed Ente autonomo per le Fiere nell’1%. All’inizio la Finanziaria assunse come proprio scopo la realizzazione di un nuovo quartiere fieristico, per consentire il trasferimento della fiera dalla superata sistemazione della Montagnola. Il campo di intervento della Finanziaria Fiera venne poi allargato consentendo di operare più largamente nel campo delle infrastrutture di sviluppo in accordo fra la maggioranza e la minoranza con il suo capogruppo Fernando Felicori che venne nominato presidente della Finanziaria Fiera.

Il piano Tange pose la necessità che le prospettive del quartiere fieristico dovessero essere viste in un piano più ampio di sviluppo della città, in stretta connessione con il territorio circostante e la Regione. Ed è in armonia con questa visione che con una decisione del Consiglio comunale adottata il 22 dicembre 1967 all’unanimità con due astensioni, viene deciso il conferimento al Gruppo Tange e Urtec Urbanisti e Architetti, l’incarico per la progettazione e redazione della variante al piano regolatore generale relativo alla zona Nord del Comune di Bologna. Di qui prese le mosse il lavoro di questo gruppo svolto nel corso di due anni, in un rapporto dialettico che ha accompagnato ogni fase di avanzamento del progetto e che ha visto impegnati, in modo diretto unitamente al professor Tange e i suoi collaboratori, la giunta comunale e la presidenza della Società Finanziaria Fiere, con i rispettivi organi tecnici. In questo quadro generale si inserì quindi il piano Tange per lo sviluppo del quadrante Nord-orientale della periferia bolognese con una grande struttura che, scavalcando ferrovia e tangenziale, portava verso Nord l’ipotesi di sviluppo di Bologna.

Kenzo Tange acquisì nel suo studio il fatto compiuto di grandi progetti già approvati, suggerendo il completamento di questo nuovo centro direzionale che doveva affiancarsi, abbinarsi al centro storico, con alcuni interventi che miravano al complesso che chiamò Fiera Gate, un blocco di edifici per negozi, uffici e residenze, che proprio in quella situazione dette vita alle attuali torri, che rappresentano l’unica realizzazione di questo piano. Si è abbandonata successivamente tutta l’altra ipotesi di cui manteniamo solamente un plastico che indica tutto il progetto e l’estensione del progetto che mirava, fra l’altro, a trasferire parte dell’Università di Bologna al di là della tangenziale in un’area nuova, proprio prevedendo, allora, la rapida crescita dell’Università che avrebbe superato come è attualmente i 100 mila studenti che determinano tutto l’insieme dei problemi, concentrati ora nel centro storico. Questo progetto organico fu presentato alla fine del 1969 al Consiglio comunale che lo approvò unanimemente ma poi al concreta attuazione venne abbandonata con il passaggio del mandato amministrativo. Oggi non si può fare altro che esprimere il forte disappunto per l’occasione mancata della città, non per compier un’inutile operazione faraonica, come si disse allora, ma per non aver saputo evitare o per lo meno attutire, gli inevitabili costi umani e sociali di uno sviluppo caotico ed incontrollato, come poi purtroppo si è avuto.

Si è visto così nel corso degli anni Sessanta come a Bologna abbiano avuto luogo originali esperienze politiche ed amministrative, per la cui attuazione fu possibile trovare un ampio accordo tra le forze democratiche su una serie di problemi di grande importanza. Lo testimoniano, tra l’altro, l’esperienza del decentramento democratico, la costituzione di organismi finanziari ed economici, l’elaborazione dello schema di sviluppo regionale. Lo testimonia la presenza dirigente delle forze lavoratrici ed impresa, delle forze politiche democratiche cattoliche e socialiste, il cui incontro sui problemi reali rese possibile la partecipazione di tutti coloro, gruppi sociali e partiti che traevano le loro ispirazione dalle esigenze della società. Bologna, attraverso l’attività del suo Comune seppe costruire e proporre al paese la visione di un modello originale autonomo di uno stato e di una società non corrispondente ad alcun altro schema se non ai principi costituzionali e alle esigenze di democrazia e di avanzamento sociale ed economico dei cittadini. Lo stesso modello che con l’attuazione dei primi governi riformisti della Regione Emilia-Romagna, si arricchì e si attuò successivamente in dimensioni di più grande responsabilità. Gli orientamenti ideali che sostenevano l’opera erano chiari: la democrazia doveva articolarsi in un tessuto di movimenti autonomi, infatti dall’autonomia dei sindacati e delle organizzazioni sociali, dall’autonomia e dalla pluralità della cultura e dei partiti scaturiva un dialettica complessa e ricca di contraddizioni, fonte preziosa di spinte democratiche e di affermazioni di libertà contro i pericoli di involuzione burocratica ed autoritaria. Il modo con il quale questi principi poterono prendere corpo nell’ambito pur limitato e ristretto del governo di una città diede vita ad un rapporto fra i partiti politici, le forze sociali e le singole persone di grande rilievo moderno e democratico.

Guido Fanti

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