Una lettura attuale del “libro bianco” di Dossetti di Luigi Pedrazzi

Il  famoso “Libro bianco” di Dossetti su Bologna esce  di nuovo nel 2009 a Reggio Emilia: come mai e perchè? E’un indizio non piccolo del fatto che memoria e apprezzamento  di Dossetti siano oggi più forti nella sua città natale che in ogni altro luogo o ambiente  dove pure si svolsero vita e imprese  del “reggiano” che è stato il maggiore cattolico italiano del Novecento, non fosse altro perchè padre costituente della Repubblica e padre nella Chiesa del Concilio. Reggio Emilia, dunque,  sembra smentire il detto autorevolisimo “nemo propheta in patria…”

Ma davvero c’è un nesso tra le grandi insufficienze che segnano il presente di Chiesa e Stato tra noi, così difficile e inquietante, e l’ostracismo ecclesiale cha ha colpito la figura di Dossetti? Forse sì. Certo, fa pensare  il fatto che Dossetti sia colpito con un di più di durezza rispetto ad ogni altro grande della tradizione di “libertà cattolica”, oggi oscurata, che pure  conta nomi come La Pira, Lazzati, Moro, tra i grandi laici italiani: rispetto a Dossetti, però, tutti ancora onorati di omaggi tributati loro senza grandi disagi delle gerarchie. A dire il vero, attualmente si celebrano poco anche  nomi di ecclesiastici i più significativi ed illustri del nostro recente passato:  Roncalli, Montini, Luciani, gli ultimi italiani divenuti pontefici in Roma, quando ancora nella comunità ecclesiale italiana esistevano vincoli di affinità culturale e di solidarietà storica oggi divenuti più deboli, e non più quasi creduti possibili, mentre furono ben reali. Ad esempio, quelli a lungo assai forti anche tra un Pacelli e un Dossetti, oggi giudicati solo diversissimi e distanti: lo erano, ma non nel modo e nella misura oggi affermati sia da conservatori sia da progressisti…  Forse sì, davvero stiamo vivendo una fase molto diversa da quella centrale nel Novecento, che resta da conoscere e capire adeguatamente, nelle sue tendenze plurime  inclusive di contraddizioni da sciogliere con i passaggi necessari, anche teologici e di grande “purificazione delle memorie”..

E’ probabile  che solo una più sicura e concorde valutazione del grande concilio Vaticano II possa far recuperare, nei prossimi decenni, quella sapienza dei cuori e delle menti che oggi tanto spesso non sa trovare parole e gesti di pacificazione e mitezza, espressive delle verità cristiane più profonde. Oggi neppure si sa riconoscere che il maggior autore delle dichiarazioni più innovatrici del Magistero cattolico in età contemporanea  sia stato, nel concilio di Roncalli e Montini, un grande collaboratore di Pacelli, come il cardinale Bea;  e che  il più straordinario diplomatico della guerra fredda sia stato un cardinale come Casaroli, più influente dalla curia romana di ogni segretario di Stato in Washington.

Sulle difficoltà e ambiguità del presente hanno influito di più “eccessi postconciliari scatenati dalla rottura introdotta dall’evento conciliare”, o “paure sorgenti da interpretazioni eccessive, contrarie ad ogni pur cauta ermeneutica riformatrice del Vaticano II”? Lo “status questionis” oggi di più pesante attualità condiziona  ogni sguardo che si rivolga su episodi significativi del nostro recente passato…

Il “Libro bianco su Bologna” è, certamente,  un programma di forte orginalità di una bella campagna elettorale, che ha mescolato obbedienze monastiche e primarie democratiche, franchezza polemica e desideri profondi di amicizia popolare, liberazione da paure reciproche, indicandole in gran parte mistificate su entrambi i fronti del conflitto ideologico allora vivissimo e tuttavia largamente fittizio: almeno in Bologna,  dove l’evento “Dossetti-candidato sindaco” aveva un suo corso, innegabile quanto sorprendente, in quell’indimenticabile ’56. Anche l’Università di Bologna promuovendo recentemente un dottissimo seminario italo ungherese sulla Rivoluzione d’Ungheria,  coeva a quella vicenda municipale bolognese, ha dovuto inserire un interessante spostamento, da Budapest a Bologna, ascoltando Guido Fanti, Paolo Prodi e, onoratissimo, anche il sottoscritto  che di quelle vicende bolognesi fu testimone, poco più che ragazzo, stupito della loro capacità di richiedere trasformazioni “trasversali”, sentendole indicate con forza ineguagliata dall’allora  consigliere comunale bolognese Giuseppe Dossetti, nel suo rivolgersi con passione a consiglieri e cittadini allora comunisti, per una esplosione di verità sperata comune.

Per introdurci alla concretezza storica del “Libro bianco” dossettiano, occorre però ricordare alcuni dati di contesto, nazionale e locale, indispensabili per capirne genesi e conseguenze prodotte su più piani, anche a forte distanza di tempo. Innanzitutto occorre ricordare che le elezioni del 1956 venivano attese in Bologna con una certa speranza di vittoria  dalle forze da dieci anni in minoranza in città ma forti nel paese, e forti in campo cattolico di una ricchezza complessa e variegata, oggi  quasi impensabile in Italia e nella diocesi di Bologna, divenute entrambe profondamente diverse da allora.

A Bologna, già da undici anni sindaco a Palazzo d’Accursio era Giuseppe Dozza, insediato nella carica da accordi del CLN  riconosciuti dalle Forze Alleate liberatrici della città il 21 aprile del 1945, e vincitore delle prime elezioni amministrative  (24 marzo 1946) e pure delle seconde (27 maggio 1951). Per una intelligenza politica che veniva da lontano (la sua vita di esule antifascista in Francia), Dozza sentiva vera la saggezza togliattiana “in Italia non possiamo andare al potere con le armi, causa Yalta;  e -come il 18 aprile indicò a tutti- , neppure con le schede elettorali”: allora, i comunisti  proprio non faranno nulla di buono?   Sindaco della Liberazione, Dozza fu un vero grande “politico” e riuscì a dare una risposta importante a questa domanda: come aveva fatto Di Vittorio col sindacato e Togliatti nella costituzione, Dozza fu davvero qualcuno tra gli amministratori locali. Fu il sindaco che, puntando tutto sulla Ricostruzione di una città ferita da bombaramenti e da lunghi mesi di una guerra  fermatasi vicinissima e crudele, operò con efficacia ammirevole, e simpatia e cordialità notevole con tutti; ma, come un  comunista vero socialista e vero popolano  senza alterigie e complessi, mentre operava alla ricostruzione di Bologna, seppe fare delle municipalizzate e delle cooperative strumenti di emancipazione sociale ed economica del popolo bolognese , povero ma laborioso. Operazione tanto più importante perchè molti licenziamenti dissennati degli imprenditori allontanarono dalle fabbriche locali i partigiani e i militanti politici della sinistra più attivi: ma con questa odiosa discriminazione politco-sociale, in realtà si favorì la crescita di artigiani, piccoli negozianti e cooperatori comunisti; i più svelti tra essi diventarono imprenditori milionari ma restarono politicamente comunisti;  questa condizione a lungo si rivelò essere una  grande risorsa dello sviluppo bolognese. Amministratore competente e capace di valorizzare i collaboratori efficienti, Dozza in pochi anni creò il mito della “qualità bolgnese”nei servizi e nel clima culturale: “se qualcosa in Italia va male è la mafia, se va bene è Bologna” si finì per leggere su giornali svedesi e americani.

Nelle prime elezioni il vecchio Zanardi (antico “sindaco del pane”), capolista socialista, ebbe assai più voti di preferenza di Dozza (21.342 contro 17.142), ma il Pci prese la testa della sinistra  con il 38,28% del voto valido superando i socialisti fermi a un 26,30% (mai più avuto dopo la scissione socialdemocratica saragattiana);  lo scudo crociato democristiano, rappresentativo di quasi tutto il  resto della città, raccolse meno di un terzo del voto bolognese, 30,33% , assai meno della sua media nazionale. Dei 60 consiglieri comunali bolognesi, 24 furono comunisti, 16 socialisti (stabilendo una ben comoda maggioranza “socialcomunista”, come si vedrà e dirà a lungo); 19 furono   democristiani e 1 repubblicano; liberali e azionisti non elessero nessuno , avendo avuto risultati minimi.

Nel 1951 le cose furono però alquanto diverse. La fama di Dozza bravo sindaco si era comprensibilmente  consolidata: le sue preferenze personali furono ben 84.389; quelle del socialista Samaja e del socialdemocratico Longhena, solo 2.383 e 1.902 rispettivamente. Ma anche il governo nazionale, con i successi del centrismo degasperiano  e le vittorie della Dc nel suo periodo aureo (De Gasperi al governo, Dossetti nell’assemblea costituente ),  aveva rafforzato anche a Bologna il suo          consenso nel corpo elettorale e consolidato le alleanze della Dc con partiti laici moderati.  Nel 1951, nel turno delle amministrative, si applicò una legge elettorale con premio di maggioranza ai partiti apparentati in due coalizioni: si presentava al voto anche  il solitario Msi, che per la prima volta compariva nella scheda con la sua fiamma di nostalgia per il defunto regime fascista. La coalizione di sinistra raccolse 112.375 voti, pari al 48,79% :il Pci che si presentava con una lista civica delle “Due Torri” simbolo durato fino al 1995 fece la parte del leone con un 40,40%; il resto a Psi e a una lista civica minore, denominata “Gigante”, però preziosa anche con il suo piccolo 1,02%. Infatti i “centristi” (Dc e i tre partiti laici minori, Psdi, Pli, Pri), mancarono il “sorpasso” di un soffio (-0,93%) conseguendo insieme 110.216 voti pari al 47,86% . La Dc raccolse  il 25,85% e i tre “laici minori” vi aggiunsero cumulativamente un altro 22,01%. Insomma, il pur fortissimo Dozza salvò “Bologna rossa” dalla rincorsa del centrismo nazionale, potendo col “premio” disporre di 40 consiglieri su 60: ma a suo favore  contò l’arrivo del Msi, che prese poco ma non pochissimo (3,35% pari a 7.716 voti), collocandosi in  una rancorosa solitudine (i suoi manifesti, un po’ risibilmente  dichiaravano allora “Né Mosca nè Washington, Roma!”); ma altrettanto decisiva fu  l’aggiuntina di intellettuali e radicali, presentatisi come Indipendenti di Sinistra sotto l’accattivante simbolo del Gigante, con le Due Torri  simbolo monumentale e cordiale di Bologna laica .

Questa situazione di grandissimo (e astuto) equilibrio  salvò nel 1951  la tradizione incipiente  della “giunta  rossa” della Liberazione e Ricostruzione: la sinistra bolognese si rafforzò ultriormente nel giugno ’53 con il fallimento della legge maggioritaria nazionale, e si preparò a resistere come un santuario popolare al dinamismo fanfaniano in corso dopo la morte di De Gasperi avvenuta nel ‘54 e lo sviluppo di un certo riformismo cattolico. Che si giovava del ricordo del dossettismo, forte anche dopo l’interpretazione, sofferta  e incerta  che, sia nel partito sia negli ambienti cattolici, si veniva dando del ritiro del leader . Ritiro  enunciato ai famosi convegni di Rossena dell’estate 1951, ma difficile da accettare e capire per la profondità dei giudizi che lo motivavano. Dossetti aveva preso atto dei cambiamenti radicali avvenuti nella situazione internazionale con la formazione dei due blocchi,  giudicati da lui largamente ideologici e fittizi, ad Est e ad Ovest, preclusivi di sviluppi democratici più partecipati e incisivi quali pensava necessari in Italia; escludeva che in Italia, visti gli orientamenti decisi in Vaticano nel biennio 49-50, si potesse, per un periodo che si annunciava lungo,  “ stare in politica da riformatori e cattolici”; aveva deciso di sciogliere la corrente e spostare su un piano culturale la sua ricerca personale: chi del suo gruppo voleva restare in politica, appoggiasse De Gasperi nella difesa della democrazia repubblicana.

Ritiratosi dall’impegno politico attivo con motivazioni di questo spessore, Dossetti venuto  poi nel 1952 ad abitare a Bologna,  si era collocato in Via San Vitale col suo “Centro di Documentazione” per studiarvi con ampiezza e rigore i problemi della cultura cattolica nel suo difficile rapporto con la storia, la modernità, la saggezza costituzionale, l’emancipazione popolare, il ripudio della guerra e un ordine internazionale di libertà e di pace. Tutti problemi e temi da vedere   in profondità “dentro” la tradizione teologica, da ripensarsi con coraggio e originalità alla luce di un più forte primato da riconoscere alla Sacra Scrittura e alla Tradizione apostolica e patristica, rispetto a sedimenti più recenti ed opachi, pelagiani, scolastici, intellettualistici, controriformistici di cui, secondo Dossetti, il cattolicesimo doveva correggersi per essere meglio se stesso e più agile nelle nuove contingenze storiche mondiali.

In questo progetto, spirituale e dotto, ma a suo modo ancora attivistico, se pure con una grande presa di distanza da ogni ambizione politica,  e fin di partecipazione alla vita accademica (oltre che dal Parlamento, Dossetti si era dimesso dall’Università), Milano e Roma non erano state giudicate sedi di lavoro le più opportune nella valutazione del Dossetti 1951-52:  Bologna, con il suo nuovo cardinale, Lercaro, venne preferita rispetto ad ogni altra sede italiana, sia pure con uno sguardo per “terre lontane”: sopratutto la Terra Santa, già travagliata dalle recenti esperienze di un Sionismo realizzato,  frammiste a dolori e rivolte dell’Islam, in Palestina non visto e altrove umiliato da vicende di tipo coloniale e dal saccheggio “petrolifero”. La collaborazione tra Dossetti, ritiratosi in Bologna per tentare un approfondimento impegnativo di forme e modi di “vita cristiana”, e il dinamismo “registico” di Lercaro pastore molto creativo in Bologna, si avvia, dunque, in anni civili e religiosi che a un certo punto producono, in questo mix di pensieri e preoccupazioni,  una grossa sorpresa: l’invito del cardinale affinché Dossetti non rifiutasse, se offertagli, la candidatura a guidare la lista democrstiana nelle elezioni previste per la primavera del 1956.

Come si era formata nel cardinale Lercaro questa disponibilità a sostenere una tale posizione?  Nel rispondere a questa domanda, io non dispongo di informazioni particolari ma solo  di riflessioni attente su dati di fatto del tutto notori, esistenti e  abituali allora in tutta Italia. Ma, a Bologna, essi si intrecciano più intensi che altrove, in ragione della originalità e coerenza religiosa della figura conplessiva di Dossetti, giurista, politico, teologo, consacrato a forme nuove di vita cristiana:  ma anche gli altri protagonisti prinicipali di questa vicenda cittadina (Lercaro e il deputato moroteo Angelo Salizzoni) erano mossi da fattori qualitativi inconsueti per lealtà e purezza di convinzione, anche se mescolati con antiche e diffuse abitudini temporalistiche, certamente non buone e non giuste per la confusione di ambiti da tenere distinti per principio, nel rispetto delle loro specifiche sovrane responsabilità.

Vediamole con attenzione, perchè proprio  esse hanno prodotto anche  il misterioso getto di energia del “Libro  bianco su Bologna” che a Reggio Emilia ora  si ristampa in onore e fedeltà di un passaggio realmente decisivo della biografia del grande cattolico italiano reggiano che è stato Dossetti: “avventura bolognese” che è centrale nella biografia del personaggio più problematico e più profondamente inserito nello snodo tuttora enigmatico tra Chiesa cattolica e Stato italiano, poichè egli fu indubitabilmente l’architetto principe  della costituzione repubblicana e l’eminenza grigia del  gruppo maggioritario di padri conciliari  guidati da papa Paolo VI a superare le resitenze curiali alla spinta riformatrice del Vaticano II convocato da Giovanni XXIII. Ma andiamo con ordine, senza lasciarci tentare da anticipi resi possibili solo col senno di poi .

Nel 1956, in Italia e certo anche a Bologna, era ancora naturalissimo che un deputato cattolico del calibro di Angelo Salizzoni si confrontasse sui problemi politici e di partito, nazionali e locali, con il proprio vescovo. Si faceva con riservatezza, perchè la repubblica era istituzione laica (“Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”, recita il primo comma dell’articolo 7), ma  scambi privati di informazioni e esami di situazioni non si sentivano né sbagliati né pericolosi. Non era la Dc immersa nell’ambiguità mai sciolta tra essere o strumento dell’unità politica dei cattolici o partito dei soli  cattolici democratici? Contatti interni a questa ambiguità erano anzi più o meno continui e spesso risolutivi,  consentiti nella coscienza e inseriti nel costume delle autorità ecclesiastiche e del laicato cattolico organizzato e dei suoi notabili saliti in politica: e deve dirsi che spesso la cosa era reciprocamente rispettosa  e nutrita di autonomia nei laici e di attenzione e carità pastorale nella gerarchia.

Salizzoni aveva anche motivo di essere preoccupato a Roma del crescente potere di Fanfani;  da futuro moroteo ne avvertiva pericolosa l’irruenza  e illusoria la sicurezza operativa, e rimpiangeva la partenza di Dossetti per il “piano culturale”. In questo contesto non gli sarebbe dispiaciuto affatto un ritorno sulla scena pubblica  di una personalità come Dossetti; vedeva altresì opportuno vincere la sfida con il Pci bolognese,  non per autoritarismo e anticomunismo becero, ma con una azione qualitativa di alto livello. Un successo della Dc bolognese guidata da Dossetti gli pareva possibile e utile, in città e nel paese: e vi ha pensato, forse proprio per primo. Ma, conoscendo Dossetti, sapeva che nessuno nel partito poteva ottenere una tale accettazione a una tale  proposta, se non forse il cardinale nelle cui mani Dossetti aveva di fatto già consegnato, se pure riservatamente,  impegni di consacrazione implicanti  obbedienza  e stabilità in questa chiesa locale. Il cardinale conosceva i progetti di “studio e lunga durata” di Dossetti e li aveva apprezzati  e appoggiati, ma non li credeva incompatibili con la funzione , oltrettutto transitoria di un amministratore civico; e personalmente  giudicava Dossetti figura non solo degna, ma anche in grado di vincere in Bologna, proprio perchè giudicato (anche in Vaticano a lungo) capace di guardare più lontano e più in grande di altri cattolici italiani.  Il cardinale e gli amministratori comunisti bolognesi erano poi in netta competizione culturale, ma anche  in notevole sintonia in vari  ordini di problemi: amavano lo sviluppo cittadino, cercavano l’elevamento dei ceti più poplari e umili, vedevano la povertà delle zone periferiche: una competizione  di elevatissimo impegno quale Dossetti avrebbe potuto sostenere, e lo scarto minimo del 1951  (pari allo 0,93% tra le due coalizioni allora in gara), convinsero il cardinale che se la proposta pensata da Salizzoni fosse stata davvero vincente  nella Dc sarebbe stato bene che Dossetti l’accogliesse, in spirito di servizio, come si diceva (e si dice ancora da molti, sia vero o no).  Nessuna delle motivazioni di Salizzoni e di Lercaro a me (oggi come allora) appaiono eticamente inacettabili. Ma certo la loro speranza di una vittoria elettorale era per lo meno equivoca e, nella Bologna del 1956,   del tutto illusoria sul piano di un confronto amministrativo-politico. La  cosa è confermata da quarant’anni di storia successiva: mai più la lista democristiana a Bologna, da chiunque guidata (Salizzoni, Felicori, Tesini, Coliva, Bersani, Andreatta, Corazza), ha ritrovato nelle urne quel 27,73 di consenso raccolto da Dossetti nel 56: fu poco per vincere, ma costitui il punto  record di ogni sforzo elettorale democristiano a Bologna successivo alle giornate della Liberazione. Il realismo valutativo di Dossetti resta impagabile e insuperato.

L’impegno amministrativo chiesto a Dossetti, e le aspettative dei suoi sponsor di  superare con un candidato così autorevole la condizione di minoranza subita per pochissimo nel 1951,  erano davvero estranee ai programmi di ricerca culturale  teologicamente approfondita di Dossetti, e sorde alle critiche severe da lui indicate a motivazione dell’abbandono di ogni attività politica tra 50 e 51. Dossetti fu interiormente orripilato, e in qualche modo offeso, da una proposta  così lontana dalla strada su cui intendeva camminare, e sulla quale aveva già coinvolto un piccolo ma validissimo gruppo di giovani amici, chiamati a svolgere studi severi, di per sè non finalizzati a una carriera accademica: le critiche in tale contesto non mancarono e il fatto che l’istituto di Via san Vitale sia sopravvissuto alla svolta del ’56 fu segno della profondità di relazioni stabilitesi nella piccola “comunità” fondatrice del Centro di Documentazione.

Ma cosa si dissero nel loro rapporto personale Lercaro e Dossetti? Su questo punto, qualche informazione diretta l’ho avuta da Dossetti nel contesto della proposta che da lui mi venne fatta di entrare poi come uno degli indipendenti nella lista democristiana che si era deciso a capeggiare, accettando l’incarico di guidarla nel confronto elettorale della primavera ’56. “Noi perderemo”, mi disse subito. “Non farti illusioni al riguardo, io non sarò sindaco e tu non sarai assessore. Farai però una bella esperienza e imparerai molte cose interessanti sulla vita di una città, e penso che il nostro lavoro di minoranza avrà egualmente una sua utilità”. Ci tenne a chiarirmi in termini puntuali l’impossibilità di vincere. “I conti del 51 non dicono nulla: oggi,  in provincia di Bologna, la federazione del Pci per numero e convinzione di militanti è incomparabile con la situazione della Dc provinciale e ancor peggio è la situazione comunale. Gli iscritti della Dc sono enormemente meno numerosi di quelli del Pci,  e sono meno uniti e meno motivati sugli obiettivi per cui sono disposti a lavorare con continuità in mezzo alla popolazione. Noi andremo un po’ avanti, ma la radicalizzazione che inevitablmente si produrrà tra Dozza e me gioverà di più a lui e al suo partito. Qualunque cosa diremo nei prossimi mesi, non possiamo che perdere. L’ho detto al cardinale e a Salizzoni”. “E che cosa le hanno risposto?”, mi azzardai a chedergli. “Sperano che io mi sbagli. Ma che, in ogni modo, non farà male a nessuno un nostro impegno per la città, perchè nel programma e nella campagna elettorale diremo  le cose che ci parrà giusto proporre nell’interesse di Bologna e della sua popolazione complessiva: l’impegno a dire quanto ci sembra giusto,  è tutto quanto ci chiedono oggi. Saranno poi i cittadini a decidere chi vince. Noi faremo la parte che ci assegneranno loro : io l’ho detto e ridetto, sarà quella di minoranza. Ma è vero che anche questo può aiutare Bologna a crescere, a vedere la svolta che dobbiamo fare, cambiando tutti non poco”.

Parecchi mesi prima del voto, Dossetti mi disse questo con chiarezza e serenità che mi colpirono molto, e gli fui grato di non aver lasciato, nella mia coscienza in formazione,  spazio a illusioni distorcenti un  impegno personale che doveva essere giovanile ma non puerile. Allora Dossetti non mi disse nulla del suo già delineato impegno di consacrazione, di obbedienza e stabilità nella chiesa di Bologna e nelle mani del Vescovo: nel 1956 aveva già scritto “Forma Communitatis” (Pentecoste del 54) e la  “Piccola regola” (8 settembre del 1955), ma avendo obbedito in ragione degli obblighi assunti liberamente e riservatamente con esse, tacque, almeno con me, le motivazoni più personali e religiose di quel suo pubblico “sì”. Senza mentire, mi disse solo condizoni e obiettivi politici, e l’interesse formativo di quanto mi proponeva di fare con lui e con gli altri amici che si sarebbero coinvolti in questa esperienza cittadina, profondamente “atipica”.

Dossetti non ha mai chiuso gli occhi sull’ambiguità che ha segnato la storia della Dc anche nei suoi anni più grandi. Con le scelte drammatiche attraversate tra guerra e resistenza, con il rifiuto a insistere in illusioni spentesi con la “guerra fredda” e i suoi  rituali, con l’ “obbedienza” accettata per pure fede padrona della sua coscienza, Dossetti ha potuto trasformare l’ambiguità generale in una creazione personale inattesa da tutti ma realmente benefica: per i due anni di presenza sua in consiglio comunale, e per altri quasi venti di un gruppo consiliare  dossettiano attivo in anni belli dell’amministrazione bolognese, pur operandovi solo da posizioni serie di una minoranza indubbiamente  atipica nel quadro italiano.

Nei mesi successivi, parlando ogni giorno ai cittadini, alluse spesso alla conclusione delle sue precedenti esperienze politiche, con l’espressione criptica “la mia cultura è in pezzi”,  “sono spoglio di tutto”; ma in realtà i tratti immediatamente chiari della sua proposta di capolista  lo presentavano come ricco di grande rispetto di tutti i cittadini bolognesi, a cominciare dagli avversari comunisti,  ma senza tacere una critico del conservatorismo del potere da essi acqisito in città, indicando a tutti obiettivi comuni più avanzati.

La lettura delle parti, sezioni e paragrafi del “Libro bianco”, incontra il molto di critica del “decennio rosso” e il moltissimo di cose esigenti e originali della “proposta di svolta” avanzata dal candidato capolista democristiano “atipico” fin dalle procedure di designazione. Va ricordato al riguardo che Dossetti fu candidato capolista bolognese non da un “comitato elettorale” cittadino o provinciale, ma da un voto primario di tutti gli iscritti alla Dc bolognese: l’autorizzazone fu strappata da Dossetti a Fanfani in un incontro romano di cui Giancarlo Tesini è stato testimone auricolare, udendo  in casa  Fanfani grida irritate del segretario nazionale e sospiri pazienti del candidato, irremovibiie però nel volere procedure locali di designazione mai praticate in Italia (come ottenne).

Fin dall’introduzione, il “Libro bianco su Bologna” rivendica la propria originalità: “non un ‘occasione di propaganda, ma un complesso di analisi e di studi condotti con rigore”. Indica poi la forte  critica svolta contro l’ “immobilismo conservatore” di una amministrazione che il “Libro bianco” accusa di “non corrispondere alle possibilità reali del popolo di Bologna che ha in sè tesori di energie e di speranze che i dirigenti comunisti hanno sottovalutato per pregiudizi ideologici, machiavellismo, mancanza di fede e magnanimità”.  Infine, non è nascosta la meta – la svolta per Bologna – chiamata a riprendere il suo posto nella vita economica e culturale della nazione, proporzionato alla sua tradizione più profonda e peculiare, istituzionale, sociale, culturale. Non il “dottor Balanzone” maschera folcloristica bolognese, ma glorie vere, l’Alma Mater con Irnerio e Accursio, un chiesa locale dotta e cordiale, con i cardinali Paleotti e Lambertini, studiosi come Galvani e Malpighi, patrioti come Minghetti e Farini, poeti e docenti come Carducci e Pascoli, raccontano volto e mente di Bologna. Il “Libro” accenna a questa “galleria” bolognese,  ma nei comizi se ne fecero esempi suggestivi e variabili nei contesti quotidiani. Nel “Libro bianco” si sostiene però che merito di questo slancio riproposto di nuovo “non è della Democrazia Cristiana, cioè di un partito, ma è di Bologna stessa, dell’intera città, che sta ritrovando la propria anima e che riprende a sperare e pertanto a volere con una volontà nuova. Qualche cosa si è mosso e non si fermerà più” .

Anche il “Libro bianco su Bologna” fa parte di una battaglia politica (la lotta contro l’”Amministrazione Dozza”) affidata a Dossetti che lealmente  vi entra con animo virile e rigore critico.Ma è stato tipicamente dossettiano lo “smarcamento” per cui il Pci bolognese è stato visto come “conservatore” di un potere, formatosi sì storicamente e legittimamente, ma non interprete adeguato della popolazione locale complessiva e delle sue speranze più profonde. La presentazione del Libro e del programma era stata preceduta da una fase di “Incontri con l’Elettore” (ove i cittadini avevano parlato e proposto pubblicamente  temi e bisogni), e  da una fase ancora più preliminare, nella quale una quarantina di giovani, su panchetti modestissimi, nei cortili della periferia più ostile, visitati per diverse settimane senza entrare nel centro storico, avevano ricordato cenni di storia italiana, del ruolo dei cattolici e delle forze popolari nel Risorgimento e di fronte a fascismo e resistenza, di grandi numeri dei risultati elettorali nazionali, dei principi costituzionali. Tutti indicatori finalizzati a stabilire una condizione di legittimità e di rispetto reciproco tra le forze che entravano a confronto nella gara elettorale, “festa della democrazia e della libertà dei cittadini”. Presi parte a questa fase popolare entusiasmante che accompagnò la stesura del “Libro bianco”: fu popolarità dialogica ma impegnativa, perchè nei cortili dei caseggiati popolari queste voci giovanili (di fucini, congregati mariani, gioventù operaia e studentesca di azione cattolica), ascoltate pacifiche ma documentate e in certa misura provocatoriamente pedagogiche, erano una “concorrenza” a cui le cellule e le sezioni comuniste non erano abituate. Le “parrocchie” con le prime “nuove chiese”, volute da Lercaro anche aperte in negozi della periferia, cominciavano a comparire, ma erano altra cosa, con fini propri e diversi. Se mai, il confronto  a tutto campo, per le strade, si era avuto con i “frati volanti”, di cui padre Toschi fu il più famoso: ma, anche qui, fu radicale lo “smarcamento” dossettiano verso una storia  assolutamente civica e civile, non clericale, puntigliosamente sociale e politica.

Ora che la campagna del 56 viene letta in prospettiva storica più ampia, è chiaro che la creazione dei quartieri (decentramento e partecipazione) e il riassetto qualitativo della politica urbanistica (cura del centro storico, tutela della collina, viabilità di maggior respiro tra zone periferiche in via di sviluppo) sono state le novità più elaborate dalle “amministrazioni rosse” dopo essere state non poco  pungolate dalla qualità di vita prospettata dal “Libro bianco” nel suo attacco polemico ma serio. I buoni servizi sociali e l’istruzione dell’infanzia ben curata sono invece merito più interno alla sinistra. Questo intrecciarsi di qualità in competizione non è cosa da poco ed è durato per tre o quattro mandati, vissuti  in grande civiltà di rapporti tra maggioranza e minoranza, entrambe capaci di lavorare per un buon governo. Ma proprio questo clima di “attenzione alle responsabilità da esercitare” creativo di buoni risultati e solidarieta profonde, è la lezione più forte e originale del “Libro bianco” e del biennio di magistero dossettiano dentro il consiglio comunale. La verità della “laicità di principio”, intrinseca alla cultura cristiana dossettiana e praticata in facie ecclesiae, fece colpo a sinistra, seminò e aiutò sviluppi che si videro negli anni successivi, e che Fanti soprattutto, ma anche Zangheri e Imbeni, introdussero nella propria visione delle cose locali e in una maggiore disponibilità a cambiamenti generali profondi, non necessariamente di smobilitazione della propria responsabilità politica, anche a livello nazionale. Ma qui parliamo solo dell’”incipit” di questa fase, che  si è fatta conoscere con il successo e la vitalità del “Libro bianco”. Possiamo dire che tutto questo sia bastato nell’evoluzione complessiva del paese? A me pare evidente che la risposta non possa essere positiva. Trovarla e darla, è ancora sulle spalle di chi crede all’importanza di ideali di solidarietà, lavoro, pace, rispetto dei diritti di tutti, sobrietà e responsabilità esercitate. Da credenti, increduli, variamente e diversamente credenti, come stiamo ancora imparando che tutti noi siamo, nel nostro paese e nel nostro tempo. Ma il nucleo generatore del prestigio etico che circonda il “Libro bianco “ dossettiano, è arrivato primo a vedere  questo traguardo, anche se la definizione più precisa delle condizioni e dei modi con cui i cattolici possono, da parte loro, cercare di realizzare un impegno politico efficace e coerente con la loro fede, Dossetti la formulerà, più di trent’anni dopo il ’56, alla presenza del cardinale  Biffi, nel grande discorso tenuto al Congresso eucaristico bolognese del 1987, in qualche modo in dialogo con un altro illustre invitato, don Giussani.  Il tema, ampiamente sviluppato da Dossetti, intensamente teologico, era (ma siamo vent’anni dopo il Vaticano II),  “L’eucarestia e la vita della città”:  a questo ultimo testo mi permetto di rimandare sul tema della relazione “vangelo e politica”, tutta però già laicamente e cristianamente presente  nel’”incunabolo” del 1956, il quale precede di quasi dieci anni la costituzione “Gaudium et spes” atto finale del Vaticano II.

Quando la campagna del 1956, ,nel suo intenso svolgimento,  vide salire  di numero le uscite del candidato-sindaco anche in luoghi più centrali, indicati con il palchetto e il cartello “Qui parlerà Dossetti alle ore….”, il “Libro bianco” era stato già presentato, e i temi dei comizi e delle conferenze si fecero più ricchi e complessi di contenuti anche tecnici. Bastano i titoli delle sue tre parti, qui integralmnte ripubblicate: “Conoscere per deliberare”, “Rianimare il volto spirituale della città”, “Condizioni e prospettive per una nuova, coraggiosa e responsabile amministrazione civica”.

Ci sono altri “libri d’epoca”, esuriti e non ristampati, che integrano le informazioni su quell’anno e su questo testo canonico, ora ristampato in Reggio. Mi riferisco a “Bologna pci” di Gianluigi degli Esposti  e a  quello di Mario Tesini “Oltre la città rossa. L’alternativa mancata di Dossetti” (entrambi del Mulino), i quali  danno un’idea diretta, anche giornalistica ed emotiva, di quel confronto politico-amministrativo. Degli Esposti racconta di più emozioni e pensieri circolanti tra i comunisti, Tesini dà conto con finezza delle tesi più propriamente democristiane presenti nell’evento amministrativo del ’56. Ma fu esso solo o principalmente “amministrativo”? L’opera più compendiosa e completa sui “Due anni a Palazzo d’Accursio – Discorsi a Bologna 1956-1958”, a cura di Roberto Villa e con prefazione di Paolo Pombeni  (anch’essa di un editore reggiano!), mostra con grande chiarezza l’intreccio di temi politici e non solo amministrativi, affrontati da Dossetti in consiglio comunale, intervenendo sui grandi problemi della pace e della guerra e dello scontro ideologico che ha riempito il Novecento. Discorsi i quali confermano la centralità che la politica ha nel pensiero religioso di Dossetti e quella reciproca che la fede cristiana ha nelle sue percezioni e proposte politiche e, più in generale, nella interpretazione della storia.  Anche Ardigò con l’ultimo volume suo, una “antologia” del “Libro bianco su Bologna”, arricchita da una silloge interessante di testi suoi e di altri, ragionando sull’evento del ’56 mostra, pur in un libro segnato dalla attenzione sociologica e urbanstica che gli era congeniale, piena consapevolezza dell’immanenza  e motricità che la “fede dossettiana” ha nella vicenda politica ed ecclesiale di Dossetti. Nella biografia di Dossetti, l’avventura civica bolognese, ne costituisce uno “snodo” cronologico  e storico decisivo, per la saldatura etico-politica effettuata e di approfondimenti e proiezioni ecclesiali che hanno sopravvanzato le   intenzioni dei protagonisti.

D’altra pare, è quanto riconosce  lo  stesso Dossetti che, nel marzo del 1958, scrive a Dozza presentandogli le sue dimissioni dal Consiglio comunale. Una partenza, come poi si vide, che preparava solo un “nuovo inizio” , una sorprendente occasione di approfondimento di quello studio per la riforma cristiana interrotto quasi tre anni prima per umiltà e obbedienza :

Signor Sindaco,il mandato affidatomi dagli elettori di Bologna nel 1956 ha costituito nella mia vita un fatto di grande importanza, soprattutto interiore. Certo, so che avrei dovuto fare ben di più e ben meglio; ma oso dire che questo è stato davvero un impegno che di giorno in giorno è penetrato in me sempre più profondamente. Non potrò mai rammaricamrmi dei due anni spesi in questo servizio alla Città: anzi dovrò sempre considerarli come una tappa fondamentale della mia vita e come una grazia concessami da Dio, Padre misericodioso. Così non potrò mai considerare insignificanti o facilmente cancellabili la conoscenza e il rapporto avuto con lei e con i colleghi di ogni gruppo. Perciò non avrei potuto pensare di esimermi da esso (il mandato degli elettori), se non per una sola causa, che ora appunto si verifica: il Signore, attraverso la sua Chiesa, si degna di chamarmi al sacerdozio di Cristo e alla vita religiosa. Debbo quindi pregarLa di sottoporre al Consiglio comunale le mie dimissioni assolute e definitive”.

A conferma della serietà di queste riflessioni e decisioni parlano il mese che passa dalla presentazione a Lercaro della domanda di “accedere al sacerdozio” alla risposta positiva ricevuta, e gli altri tre che ancora passano prima che Dossetti scriva a Dozza.   Nei nove  mesi successivi alle dimissioni, Dossetti prepararerà e sosterrà gli esami in seminario, che si giudicò opportuno egli  sostenesse in un ciclo, intenso  nel ritmo ma non difforme  nei contenuti da quelli richiesti a tutti i seminaristi: anche se è testimonianza di molti docenti che a domande curiose di come si fossero svolti, risposero francamente: “gli esami di Dossetti? pareva fossimo noi gli scolari…”.

Il 6 gennaio del 1959, Dossetti è infine ordinato sacerdote in san Pietro cattedrale della chiesa bolognese. Ma già il 10 ottobre ’58,  a Roma era morto Pio XII e il 28 ottobre 58, mentre Dossetti ancora sosteneva i suoi esami preliminari alla ordinazione a prete diocesano,  Angelo Giuseppe Roncalli era divenuto papa.  Diciannove giorni dopo l’ordinazione bolognese di Dossetti,  il nuovo papa in san Paolo fuori le Mura annunciava la convocazione del Concilio.

Sono eventi inattesi e del tutto indipendenti, ma il loro verificarsi apre una nuova intensissima fase di vita  per Dossetti: una ripresa piena e travolgente  della collaborazione teologica interrotta  per circa tre anni con l’istituto di Via san Vitale e, soprattutto,  una espansione vertiginosa della relazione ormai solidissima stabilita con Lercaro. Il quale, come vescovo di Bologna,  è ovviamente un padre conciliare: e,  dalla seconda sessione, viene nominato, da Paolo VI, uno dei quattro Moderatori del Concilio (unico italiano di questo ristretto collegio presidenziale). Lercaro è l’ unico vescovo che dispone, dal giorno della convocazione del Concilio, di un perito ed esperto personale di capacità, competenze, lealtà e intraprendenza assolutamente fuori del comune, e alla guida di una “officina bolognese”, che è stata importante nella storia del Concilio, come  tuttora è importantissima nella storiografia del Vaticano II.

Nessun sacerdote diocesano, di fatto,  né a Bologna né altrove, ha avuto con il proprio vescovo un rapporto fiduciario di qualità e di importanza analoghe. Rapporto nutrito di  un ascolto reciproco, prima possibile, poi reale e infine accrescitivo di comunione spirituale,  come è avvenuto tra Lercaro e Dossetti, e il gruppo di loro collaboratori detti, ahimé solo polemicamente, “la scuola bolognese”. Non è qui luogo di sviluppare questa interpretazione interessata a tutte le conseguenze venute  dalla sofferta obbedienza del ’56, presa al buio di tutto, tranne la luce fornita da un misterioso  “eccesso” di fede, ma proporzionale  a ciò che si accoglie di Dio.

Più di mezzo secolo è trascorso dagli eventi che hanno lasciato nelle nostre mani “Il Libro bianco su Bologna”:  la nostra città e il nostro paese, la chiesa cattolica e quella locale, hanno attraversato tante vicende da allora e vivono oggi una fase sotto molti aspetti diversa, incerta  anche inquietante:  che, quasi ogni giorno, vede riemergere  eredità di preziose esperienze,  o vacillarne purtroppo le costruzioni più ammirevoli,  con il formarsi di  vuoti pericolosi,  e  bisogni che tardano a trovare risposte adeguate. Ma nel repertorio dei nostri diffiicili problemi, certe memorie sono risorse da utilizzare nel presente. Certo, non si deve esssere nostalgici, né prigionieri dei ricordi: ma una consapevolezza attenta delle pagine già scritte con generosità e sapienza aiuta ad affrontare il presente.

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