“L’Università e la Città: Scienza e Democrazia” di B.Giorgini
La storia della nostra citta’ si e’ sempre intrecciata nei secoli a quella dell’Alma Mater. Con momenti di sinergia ma anche di aspri scontri, dal lontano medievo, quando gli studenti per protesta chiudevano l’universitas e abbandonavano in massa Bologna, andando a fondare lo Studio di Padova o di Siena, e lasciando la citta’ impoverita sia sul piano economico che su quello intellettuale, all’epoca della stampa in cui Bolgna divenne capitale dell’editoria europea (cioe’ mondiale a quel tempo), e molti professori e ricercatori dello Studio si fecero anche editori, introducendo le innovazioni tecnologiche che resero i processi di stampa bolognesi i piu’ agili, i piu’ veloci e i meno costosi. Piu’ vicino a noi, ci fu la rivolta studentesca del 1977, in conflitto con gran parte della citta’ e col suo governo, un conflitto che pesa ancora, forse, nell’eterna e un po’ grottesca riproposizione di Piazza Verdi come luogo di tutti i mali e paradigma del degrado. Gia’ la crisi, non il fantasma che aleggia ma la piena che dilaga. Ne’ si tratta di sola crisi economica. A questa s’intrecciano la crisi ambientale e climatica, quella energetica, quella geopolitica e geostrategica, con i relativi sconquassi sociali. In particolare entra in crisi il modello urabano, la citta’ cosi’ come l’avevamo conosciuta, e gli episodi di violenza diffusa, di razzismo, di violenza contro le donne e contro i poveri, ne sono il il sintomo, la punta dell’iceberg. C’e una tendenza in qualche modo inevitabile a affrontare questo groppo di crisi tagliando con la spada come fece Alessandro col famoso nodo. Fuor di metafora, restringendo le liberta’ e i diritti, nel mercato del lavoro licenziando, insomma una tendenza per un verso a un cupo fascismo della miseria e dell’etnia e per l’altro a un nuovo Leviatano, lo Stato che impone e con chi non riga dritto bisogna essere “cattivi”, come ha recentemente detto il ministro Maroni rispetto agli immigrati, problema gigantesco che , a meno di un genocidio, non si governa tantomeno risolve col filo spinato. Viceversa e’ possibile affrontare queste crisi in vista di una vita piu’ bella e felice, e di un pianeta piu’ abitabile, a partire da due qualita’, non saprei come altro chiamarle: la scienza e la democrazia. Che devono essere tenute assieme. Gia’ fu cosi’ alle origini, come ci racconta Popper che individua nell’agora’ greca il luogo dove entrambe, scienza e democrazia, nascono insieme. D’altra parte l’antico legislatore definiva la democrazia come ” il luogo in cui nessun sapere viene disperso”. E la nostra citta’ potrebbe essere un campo di sperimentazione eccezionale per questo discorso, con una grande tradizione di democrazia, qua furono per la prima volta liberati i servi della gleba, e una grande tradizione di scienza, l’universita’ piu’ antica del mondo e la prima per qualita’ complessiva in Italia.Quando si parla di ecologia o ambiente, di energia, di cibo, di biotecnologie, di medicina, di ingegneria genetica, di mobilita’ sostenibile, di protezione civile, la ricerca non e’ una ciliegina sulla torta ma l’anima di un nuovo rapporto uomo natura non piu’ fondato sul dominio dell’uomo sulla natura come fu per millenni, ma su un contratto di equita’ tra l’uomo e la natura. Contratto di equita’ assolutamente necessario, se vogliamo che il pianeta sia per gli esseri umani abitabile nella convivenza civile. Altrimenti in primis le citta’ diventeranno il luogo di tutte le guerre civili, e l’uomo si fara’ lupo per l’uomo secondo la predizione di Hobbes. Tutto questo discorso significa cose anche assai precise, per esempio che bisogna trovare i modi e i canali per cui l’intelligenza accumulata e creata dentro l’universita’ diventi intelligenza sociale, pubblica, comune. Per esempio la citta’ deve interrogarsi se vuole destinare una parte della sua ricchezza a questa fabbrica di conoscenza e convivenza civile che e’ la nostra universita’, intendo proprio una voce del bilancio comunale. Viceversa l’universita’ e il suo governo devono dire se sono disponibili a essere un libro aperto, dal bilancio alle riunioni del senato accademico, dai laboratori alle lezioni, l’universita’ diventando un luogo trasparente e aperto ai cittadini E per gli studenti, specie i fuorisede, ma non solo, andrebbe definito un statuto di cittadinanza, una sorta di patto condiviso tra la citta’ e gli studenti, per il diritto allo studio, per le condiziobni di vita e d’alloggio, e anche per il divertimento, assumendo le contraddizioni, invece di imporre regole che vorrebbero annullarle, imposizioni naturalmente destinate a fallire, generando solo frustrazioni e rancori. Si tratta di avviare un esteso dibattito pubblico tra universita’ e citta’ al fine di stabilire un nuovo e esplicito contratto sociale virtuoso e sinergico. La crisi abbattera’ molte case che credevamo solide e devastera’ stanze che credevamo intoccabili, l’insicurezza diventera’ gigantesca sperando che i tumulti del panico non insorgano. La citta’ puo’ scegliere di fortificare le mura e sbarrare le porte, e ne verra’ o travolta oppure vivra’ di vita stenta rincagnata e sospettosa. Viceversa la citta’ puo’ scegliere di spalancarsi al mondo, di aprirsi alla solidarieta’, di costruire un battello in grado di muoversi nella tempesta senza affondare. per questo ci vogliono un equipaggio coeso, uno skipper capace, un scafo solido e leggero, buone vele, strumenti di bordo affidabili, insomma una tecnologia di prim’ordine che qui da noi troviamo all’angolo, in Palazzo Poggi a via Zamboni e dintorni. Se non e’ questo il momento di darsi la mano tra universita’ e citta’..se non ora ma quando.
FINE
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