“Un patto di cittadinanza per la città metropolitana” di Pieluigi Cervellati

Se si fosse avviata la costruzione della città metropolitana ci risarebbero prospettive diverse rispetto a quelle attuali. La costruzione di Bologna Città Metropolitana (città di città) - com’era stata proposta 6 anni fa, inserita nel programma elettorale dell’attuale Sindaco- avrebbe favorito l’integrazione della città con il territorio provinciale. Avrebbe anticipato il disegno di una “governance” alternativa a quella in essere, obsoleta quanto politicamente sterile, costosa quanto dannosa. L’avvio del progetto di città metropolitana avrebbe potuto riorganizzare la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica (che è stata fondamentale nel recente passato quando Bologna era una guida amministrativa per il paese). Avrebbe e non per ultimo, recuperato il ruolo che le spetta in ambito regionale. Tutti si sono dimenticati, e la Regione per prima, che Bologna è (o dovrebbe essere) il capoluogo regionale…

Si sarebbero evitati molti errori. In particolare non sarebbe stato varato un Piano Strutturale (PSC), gonfio di metri cubi, di speculazione (nel momento stesso che la crisi economica mondiale e locale è causata da troppa edilizia). Un piano che -sommato agli altri PSC in fase di elaborazione e adozione- causerà il quasi totale consumo di territorio agricolo della nostra Provincia. Un piano gonfio e miope. Congestiona, inquina ulteriormente e trasforma la città storica in anonimo autlet.

Si sarebbe guadagnato in qualità della vita puntando sul Sistema Metropolitano Ferroviario invece che investire risorse in distruttivi super autobus, in demenziali “passanti nord”, in pseudo metropolitane che non servono. E, con la crisi in atto, difficilmente si realizzeranno nei prossimi decenni, mentre se si fosse puntato sul Sistema Ferroviario, non ci sarebbe per gli spostamenti ferroviari locali l’attuale arretratezza e insostenibilità accentuata dalla “freccia rossa”.

Non si sarebbe varata l’oscena formazione di nuovi ambiti –(sottoscritta dall’Assemblea dei sindaci della Provincia nell’ottobre scoro)- quando è stato approvato un documento di “riordino” dei Circondari provinciali in totale dissonanza con qualsiasi approccio pianificatorio di area vasta. Un riordino che isola il territorio del comune di Bologna dai comuni ad esso tangenti, da anni prolungamento del capoluogo. L’intento dichiarato è di costruire una “città metropolitana” all’interno dei soli confini comunali. La Provincia con il “buco”, senza il capoluogo, governa meglio. Bologna da sola diventa “città metropolitana”, si autogoverna e quello che avviene fuori dai suoi confini non deve interessarla. La Regione continuerà ad essere assente e limitarsi a caldeggiare infrastrutture credendo con ciò di essere “innovativa”.

L’avvio del progetto della città metropolitana richiede operazioni semplici che non costano nulla. La riforma dei quartieri e la loro trasformazione in municipi, in una “rete” di municipi, è indispensabile e fattibile anche se il decreto istituzionale delle città metropolitane non si trasforma in legge. Non per ritornare all’assetto che avevano prima della sciagurata perimetrazione degli anni ’80, bensì per rapportarsi, mettersi appunto in rete, con gli altri municipi dell’intorno e in progressione con tutti i municipi della Provincia fino a formare la “città di città”. Si dissolve la Provincia. E Bologna città metropolitana, può ottenere il ruolo di capoluogo di Regione. Può costituire paradigma per la stessa formazione della legge.

L’assenza di un progetto di città metropolitana o come si preferisce definirla “città di città”, una struttura che metta in relazione –coinvolga- i municipi interni e i comuni al di là degli attuali confini di Bologna, che a loro volta si debbono trasformare in municipi per ottenere quella equivalenza territoriale che consente la formazione di un pluricentrismo in cui sussidiarietà e intersacambio, rafforza la reciproca responsabilità; la mancata attuazione di questa riforma ha contribuito ad accentuare il declino crescente di questa città.

Punto saliente della “città di città” è la trasformazione di ciò che chiamiamo spawl (peggiore della già squallida tradizionale periferia), in un luogo dove rigeneri il senso di appartenenza, si riaffermi la nozione di cittadinanza, si subordini la proprietà dei privati al pubblico interesse. Si ricostituisca il senso di città.

La proprietà giuridica del singolo bene può essere privata o pubblica, ma i valori identitari e culturali dovrebbero essere sempre e comunque di pertinenza pubblica. Il patrimonio culturale e sociale è l’opposto di ogni individualismo proprietario (che forma la villettopoli invadente) e si rifà a valori collettivi, a legami di responsabilità che prendono la forma del patto di cittadinanza. Il futuro, per non dire il presente, di Bologna e del suo ruolo, regionale, nazionale ed europeo, al di là di qualsiasi retorica, si gioca se e in quanto si stabilisce un patto, appunto, di cittadinanza fra i nuovi municipi (espressione di partecipazione popolare concreta) e le diverse istituzioni presenti. In primo luogo l’Università. Mai si era registrato fra Comune e Università l’indifferenza se non il disprezzo reciproco come in questo inizio di millennio. Quindi, i “partiti” che danno l’impressione di vendere l’anima della città attraverso le forze economiche dominanti, imprenditori e cooperatori che adesso strizzano l’occhio a questo o a quel candidato…. Che vendicano aree fabbricabili o favoritismi (come il “passante nord”) in contrasto con le direttive europee. Il sindacato dominato per troppo tempo da uno “sviluppismo” senza prospettiva se non quella occupazionale che crolla nel momento stesso che avviene la crisi cosiddetta “ciclica”; figuriamoci con una crisi strutturale.

La nostra città (al pari di molti altri insediamenti) ha una matrice storica. Ed è interessante capire la “polarità” dello spazio umano e rapportarlo al concetto di città. La “polarità” dello spazio umano è fatto di un “dentro” e di un “fuori”. Questo dentro è stato per secoli rassicurante, turrito, stabile. Anche senza le mura -fin tanto che c’è stata la campagna- è rimasto il senso di “città”. Poi abbiamo avuto paura; ci siamo e continuiamo ad essere chiusi dentro i nostri confini. Tutto doveva e deve rimanere “dentro”. Diventare sempre più denso, più cementificato e così abbiamo costruito e costruito e tornato a costruire. Negli ultimi 35 anni gli abitanti sono diminuiti di quasi 140 mila unità e abbiamo costruito case o prevediamo di costruirne (con il PSC) per oltre un milione e mezzo di abitanti. (Senza contare i metri cubi dei PSC in essere o futuribili fuori dai nostri confini). L’università si è ingigantita e, a un tempo, impoverita. Si è allargata, ha conquistato nuove sedi e ha perduto qualsiasi rapporto con la città.

Ci siamo chiusi dentro di noi. Respingendo la riforma dei quartieri/circoscrizioni in municipi, non abbiamo capito che per esserci un “dentro”, dobbiamo aprirci verso il “fuori” per accoglierlo in noi. La “città di città” è un insieme di nuclei urbani che debbono interagire l’uno con l’altro, ognuno con le sue specificità, le sue identità. Ma attenzione. Come ha scritto uno storico attento, Jean-Pierre Vernant, ”se ogni gruppo umano, ogni società, ogni cultura si pensasse e si vivesse come la civiltà di cui si deve mantenere l’identità …. contro le irruzioni dall’esterno e le pressioni interne, nondimeno ciascuna sarebbe confrontata al problema dell’alterità nella varietà delle sue forme. Per mantenere l’identità occorre aprirsi all’altro fino ad ottenere quelle alterazioni che continuamente si producono nel corpo sociale attraverso il flusso delle generazioni che fanno posto ai necessari contatti, agli scambi con lo straniero del quale nessuna città può fare a meno”. La propria identità non può né concepirsi né definirsi se non in rapporto all’altro. Alla molteplicità degli altri. Se l’identico resta chiuso in se stesso non c’è pensiero possibile. E quindi neppure civiltà possibile. L’interscambio libera forze rigeneratrici e ci rende più responsabili”. Pensiamo a Bologna e a ciò che abbiamo realizzato negli ultimi decenni, alla quantità di opere e di case fatte per non perdere abitanti, per evitare che andassero fuori. Per non dare niente agli latri comuni. Pensiamo ai comuni che ci stanno attorno e alla quantità di costruzioni che hanno fatto per aumentare la popolazione, per assorbire cittadini di Bologna, senza che Provincia e Comuni –e con la totale assenza della Regione- si dessero una guida, pianificassero, avessero un’idea di ciò che stavano (e stanno) facendo. Compariamo l’esistente urbanistico bolognese e confrontiamolo con le prospettive economiche, occupazionali che si prospettano. Forse riusciremo a cogliere la misura della nostra aridità e avidità, mascherato da campanilismo storico. Forse riusciremo a cogliere lo spreco di risorse, di territorio, di denaro che minaccia il nostro presente e tanto più il nostro futuro. Forse riusciremo a conteggiare l’entropia prodotta misurabile nel numero di alloggi vuoti esistenti (e crescenti) e nel prezzo di mercato degli alloggi (altissimo anche se in diminuzione).

Un patto di cittadinanza –oggi- si può realizzare solo se Bologna si rapporta con il suo interland trasformando l’aggregato urbano, la dilagante periferia, in più municipi in cui le scelte siano obbligatoriamente partecipate e condivise, dove le idee dei non allineati siano considerate un contributo, dove il governo della cosa pubblica sia responsabile e responsabilizzante.

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