“Le premesse culturali di un welfare dei diritti” di Katia Zanotti

La differenza fra una linea culturale riformista e di sinistra e una linea conservatrice e di destra sui temi del welfare e del riconoscimento e affermazione dei diritti delle persone è data dal modello di società che si persegue, e la nostra idea di società e’ fondata sulla piena libertà delle persone, sulla piena parità dei generi, sul pieno riconoscimento delle diversità negli orientamenti sessuali, idea che impone la ricostruzione profonda di un sistema di valori dentro i quali l’affermazione di una etica pubblica di sostegno alla libera scelta delle persone diventa uno dei punti fondanti di un nuovo welfare e di moderne scelte di governo.

Porre al centro la dignità della vita umana significa affermare un punto alto della democrazia nella misura in cui si riconosce che sviluppo economico, sviluppo sociale e diritti delle persone vanno di pari passo e il sistema di welfare è uno dei fattori determinanti per il raggiungimento di questo fine.

Ed è ugualmente determinante una capacità di innovazione straordinaria nella cultura politica e nelle istituzioni nazionali e locali.

Ma oggi siamo di fronte a una sorta di cedimento culturale piuttosto che di ricerca e sperimentazione di nuovi modelli di welfare, nuove pratiche piu’ corrispondenti alla diversificazione dei bisogni delle persone e alle nuove domande che un mondo così diseguale e ingiusto pone.

Il centro destra, con lo slogan “non si può dare tutto a tutti”, ciò che in realtà propone è la diseguaglianza come risparmio. Per questo Governo la giustizia sociale costa troppo. Nel frattempo la povertà in Italia rimane una grave questione sociale.

Dentro i confini, fino a poco tempo fa considerati ben riparati, del nostro occidente siamo solo all’inizio di una crisi che sta scuotendo il mondo: l’imponenza del numero dei disoccupati e cassaintegrati cresce di giorno in giorno, anche in Emilia-Romagna, anche a Bologna.

Enorme è quindi la sfida e uno dei suoi passaggi ineludibili riguarda la trasformazione dello Stato sociale.

Troppo spesso emerge una idea dello sviluppo, anche nel dibattito politico e istituzionale bolognese, in cui le persone, le loro condizioni, le loro relazioni, il sostegno ai loro progetti esistenziali sembrano apparire più un costo per la comunità e il sistema economico, piuttosto che un paradigma sulla base del quale si intendono far marciare di pari passo crescita economica e sviluppo sociale.

Anche nella cultura politica e istituzionale che sembra prevalere a Bologna vi è l’idea che prima viene la produzione della ricchezza e poi, con la sua distribuzione, si può provvedere alle persone rendendo migliore la loro qualità della vita.

Ma una città declinata unicamente in termini di case, palazzi, strade, infrastrutture, piazze, commerci, ricchezze prodotte pro capite, prodotti interni lordi, rischia di rimanere un enigma o un agglomerato privo di senso se non sa diventare innanzitutto un insieme di rapporti, una rete di scambi umani, culturali e civili.

Una rete di relazioni e di scambi da non utilizzare semplicemente in funzione protettiva delle tante solitudini che attraversano la città, ma capace di portare alla luce una fisionomia plurale, ricca di differenze, discontinuità e conflitti, ma che rimane una fisionomia.

Bologna sembra averla persa questa fisionomia.

Non sembra più in grado di lasciar trasparire nella sua veste pubblica anima alcuna mentre nel contempo si scorgono e si percepiscono le parti vive di di una città sotterranea che continua a cercare, a interrogarsi, a inventare tra memoria e progetto.

Ridare anima a Bologna significa innanzitutto recuperare interamente la dimensione dello spazio pubblico, sociale e collettivo che ha caratterizzato la storia, lo sviluppo, la cultura di questa città per decenni.

Anche a Bologna da tempo ormai siamo ad un punto critico del sistema di welfare segnato da una risposta pubblica che non tiene il passo sul piano finanziario per il consistente venir meno di risorse nazionali, ma anche sul piano della innovazione ed

efficacia nelle risposte e persino in ragione di “sussidiarietà” non sempre in grado di garantire qualità dei servizi, valorizzazione della loro funzione e del lavoro che in essi vi si svolge.

Intorno ai servizi sociali a Bologna, qualche decennio fa, si è dato gambe ad una progettazione che ha prodotto cultura, ha prodotto senso comune positivo: non e’ inutile ricordare come intorno all’asilo nido territoriale, per fare un solo esempio, si sia radicata in profondità la cultura dei servizi per l’infanzia. In tutti questi anni, infatti, oltre il 70% dei genitori dell’Emilia-Romagna, nella scelta dell’asilo nido pubblico adduce motivi legati alla alta qualità educativa e ai contenuti formativi di questo servizio a partire dai primissimi anni di vita del bambino.

Ragionare su tracce di programma relativo al Welfare per la Bologna dei prossimi decenni vuol dire ragionare sul superamento di una visione di quel welfare che si illude, attraverso una politica di soli risarcimenti, di mettere le persone al riparo dai rischi, PER COSTRUIRE UN SISTEMA CHE METTA I SOGGETTI NELLE CONDIZIONI DI ACCRESCERE LA LORO DOTAZIONE DI MEZZI, RISORSE E OPPORTUNITA’.

Tutti gli indicatori di sviluppo dovrebbero comprendere quelli relativi alle possibilità di rendere effettive le capacità delle persone, mettendo in relazione diritti e qualità concreta della vita.

In particolare questo riguarda le DONNE poiché è ancora troppo grande e insopportabile il divario tra quanto le donne danno e quanto ricevono dall’organizzazione sociale e dalla politica.

Un welfare a sostegno delle persone non si limita quindi a riconoscere in modo formale un diritto, ma si preoccupa di renderlo pratico ed effettivo.

UN WELFARE PRATICABILE ED ESTESO.

Le scelte del Governo Berlusconi del centro destra vanno nella direzione opposta: ridanno alla famiglia, e quindi alle donne, l’obbligo di incaricarsi della qualità sociale ridotta a problema privato, e, in sostituzione, elargiscono il “bonus”, trasferimenti in denaro che possano distogliere le donne dall’offrire il proprio lavoro sul mercato,

anziché mirare piuttosto ad alleggerire la donna dai carichi di cura della famiglia.

Di nuovo è questione solo economica.

E’ indispensabile invece per un potenziamento delle politiche pubbliche nazionali e locali che definiscano un welfare a sostegno dei bisogni della persona e delle diverse e molteplici convivenze.

I fondamenti di una politica sociale pubblica stanno:

* nella tutela dei bisogni fondamentali e nella promozione del benessere delle persone. In questo senso vanno intese la fiscalità generale e la fiscalità locale come strumenti importanti ai fini della redistribuzione di risorse per finalità sociali.

* nell’aumentare i gradi di libertà delle persone e delle famiglie ampliando l’offerta dei servizi e le risorse per rimuovere gli ostacoli che impediscono le libere scelte dei cittadini, incluso il desiderio di maternità e le cure a bambini e non autosufficienti, affinché compiti che sono in capo all’Ente pubblico non vengano scaricati sulle famiglie e sulle donne;
* nel carattere inclusivo delle politiche pubbliche di welfare che si misura anche sulla capacità di offrire risposte efficaci e concrete ai bisogni delle persone migranti che vivono nella nostra città.

Una politica sociale a sostegno delle libertà e responsabilità delle persone richiede un ruolo dell’Ente pubblico assai forte sul terreno della programmazione, della verifica, del rapporto con le forze sociali e produttive, in cui il Comune diventi soggetto più attivo nell’elaborazione di politiche sociali innovative che, oltre che estendere, potenziare, diversificare la rete dei servizi sociali e sanitari innanzitutto per l’infanzia e per gli anziani, e ridurre possibilmente le tariffe a carico degli utenti, deve esercitarsi, in una LOGICA DI INTEGRAZIONE E NON DI SOSTITUZIONE,in azioni di promozione, valorizzazione e sostegno delle risorse, competenze, reti, esperienze sociali che agiscono nelle comunità territoriali.

La dimensione del quotidiano, della normalità del quotidiano rispetto ai bisogni, ai disagi, alle inadeguatezze, alle tensioni che attraversano le famiglie, è ormai da tempo la dimensione che richiede risposte urgenti perché è lì dentro che si giocano le gestioni strategiche dei tempi, delle relazioni, dei patti di solidarietà; è lì che, in una specie di micro welfare domestico, si inventano le soluzioni per la vita di ogni giorno, o meglio è lì che le eccellentissime, fantasiose, concilianti donne, inventano in modo acrobatico le soluzioni per la vita quotidiana.

DI QUESTO LUOGO DEVONO OCCUPARSI LA POLITICA E LE POLITICHE LADDOVE SI ESERCITA ASSUNZIONE DI RESPONSABILITÀ, RELAZIONE AFFETTIVA, RECIPROCITÀ, CURA,INDIPENDENTEMENTE DA DEFINIZIONI, FORMALIZZAZIONI, CATALOGAZIONI.

La città che vogliamo sa prendersi cura, è una città tempestivamente efficace, che sceglie la via solidale, che inventa servizi sulla base delle necessità di volta in volta più sentite, che lega le giovani generazioni a quelle più anziane.

La città che vogliamo considera diritti di cittadinanza l’accesso ai servizi del welfare locale, ripensati anche a partire dalle condizioni di vita delle lavoratrici e dei lavoratori con le tipologie contrattuali le più diversificate, delle giovani e dei giovani professionisti, degli stranieri non regolari.

La città che vogliamo opera sulla base della convinzione che il tenore di vita delle famiglie, specialmente di quelle a basso reddito, dipende anche dalla disponibilità di servizi pubblici di base, dalla sanità, ai servizi per l’infanzia, alla cura degli anziani perchè una politica prevalentemente incentrata sui trasferimenti monetari non può soddisfare e dare risposte a bisogni intensi a articolati.

Si tratterebbe in sostanza di tornare a ragionare su alcune questioni:

* il sistema delle prestazioni;
* il sistema di finanziamento, razionalizzando sì la spesa, ma ridefinendone nel contempo la sua composizione e priorità perchè altrimenti la percezione reale è che razionalizzazione corrisponda a tagli e disinvestimento sui servizi; ciò non vuol dire non essere attenti alle politiche del risparmio, della buona gestione aziendale, della lotta agli sprechi e alle improprietà. MA NON BASTANO. Sarebbe necessario mettere in campo politiche di vera e propria costruzione della salute e del benessere sociale non per ridurre i costi del sistema pubblico, ma per evitare che la loro crescita diventi antieconomica. In prospettiva, e in condizioni economiche diverse, si potrebbe aprire un ragionamento sull’istituzione di una TASSA DI SCOPO, anche a livello locale per ampliare e qualificare il sistema dei servizi. Sarebbe il modo diretto, solidale ed evidente a tutti per usare a fini sociali la fiscalità.
* riqualificazione dell’intervento pubblico e riconsiderazione e aggiornamento delle modalità di rapporto tra pubblico, privato sociale e privato (accreditamento, convenzioni);
* riorganizzazione dell’accesso ai servizi SU BASE METROPOLITANA quale punto strategico IN TERMINI DI EFFICACIA ED EFFICIENZA nei rapporti con l’utenza;
* innovazione e consolidamento nei processi di integrazione istituzionale: L’integrazione socio-sanitaria è un modo per raggiungere un obiettivo di globalità, di complessità, di ricomposizione e di riunificazione del diritto e del bisogno. Insomma, integrazione è mettere davvero al centro della politica sociale e sanitaria la globalità della persona e le sue capacità perché il cittadino da “utente” diventi protagonista attivo della sua salute e del suo benessere.

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