“L’ambiente di Bologna: azioni di cambiamento della Rete Ecologista Bolognese” di Gabriele Bollini

Si è recentemente costituita la Rete Ecologista Bolognese (REB) con l’intento di promuovere a Bologna e dintorni politiche degne di una metropoli europea, per migliorarne l’ambiente e per approdare ad un’agenda di azioni concrete, possibili, realizzabili.
La Rete Ecologista Bolognese con il suo Progetto Locale si propone di promuovere e divulgare la conoscenza e l’affermazione della “questione ambientale” per la sua funzione centrale rispetto alla crisi, non solo ambientale ma anche sociale e finanziaria, indotta dal neoliberismo economico.
Il Progetto Locale è un’alternativa strategica al processo di distruzione del territorio, dell’ambiente, delle culture e alle forme di globalizzazione che sfruttano i territori come strumento economico.
In questa ottica il Progetto locale diventa un progetto sociale e politico per la riconquista di un mondo plurale, fatto di relazioni tra uomo, ambiente e storia, e proprio nella storia di un luogo, di un territorio, riconosce se stesso e acquista forza di contrapposizione contro le forze distruttive delle culture locali.
Ridurre la nostra impronta ecologica implica la scoperta delle potenzialità e delle risorse dei giacimenti del proprio territorio per chiudere i cicli principali: delle acque, dell’alimentazione, dei rifiuti e di tutto ciò che con le nostre azioni, abbiamo rotto o interrotto.
L’altro aspetto fondamentale del Progetto locale è il recupero delle relazioni tra individuo, gruppo, società insediata e saperi locali: ovvero il mettere assieme le tante parti che possono andare a comporre questa nuova socialità, fatta di un proprio commercio dei prodotti agricoli, di una propria produzione culturale, di uno stile di sviluppo capace di relazionarsi alla storia e alla cultura del luogo.
La sfida che ci attende consiste nel far sì che i tanti spezzoni autonomi della nostra società si mettano insieme per produrre in ogni luogo, ciascuno per la propria parte, un modello di sviluppo alternativo fondato su un’economia di giustizia, la sobrietà e la sostenibilità ambientale.

Un progetto così articolato è evidentemente molto impegnativo e non esiste gruppo o associazione che possa assumerlo da solo. Per questo è fondamentale costruire delle alleanze. In Italia e nel bolognese esistono numerosi gruppi che si occupano di temi che sono come tanti pezzi del progetto di sostenibilità e sobrietà (decrescita felice). Ognuno di loro si occupa di parti come l’ambiente, l’equità, la pace, l’economia solidale, l’energia rinnovabile, i beni comuni, la giustizia sociale, la democrazia, ecc.. Manca la consapevolezza di un “orizzonte comune”: ogni gruppo si muove in ordine sparso con notevole perdita di efficacia e incisività. Il progetto di un’economia di giustizia e sobrietà, che implica rispetto per l’ambiente, per i diritti, per la pace, per l’equità, potrebbe diventare l’orizzonte comune che ci permettere di prenderci per mano e rimetterci in cammino.

Rimetterci in cammino per costruire il cambiamento dando a noi e ai nostri territori e alle future generazione una capacità di futuro, tessendo reti di persone:
che condividono l’interesse verso alcune tematiche e obiettivi specifici, che, nell’ottica della coerenza tra mezzi e fini, sperimentano delle forme dei metodi di ricerca-azione basati sulla responsabilizzazione a partire da comportamenti individuali, la partecipazione attiva, l’orizzontalità, che provano a portare la loro sensibilità in tutti gli ambiti che hanno modo di frequentare, “spargendo” idee, spunti, esperienze, costruendo relazioni “contaminanti”, facilitando occasioni di riflessione-elaborazione e sperimentazione di pratiche.

Una rete di persone che
- si occupano da tempo di ambiente, salute, pace, diritti, emarginazione, solidarietà
- considerano la nonviolenza principio inderogabile e la applicano, come metodo, in ogni situazione, senza eccezione alcuna: nei rapporti interni alla rete, nelle iniziative esterne, nel linguaggio, nello stile di vita
- condividono un programma comune che si basi su:
decrescita e ricerca del benessere comune nella sobrietà e nella sufficienza;
energia solare e rinnovabile, risparmio ed efficienza, per diventare indipendenti dai combustibili fossili, dal ricatto nucleare, dagli inceneritori, dalle emissioni di gas serra e di polveri cancerogene;
difesa della democrazia e suo ampliamento verso il basso;
società solidale e aperta alle diversità, nel rispetto delle regole di convivenza;
difesa dei diritti, sanciti dalla Costituzione, e del lavoro;
tutela del territorio agricolo e urbano da interventi di cementificazione continua;
valorizzazione e tutela dei beni comuni: acqua, aria, energia, paesaggio, culture locali;
difesa della biodiversità e degli habitat naturali.

Rete Ecologista Bolognese è un coordinamento che ha come scopi principali:
far circolare informazioni, comunicare e fornire elementi di conoscenza per agire il cambiamento
elaborare analisi, progetti e iniziative
avere rapporti con le istituzioni, in piena autonomia e senza privilegiare alcuna parte politica, per sostenere obiettivi comuni.

Le condizioni di partenza esistono, è arrivato il momento di attuare un salto di qualità nel nostro agire politico avviando una campagna di riflessione e azione per sollecitare le associazioni e le reti esistenti a prendere in seria considerazione la gestione collettiva di un progetto di sobrietà.

Questo “nostro” progetto politico serve a favorire il dibattito su un progetto di sostenibilità e sobrietà a Bologna, e scaturisce da alcuni incontri organizzati dall’Associazione ECO. L’impostazione iniziale è fornita dai relatori dei dibattiti, in particolare da Vincenzo Balzani, Gabriele Bollini, Paolo Cagnoli e Paolo Galletti. Si cerca di integrare “il pensiero globale e l’azione locale” per indicare alcune vie di cambiamento positivo per Bologna. Il documento è aperto: l’intenzione è quella di usarlo come strumento di confronto per raccogliere progressivamente eventuali altre idee per favorire azioni concrete.

La REB ha già organizzato diversi incontri pubblici per definire in modo partecipato le azioni del cambiamento locale. La REB ha ideato diversi progetti pratici, sociali e politici per combattere lo spreco di energia, diminuire il traffico squilibrato della metropoli, ridurre l’inquinamento e lo spreco idrico, contrastare lo spreco di territorio, combattere lo spreco di materiali, consumare in modo critico e per realizzare distretti di economia solidale.

Si sono (al momento) messi in Rete: Gabriele Bollini, Paolo Galletti, Paolo Cagnoli, Tullio Maccarrone, Roberto Panzacchi, Renzo Craighero, Roberta Rendina, Carmelo Adagio, Marino Cavallo, Pamela Meier, Gianni Tugnoli, Lanfranco Fontana, Fernanda Useri, Pierpaolo Lanzarini, Renzo Venturoli, Giampaolo Orlandi. Daniele Galli, Stefano Delli, …….

Una città capace di futuro — di un futuro sostenibile — riduce la sua impronta ecologica. Una città “più sostenibile” è una città che funziona come un sistema ecologico.

La prima considerazione-constatazione è che l’umanità ha già raggiunto, da oltre 20 anni, la situazione di “insostenibilità”. Il termine usato dal Club di Roma, nel suo update del 2002, è “overshooting”. Siamo in overshooting da 25 anni. E’ una situazione che non si era mai verificata nella vicenda, lunga 5 miliardi di anni, della ecosfera.

Cos’è esattamente l’overshooting?
Da qualche anno il Global Footprint Network ha lanciato la segnalazione della Giornata del Sovraconsumo della Terra Earth Overshoot Day) ovverosia la giornata nella quale l’umanità ha completamente utilizzato tutte le risorse rinnovabili che la natura ci può fornire nel corso dell’anno. Quest’anno questa giornata è caduta il 23 settembre 2008. La cosa preoccupante è che l’Earth Overshoot Day ogni anno arriva sempre più presto a causa della crescita dei consumi umani.
Proprio come ogni azienda, il nostro Pianeta ha un bilancio annuale secondo il quale produce un certo quantitativo di risorse ed è in grado di assorbire un certo quantitativo di rifiuti. Il problema è che la richiesta di risorse e servizi da parte dell’umanità eccede ogni anno, da metà degli anni Ottanta, le capacità della Terra. Ovverosia l’umanità è nella condizione di sovraconsumo perchè usa le risorse naturali più velocemente di quanto possano essere rigenerate e immette carbonio nell’atmosfera e altri scarti in natura più velocemente di quanto possano essere riassorbiti.
Da questa data fino alla fine dell’anno noi attingeremo dalle nostre riserve ecologiche, chiedendo in sostanza un prestito al futuro. Questo può andare avanti per un breve periodo, ma fondamentalmente tutto ciò porta ad un accumulo di rifiuti e all’esaurimento delle reali risorse da cui dipende l’economia umana.
Secondo l’Impronta Ecologica stiamo impiegando a livello globale la capacità biologica di 1,4 pianeti, ma ovviamente di pianeti a disposizione ne abbiamo solo uno. Il risultato è che le nostre riserve – come gli alberi e i pesci – continuano ad assottigliarsi e i nostri rifiuti – in primis l’anidride carbonica – continuano ad accumularsi.

L’Overshoot può essere definito “il più grande problema che dobbiamo affrontare”. Il sovraccarico ecologico è alla radice di molti dei più urgenti problemi ambientali che dobbiamo fronteggiare oggi: il cambiamento climatico, la diminuzione di biodiversità, la riduzione delle foreste, il collasso della pesca e l’attuale crisi alimentare globale.
Pur essendo ancora poco noto al pubblico, le cause e gli effetti dell’overshoot (il sovraconsumo) sono tanto semplici quanto significativi. In ogni dato anno, se l’umanità mangia più cibo di quanto ne viene prodotto, noi abbiamo bisogno di dar fondo alle nostre riserve. Poiché il consumo di risorse dell’umanità cresce, l’Overshoot Day si avvicina progressivamente all’inizio del calendario.
L’Overshoot Day ci fa capire che il nostro stile di vita attuale sta esaurendo il capitale naturale terrestre, cosa che mina il futuro dell’umanità.

L’Impronta Ecologica

Tutto questo ce lo dice l’Impronta Ecologica, un indicatore aggregato e sintetico che misura lo stato di pressione umana sui sistemi naturali, ovvero misura la pressione che le nostre attività, il nostro stile di vita esercitano non solo sull’ambiente che ci circonda ma sul Pianeta nel suo insieme. Un indicatore concettualmente semplice in quanto rappresenta tale pressione con un parametro di facile comprensione qual è il consumo di terra e di natura (e che appunto si misura in ettari). L’impronta ecologica permette di capire perché la “crescita economica illimitata” non è assolutamente realizzabile e quanto il nostro stile di vita sia insostenibile.

Il presupposto alla base del concetto di Impronta Ecologica è il seguente: tutti i materiali e l’energia che ogni giorno produciamo, consumiamo e smaltiamo, hanno bisogno di particolari aree produttive che garantiscono l’apporto delle risorse e l’assorbimento degli scarti (rifiuti). L’Impronta ecologica ci dice quante di queste aree sono disponibili sul nostro pianeta (o nazione, provincia, comune) (biocapacità) e quante ne utilizza l’uomo (impronta). L’Impronta ecologica misura (in ettari globali) appunto l’impronta (consumo di risorse e scarti da smaltire) che lasciamo quotidianamente sul pianeta; la Biocapacità rappresenta, invece, la capacità di un territorio di fornire prodotti utili all’uomo ed assorbire i suoi rifiuti (anch’essa misurata in ettari globali). Il confronto fra impronta ecologica e biocapacità fornisce lo stato della situazione di un Paese e della sua popolazione, la sua sostenibilità (o insostenibilità) ambientale: se l’impronta ecologica è maggiore della biocapacità significa che c’è un deficit ovvero che le risorse naturali necessarie per sostenere i nostri consumi, il nostro stile di vita, dobbiamo necessariamente prenderle altrove, sottraendole ad altri Paesi e non rendendole più disponibili alle popolazioni che ci vivono.

L’impronta ecologica media degli abitanti del pianeta Terra è di 2,23 ettari pro-capite a fronte di una biocapacità media di 1,78 ettari pro-capite: con un deficit quindi di - 0,45 ettari pro-capite.

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Questo significa che se il livello di vita dell’italiano medio venisse esteso a tutti gli abitanti della Terra occorrerebbe la produttività di due pianeti Terra e mezzo e questo non è possibile!
Attualmente, l’Impronta Ecologica dell’umanità é almeno il 30% più grande della biocapacità del pianeta. In altre parole c’é bisogno di un anno e tre mesi affinché la Terra rigeneri ciò che usiamo in un singolo anno.
A metà degli anni ’70 abbiamo superato in termini di consumo di natura la capacità di carico della Terra! Avendo solo una Terra a disposizione la nostra vita su questo pianeta è possibile solo grazie all’ingiustizia e allo sfruttamento delle risorse degli altri popoli per mantenere il nostro stile di vita e di consumo.

Overshooting contiene anche un altro aspetto: che, a un certo punto, si verifica un “picco”, doppiato il quale non si può più tornare indietro.
Questo significa “andare oltre un limite”, anche senza volerlo; in primo luogo perché non lo si sa.
Siamo esattamente in una situazione in cui tutti questi aspetti sono in funzione. Inoltre si calcola che ci vorranno oltre dieci anni prima che le conseguenze dell’overshooting diventino chiaramente visibili. E ci vorranno 20 anni prima che l’overshooting diventi un’idea comunemente accettata. Bisognerà agire in questi limiti di tempo.
Ma è già evidente oggi che l’attuale architettura istituzionale della politica e dell’economia mondiale non è in grado di risolvere il problema del freno.
Quanti conoscono questa situazione? E quanti ne hanno la consapevolezza? Un certo numero di specialisti e pochi governanti di questo pianeta.

Città in transizione e Comunità resilienti

In risposta alla doppia pressione del Picco del Petrolio e dei Cambiamenti climatici, alcune comunità pionieristiche del Regno Unito, d’Irlanda e di altre nazioni, stanno attuando un approccio integrato e partecipativo per ridurre il proprio consumo di combustibili fossili e migliorare la propria capacità di sostenere il fondamentale cambiamento che accompagnerà il Picco del Petrolio. Iniziative di transizione verso un futuro a più basso consumo di energia e a un più grande livello di comunità resiliente, capace cioè di affrontare e superare le due sfide più dure che si presentano all’umanità all’inizio del 21° secolo (appunto, i Cambiamenti Climatici indotti dall’Effetto Serra e il Picco del Petrolio ma più in generale l’esaurimento delle risorse).

Resilienza non è un termine molto conosciuto, esprime una caratteristica tipica dei sistemi naturali. La resilienza è la capacità di un certo sistema, di una certa specie, di una certa organizzazione di adattarsi ai cambiamenti, anche traumatici, che provengono dall’esterno senza degenerare, una sorta di flessibilità rispetto alle sollecitazioni.
L’attuale società industrializzata è caratterizzata da un bassissimo livello di resilienza. Viviamo tutti un costante stato di dipendenza da sistemi e organizzazioni dei quali non abbiamo alcun controllo. Nelle nostre città consumiamo gas, cibo, prodotti che percorrono migliaia di chilometri per raggiungerci, con catene di produzione e distribuzione estremamente lunghe, complesse e delicate. Il tutto è reso possibile dall’abbondanza di petrolio a basso prezzo che rende semplice avere energia ovunque e spostare enormi quantità di merci da una parte all’altra del pianeta.
È facile scorgere l’estrema fragilità di questo assetto, basta chiudere il rubinetto del carburante e la nostra intera civiltà si paralizza. Questa non è resilienza.
I progetti di Transizione mirano invece a creare comunità libere dalla dipendenza dal petrolio e fortemente resilienti attraverso la ripianificazione energetica e la rilocalizzazione delle risorse di base della comunità (produzione del cibo, dei beni e dei servizi fondamentali).
Lo fa con proposte e progetti incredibilmente pratici, fattivi e basati sul buon senso. Prevedono processi governati dal basso e la costruzione di una rete sociale e solidale molto forte tra gli abitanti delle comunità. La dimensione locale non preclude però l’esistenza di altri livelli di relazione, scambio e mercato regionale, nazionale, internazionale e globale.

Le iniziative di transizioni (attualmente in corso in tante città nel Regno Unito e altrove nel mondo) rappresentano il modo più promettente di coinvolgere le persone e le comunità a intraprendere delle azioni ad ampia portata che sono richieste per mitigare gli effetti del Picco del Petrolio e dei Cambiamenti Climatici.
Inoltre, questi sforzi di cambiamento sono progettati per tradursi in una vita più soddisfacente, socialmente più collegata e più equa.
Il modello di transizione è un insieme di principi e pratiche del mondo reale che sono state costruite nel tempo con la sperimentazione e l’osservazione delle comunità così da portare avanti e costruire resilienze locali e ridurre la nostra impronta ecologica e le emissioni di carbonio.

Alla base del Modello di transizione c’è un riconoscimento dei seguenti fattori:
i cambiamenti climatici e il picco del petrolio richiedono un’azione urgente
la vita con meno energia è inevitabile ed è meglio pianificarla che essere colti di sorpresa
la società industriale ha perso la “resilienza” per essere in grado di far fronte alla crisi energetica
dobbiamo agire insieme e dobbiamo agire ora
per quanto riguarda l’economia mondiale e gli schemi consumistici all’interno di essa - fino a quando le leggi della fisica si applicano - la crescita infinita all’interno di un sistema finito (come è il pianeta Terra), semplicemente non è possibile
abbiamo dimostrato fenomenali livelli di ingegno e di intelligenza mentre abbiamo corso lungo la curva dell’energia nel corso degli ultimi 150 anni, e non vi è alcun motivo per cui non siamo in grado di utilizzare al meglio queste qualità e altre, per negoziare la nostra discesa dal picco della montagna dell’energia
se programmiamo e agiamo con sufficiente anticipo, e usiamo la nostra creatività e la cooperazione per liberare l’ingegno all’interno delle nostre comunità locali, possiamo allora costruire un futuro che potrebbe essere molto più che soddisfacente e arricchente, più collegato e più gentile sulla terra degli stili di vita che abbiamo oggi.

La Transizione è un movimento culturale impegnato nel traghettare la nostra società industrializzata dall’attuale modello economico profondamente basato su una vasta disponibilità di petrolio a basso costo e sulla logica di consumo delle risorse a un nuovo modello sostenibile non dipendente dal petrolio e caratterizzato da un alto livello di resilienza.
Nascono così le Transition Towns, città e comunità che sulla spinta dei propri cittadini decidono di prendere la via della transizione. E l’elemento di forza di questo progetto è che è un metodo che si può facilmente imparare, riprodurre e rielaborare. Questo lo rende piacevolmente contagioso, anche grazie alla forza della visione che contiene, un’energia che attiva le persone e le rende protagoniste consapevoli di qualcosa di semplice e al contempo epico.
Possediamo tutte le tecnologie e le competenze necessarie per costruire in pochi anni un mondo profondamente diverso da quello attuale, più bello e più giusto. La crisi profonda che stiamo attraversando è in realtà una grande opportunità che va colta e valorizzata. Il movimento di Transizione è lo strumento per farlo.

Spunti per un possibile percorso/progetto: una città ambientalmente sostenibile è una città

energeticamente efficiente e che si produce da se l’energia che gli serve1
La non-sostenibilità del sistema energetico italiano dipende da quattro cause: la richiesta di energia è eccessiva; le fonti primarie utilizzate sono principalmente non-rinnovabili; gli apparati che trasformano l’energia primaria sono inefficienti; gli utilizzatori finali sprecano la risorsa loro resa disponibile.
Per modificare il sistema è necessario agire contemporaneamente su tutti quattro i livelli, all’interno del proprio sistema energetico locale, acquisendone consapevolezza: l’”aver cura” ha inizio dall’osservazione e dalla comprensione.
Osservo il mio sistema energetico locale e mi chiedo:
Ho bisogno di tutta l’energia che utilizzo? Posso forse ottenere lo stesso risultato e mantenere condizioni di benessere utilizzando meno energia?
Sono consapevole di quanta parte dell’energia che utilizzo discende da fonti rinnovabili? Rendo massimo l’utilizzo di queste fonti?
Sono efficienti gli apparecchi che trasformano l’energia che utilizzo? (fondamentale qui è osservare anzitutto l’efficienza dell’involucro abitativo e dei veicoli utilizzati: in Italia questi sono i due grandi consumatori di energia degli individui. Ambedue caratterizzati da un’efficienza in genere ridicolmente bassa)
Utilizzo con attenzione l’energia? Non la spreco? (L’energia costa agli individui costa all’ambiente. Sempre. Utilizzarla quando è necessario è accettabile, ma buttare via energia inutilmente è un crimine. Economico ed ecologico.)
Queste domande andrebbero fatte sia dagli utilizzatori individuali (i singoli cittadini) che dagli utilizzatori collettivi (sia pubblici che privati) di energia, perché ciascuno si possa fare una auto-diagnosi del proprio “sistema energetico locale” in modo da poter elaborare azioni concrete per la sua modifica. E’ necessario infatti che gli utenti finali di energia diventino consumatori attivi e consapevoli, capaci di indirizzare bene sia l’impostazione della struttura che la gestione del loro sistema energetico.
Un effetto importante dell’avvio di una gestione consapevole e condivisa del proprio sistema energetico locale, è che questa azione diventa una azione collettiva per salvaguardare un bene collettivo ed ambientale: è una azione perciò non finalizzata al bene individuale, ma al bene comune. Rispetto all’egocentrismo che caratterizza il nostro attuale essere (a-)sociale, questa azione ha una valenza “rivoluzionaria” sorprendente. La rivoluzione oggi si può fare se si riesce a rifiutare un modo di essere nella società che sacrifica tanti valori positivi e tanti benesseri potenziali del nostro essere comunità umana, proponendoci continuamente un sistema di vita centrato in modo unidimensionale sulla nostra individualità egoistica.
I target approvati all’unanimità dai 27 Paesi dell’UE nel marzo 2007 prevedono, entro il 2020, una riduzione del 20% di emissioni di gas nocivi rispetto ai livelli del 1990, un aumento del 20% di consumi da energie rinnovabili e un incremento del 20% dell’efficienza energetica.
Tenendo conto quindi che gli Enti locali sono chiamati ad un ulteriore impegno sulla materia, si rende indispensabile prevedere che questi obiettivi vengano assunti ed applicati, da subito e non entro il 2020, in tutte le aree di espansione, recupero, riqualificazione urbana e per tutti gli edifici pubblici in proprietà di nuova costruzione, nonché per quelli esistenti sui quali siano previsti interventi di carattere strutturale o di manutenzione straordinaria di un certo rilievo.
Mediamente per scaldare le case in Italia si consumano 20 litri di gasolio o 20 metri cubi di metano o 200 kWh a metro quadro all’anno. In Alto Adige, in Germania o in altri posti non si permette di costruire case che consumino più di 7 litri di gasolio, 7 metri cubi di metano o 70 kWh al metro quadro all’anno. Questo cosa vuol dire? Che una casa mal costruita oltre a disperde i due terzi dell’energia fa anche crescere il Pil (prodotto interno lordo) più di una ben costruita che consuma un terzo rispetto all’altra. Quindi, il cambiamento si attua costruendo case che consumano 7 litri o ristrutturando le case esistenti affinché da 20 scendano a un consumo di 7. In questo modo, oltre a risparmiare energia, si ha una minore crescita del prodotto interno lordo perché diminuisce la produzione e il consumo di una merce (cioè i 13 litri di gasolio su 20) che non è un bene, perché non serve a scaldare la casa ma si disperde visto che la casa è mal costruita. Noi siamo in un sistema che misura il benessere sulla crescita del consumo di merci, senza andare ad analizzare se queste merci sono effettivamente dei beni o meno. Allora diciamo che la prima cosa da fare è diminuire la produzione e il consumo delle merci che non sono anche beni.
Se non si affronta questo primo passaggio le fonti rinnovabili danno dei contributi molto modesti e non ripagano i loro costi; solo dopo averlo affrontato diventano interessanti. Noi abbiamo una situazione in cui, nel riscaldamento degli edifici, nella produzione termoelettrica, nei trasporti, si sprecano i due terzi dell’energia. La prima cosa da fare è ridurre gli sprechi perché un sistema che spreca i due terzi dell’energia è come un secchio bucato: se ho un secchio bucato la prima cosa di cui devo preoccuparmi non è di cambiare la fonte (il rubinetto) con cui lo riempio ma di tappare i buchi.
Le decisioni su come vogliamo vivere nel mondo di domani devono risultare da un processo più trasparente e democratico possibile sulla base di informazioni adeguate e comprensibili. Questo vale a maggior ragione se si vuole cercare di realizzare uno scenario come quello dell’autonomia energetica che presuppone una volontà comune, risultato di un processo partecipativo in un territorio a misura d’uomo.
Lo scenario dell’autonomia energetica vuole fare un passo deciso verso un futuro con una buona qualità di vita a un alto livello tecnologico, sfruttando le tecnologie più avanzate a disposizione per trasformare la radiazione solare o direttamente in impianti fotovoltaici e termosolari o indirettamente con il vento e la biomassa in calore ed energia elettrica.

che chiude il ciclo dell’acqua nelle case e nella città2
Da alcuni decenni è sempre più difficile trovare nuove risorse: l’aumento del prelievo di acque sotterranee sta portando alla salinizzazione delle falde; la sottrazione di acqua dai fiumi li rende sempre più inquinati.
In breve, una domanda d’acqua in forte crescita sta superando l’offerta.
Le falde sono sovrasfruttate – si preleva più acqua della capacità di ricarica attraverso le piogge – e da alcuni anni si estrae acqua “fossile”, non più rinnovabile. La sottrazione di acque alla circolazione naturale ha un inevitabile impatto negativo sui corsi d’acqua e sulle zone umide del pianeta, e si scontra con la crescente domanda di tutela e riqualificazione di questi fondamentali ecosistemi.
È quindi urgente un impegno di tutti che permetta di ridurre i consumi di acqua e valorizzare le fonti alternative: prime fra tutte il risparmio, la raccolta della pioggia e il riuso delle acque usate.
Per garantire seriamente il “diritto all’acqua” per le generazioni future sono necessari cambiamenti profondi che abbracciano non solo il modello di gestione dell’acqua potabile – che dovrà essere rivisto “strutturalmente”, indipendentemente dal fatto che il soggetto gestore sia pubblico o privato – ma anche le politiche economiche globali e l’assetto del territorio, sia agricolo che urbano.
Nel mondo circa il 70% dell’acqua consumata è usata per irrigazione e la domanda irrigua è in crescita (in particolare nei paesi emergenti). Non è sempre stato così: un tempo regioni aride avevano un’agricoltura a basso consumo idrico, basata su colture molto resistenti alla siccità (ma poco produttive), mentre le colture idroesigenti erano erano limitate ai paesi più piovosi. La crescita esponenziale dei consumi irrigui è uno dei prezzi pagati per la “rivoluzione verde”, che a partire dagli anni ‘70 ha aumentato moltissimo la produttività per ettaro, diffondendo in tutto il mondo le varietà di grano, riso e mais ad alto rendimento selezionate nel mondo occidentale. Oggi, per produrre un chilo di riso bastano pochi centimetri quadrati di terra, ma servono - nel Vercellese come in Egitto o in Bangladesh - fino a 5.000 litri d’acqua: la stessa quantità con cui in India o in Cina una persona vive dignitosamente per più di un mese. Se consideriamo i prodotti animali – che si nutrono comunque di mangimi provenienti da colture irrigue – 5.000 litri sono appena sufficienti a produrre una sola bistecca!
La “questione irrigua”, ovvero come ridurre i consumi d’acqua producendo cibo sufficiente per l’umanità in crescita, è dunque uno dei punti chiave da risolvere per affrontare la crisi idrica, reso ancor più urgente dalla crescente domanda di terra e d’acqua per la produzione di biocombustibili.
Da oltre un decennio risulta sempre più chiaro che il modello di gestione delle acque delle nostre città non è sostenibile.
Non è sostenibile il modello “urbano”, basato su prelievo, distribuzione, utilizzo, fognatura, depuratore, scarico, perchè comporta un uso eccessivo di risorse idriche di altissima qualità, produce inquinamento che può essere solo parzialmente ridotto ricorrendo alla depurazione e non si cura di riutilizzare risorse preziose come l’azoto e il fosforo contenute nelle “acque di scarico”.
Non è sostenibile il modello “domestico”, perchè è basato su una serie di pratiche come minimo rozze, se non completamente illogiche: l’approvvigionamento idrico delle nostre case attraverso un’unica fonte – l’acqua fornita dall’acquedotto pubblico - , anche quando sarebbe possibile, utile e conveniente raccogliere e usare l’acqua di pioggia; il consumo indiscriminato dell’acqua potabile, usata in grandi quantità, per esempio, per scaricare il WC; l’eliminazione di tutti i nostri scarichi attraverso un unico sistema di scarico – siano essi escrementi con una carica batterica altissima, urine ricche di prezioso azoto o acqua potabile usata per sciacquare la frutta o per lavare i piatti e i panni.
La sostenibilità dell’uso dell’acqua è possibile riducendo notevolmente i consumi domestici e l’inquinamento da essi provocato senza rinunciare al livello di comfort cui siamo abituati.
Per farlo però è necessario innescare una piccola rivoluzione culturale, tecnica e normativa.
Culturale, perchè è necessario riesaminare criticamente alcune prassi che consideriamo ovvie solo perchè le applichiamo abitualmente da molti decenni.
Tecnica, perchè per rendere sostenibile la gestione dell’acqua, è necessario introdurre alcune innovazioni nel modo di costruire e gestire le nostre case e le nostre città.
Normativa, perchè per rinnovare il modello di gestione alla scala domestica e alla scala urbana è necessario attivare politiche adeguate. Tali politiche devono essere rivolte sia agli enti coinvolti nella gestione delle acque (gli enti di gestione e le Autorità d’Ambito che hanno sostituito i Comuni nella rappresentanza dell’interesse collettivo), sia agli utilizzatori finali: le famiglie e le imprese, che possono svolgere e devono svolgere un ruolo essenziale.

Nel modello tipico di gestione dell’acqua in una città, l’acqua viene prelevata da una fonte, che può trovarsi anche molto lontana dalla città; è trasportata attraverso le grandi adduttrici dei sistemi aquedottistici a serbatoi da cui viene prelevata per gli eventuali trattamenti di potabilizzazione ed immessa nella rete di distribuzione che la porta nelle nostre case.
L’acqua usata lascia le nostre case dagli scarichi e finisce nella rete fognaria (che in genere è mista e raccoglie anche la pioggia); dalla rete fognaria raggiunge un depuratore (quando piove solo in parte, perché una parte dei liquami mischiati alla pioggia sfiorano per non sovraccaricare le fogne e i depuratori).
Nel depuratore l’acqua viene depurata e poi scaricata in un recettore (fiume, lago o mare), mentre i fanghi di depurazione, che contengono sostanza organica e una parte dei nutrienti, vengono inviati a discarica o, quando possibile, riutilizzati o inviati a compostaggio.

Ora, quali sono le variabili che rendono più o meno “ambientalmente sostenibile” questo modello? Innanzitutto la quantità d’acqua (1) che preleviamo, sottraendola alla circolazione naturale e ad altri possibili usi: meno è, meglio è. Un secondo aspetto non secondario è la distanza tra il prelievo e la restituzione (2): se prendiamo acqua da un fiume alla sorgente e la restituiamo alla foce, sarà ben peggio che restituirla immediatamente a valle di dove l’abbiamo presa, perché è pur sempre meglio un fiume con acqua inquinata, che un fiume senz’acqua. Naturalmente è importante la qualità con cui restituiamo l’acqua (3): potremmo dire che migliore è la qualità degli scarichi, più “sostenibile” è la città che li genera, ma in realtà le cose non stanno proprio così. E’ sostenibile una città i cui scarichi sono compatibili con il corpo idrico che li riceve: se si ha la fortuna di scaricare in un grande fiume che può ricevere lo scarico, diluendolo, senza scadere di qualità non avrebbe senso spingere inutilmente il processo depurativo: quindi una città “fortunata” perché ha un recettore con “maggiore capacità”, può essere più sostenibile di un’altra meno fortunata anche se depura meno. Infine, è evidente che è necessario favorire la reimmissione dei nutrienti (azoto e fosforo) nei cicli biogeochimici naturali (4), in particolare restituendoli ai campi coltivati da cui vengono asportati attraverso gli alimenti.

Vi è un altro aspetto importante della gestione urbana dell’acqua, e riguarda le piogge: la commistione delle acque di pioggia nelle reti fognarie è una delle più importanti criticità nella gestione delle reti fognarie. Inoltre, indipendentemente da ciò, uno degli impatti ambientali rilevanti dell’urbanizzazione è l’impermeabilizzazione del suolo, che influenza negativamente la risposta idrologica dei bacini, riducendo l’infiltrazione in falda ed aumentando ed accelerando i deflussi superficiali. La città sostenibile è, dunque, anche quella che riduce al minimo l’impermeabilizzazione del suolo (5) e ne mitiga gli effetti, “laminando” le acque superficiali in occasione delle piogge.

Ecco che, senza volerlo, abbiamo definito cinque “criteri di sostenibilità ambientale”, per la gestione delle acque in ambito urbano.
Dunque nel “progettare città sostenibili”, per quanto riguarda l’acqua, dovremmo puntare a:
1.minimizzare i volumi prelevati;
2.minimizzare la circolazione “artificiale” dell’acqua, restituendo l’acqua più vicino possibile al punto di prelevo;
3.garantire una buona efficacia depurativa (possibilmente contenendo i costi), commisurata a mantenere in buone condizioni il corpo idrico che riceve gli scarichi;
4.permettere il riuso e la corretta reimmissione dei nutrienti nei cicli biogeochimici naturali;
5.minimizzare la superficie impermeabilizzata e comunque compensarla attraverso opportuni volumi di laminazione.

che si pone come obiettivo rifiuti zero3
La grave emergenza rifiuti in Campania è la testimonianza della lontananza del nostro paese dall’Europa e dalle più moderne strategie in tema di politiche ambientali.
Un ampio schieramento imprenditoriale e politico, con altrettanti referenti nel mondo dell’informazione, ha strumentalizzato questa emergenza utilizzandola come grancassa per il sistema di incenerimento (come il migliore degli spot possibili per questi impianti).
Ma la via per la corretta gestione dei rifiuti - meglio materiali post-consumo come sono definiti nella letteratura anglosassone - è un’altra. Non prevede né inceneritori e nemmeno, se possibile, discariche. È la scelta-obiettivo rifiuti zero.
Nell’ottica della decrescita la gestione dei rifiuti va finalizzata prioritariamente alla loro riduzione e solo in seconda battuta al riuso e al riciclaggio delle materie prime secondarie di cui sono composti. L’obiettivo di fondo a cui tendere si può riassumere nella formula zero rifiuti. In questo contesto, la raccolta differenziata è l’ultimo degli strumenti organizzativi utilizzabili per recuperarne e riutilizzarne la maggiore quantità possibile; e non può che avvenire secondo il modello”porta-a-porta” per essere efficace e rendere possibile il massimo riciclaggio dei materiali-risorse.
Se il paradigma della crescita non viene messo in discussione, la politica dei rifiuti viene impostata principalmente sulla raccolta differenziata di una parte dei materiali dismessi e l’incenerimento del rimanente. Il contesto culturale di riferimento di questa metodologia è l’ossimoro dello sviluppo sostenibile. In tale contesto si dà per scontato che la crescita della produzione di merci comporti una crescita dei rifiuti. Poiché di conseguenza aumentano i loro ingombri fisici e il loro impatto ambientale, si propone di ridurre queste conseguenze collaterali indesiderate riciclandone una parte e spacciando per distruzione dell’altra la sua trasformazione in fumi. Tuttavia, se i rifiuti aumentano, la raccolta differenziata diventa una fatica di Sisifo che non ridimensiona il problema ma si limita a rallentare la velocità con cui cresce, mentre la liberazione degli spazi fisici che si ottiene con l’incenerimento, oltre a emettere CO2 aumentando l’effetto serra, riempie l’atmosfera di veleni, micro e nano polveri dagli effetti devastanti sulla salute umana e sugli ambienti. Al contempo distrugge materiali riutilizzabili e produce quantità di energia molto inferiori a quelle che sono state necessarie a produrli. I danni economici che genera sono direttamente proporzionali ai danni ambientali.
E allora ripetiamo che la via per la corretta gestione dei rifiuti è un’altra. Non prevede né inceneritori e nemmeno, se possibile, discariche. È l’obiettivo rifiuti zero.
Per farlo non c’è che da applicare l’approccio comunitario (europeo), da decenni chiaro e mai messo in discussione, che ha come meta finale proprio l’obiettivo rifiuti zero, già perseguito da avanzatissime città del pianeta che vengono additate dai più come esempio.
Approccio che prevede i seguenti passaggi/fasi:
a) prevenzione
b) preparazione per il riutilizzo
c) riciclaggio
d) recupero di altro tipo, per esempio il recupero di energia
e) smaltimento.

Sulla prevenzione dei rifiuti
Riduzione all’origine di quantità e pericolosità dei rifiuti attraverso la riprogettazione ecologicamente orientata di beni e servizi (tecnologie più pulite, ecodesign, analisi del ciclo di vita delle merci, politiche integrate di prodotto, acquisti verdi). A questo riguardo è essenziale fare avanzare in fretta il dialogo e l’integrazione tra università, imprese e società civile per innovare politiche produttive, stili di vita e di consumo. In pratica dobbiamo impegnarci affinchè il nostro design industriale crei prodotti che siano riutilizzabili, riciclabili, compostabili.

sulla riduzione dei rifiuti
Come fare a ridurre i rifiuti? Per esempio, esiste un programma europeo denominato –100 Kg che consiglia una serie di azioni e promozioni di azioni individuali che tutti i nostri enti locali possono applicare per ridurre di 100 Kg all’anno per abitante la produzione di rifiuti/materiali post-consumo.

sul recupero e riciclo di materia
La soluzione organizzativa più efficiente per recuperare e riciclare dai rifiuti la maggior quantità di materie riutilizzabili è la raccolta differenziata porta a porta, che ovunque raggiunge rapidamente circa il 70% in peso dei rifiuti totali. Suddivisi per tipologie omogenee, i materiali post-consumo possono essere riciclati e riutilizzati.
Questa è la soluzione più interessante non solo termodinamicamente ed ecologicamente, ma anche economicamente perché i costi del riciclaggio delle materie prime secondarie sono inferiori ai costi di produzione delle materie prime vergini. Per una buona riuscita del porta a porta è necessario che si applichi una tariffa puntuale, ovvero sia parametrata sulla quantità residua dei rifiuti indifferenziati, in modo da premiare i comportamenti virtuosi.
Sempre più città in Italia e nel mondo applicano questo sistema. Naturalmente la raccolta differenziata spinta mette in discussione gli attuali equilibri di gestione basati sul binomio incenerimento-discarica. Da qui una serie di opposizioni sostenute da tesi pretestuose, del tipo: “Il porta a porta non si può fare nella grandi città”; “E’ difficile”; “Non conviene riciclare oltre il 60%” (tesi carissima a tutti i difensori dello smaltimento tramite combustione). Se ne sono sentite e se ne sentono di tutti i colori.
Tante esperienze italiane e straniere dimostrano che questo è il metodo più efficace di raccolta. Anche nella provincia di Bologna là dove il porta a porta è stato avviato siamo su performance elevate (+ o – 70-75%): Monteveglio, Crespellano, Monte San Pietro, Sasso Marconi.
Inoltre studi sulla materia dimostrano la maggior convenienza della raccolta differenziata domiciliare (“porta a porta”) rispetto agli altri sistemi. Il “porta a porta” risulta non solo più efficace ma economicamente più conveniente e migliore in termini di riduzione dei gas serra.

che si muove in modo sostenibile
La crescita della mobilità è il principale fattore di incremento delle emissioni climalteranti (gas serra) in Italia come negli altri paesi sviluppati. Ma soprattutto in Italia - caratterizzata dai più alti tassi di motorizzazione europei, da percorrenze molto elevate, da un eccezionale squilibrio tra mezzi privati e pubblici e tra trasporto su gomma e su ferro o acqua -la conversione dei trasporti è una delle grandi priorità del paese, sia per la riduzione della CO2 che, più in generale, per la qualità ambientale e della vita urbana.
A parte l’impellente bisogno di stabilizzare i livelli atmosferici di CO2, ci sono una serie di altre ragioni per spingerci a riorganizzare i sistemi di trasporto: la necessità di prepararsi al crollo della produzione petrolifera una volta raggiunto il “picco del petrolio” (stimato in -9% all’anno), di alleggerire la circolazione automobilistica e di ridurre l’inquinamento atmosferico.
Con la produzione petrolifera mondiale vicino (o oltre) al picco, non ci sarà petrolio disponibile a un basso costo estrattivo sufficiente ad alimentare l’espansione del parco automobilistico mondiale, e in verità neanche per permettere il mantenimento del parco attualmente esistente. La crescente preoccupazione relativa ai cambiamenti climatici e il desiderio di ridurre le emissioni di anidride carbonica deve condizionare la politica dei trasporti a livello comunale, provinciale, regionale e nazionale.
Oltre alla volontà di stabilizzare il clima, gli automobilisti pressoché ovunque stanno affrontano quotidianamente ingorghi stradali; e una congestione del traffico sempre maggiore genera frustrazioni e aumenta i costi aziendali e sociali.
La conversione ambientale del sistema dei trasporti richiede interventi sia sul lato della domanda che sul lato dell’offerta. Le città italiane sono assediate da milioni di autoveicoli; evidenti sono i problemi dovuti alla congestione, alla progressiva paralisi del traffico, all’inquinamento acustico e dell’aria.
Il futuro della mobilità cittadina si fonda necessariamente su di un mix di ferrovie, autobus, biciclette, spostamenti a piedi e automobili.
I parcheggi e la velocità dei veicoli limitano gli spazi di vita e di socialità, la crescita dei consumi energetici si accompagna all’aumento dei tempi di spostamento.
Le politiche sui trasporti sono appena sfiorate dalle richieste di limitazione dei consumi energetici e delle emissioni di gas serra nell’atmosfera.
La pianificazione delle città è sempre più al servizio dell’automobile, e le soluzioni più comuni propongono l’acquisto di nuove automobili, nelle intenzioni, “meno inquinanti”. Propongono la costruzione di nuove strade, tangenziali di tangenziali, nuovi parcheggi nel centro delle città.
E’ necessario iniziare un percorso di riconversione dei sistemi di trasporto delle città, per limitare i danni ambientali e sociali causati dall’uso improprio del mezzo privato a motore, fra cui l’elevata incidentalità che determina gravi rischi per i soggetti più deboli (pedoni e ciclisti) che percorrono le strade. Gli interventi necessari non sono quindi da intendersi come singole misure con rapidi e sicuri risultati, ma devono proporsi come base nei programmi di pianificazione e riqualificazione urbana per raggiungere la sicurezza stradale per tutti, l’autonomia degli utenti deboli della strada, la riduzione dell’inquinamento atmosferico e acustico, la riscoperta della funzione sociale della strada.

che non consuma più suolo per crescere
Il fenomeno del consumo del suolo è in continua espansione e aumenterà ulteriormente.
Consumo di suolo che talvolta diventa spreco: sono centinaia i capannoni vuoti e le case sfitte. Tutto suolo rubato all’agricoltura, senza nessun beneficio, né sull’occupazione né sulla qualità della vita dei cittadini.
Al contrario e paradossalmente, lo spreco di suolo produce effetti benefici sul PIL (un capannone costruito e lasciato vuoto, ha creato comunque “ricchezza”); così come ha anche effetti positivi sul Prodotto Interno Lordo, la spesa che i Comuni devono sostenere per presidiare o bonificare aree dimesse e abbandonate ai margini delle autostrade.
Nonostante tutto, una pianificazione urbanistica che mette in discussione questa prassi consolidata, grazie ad un sapiente e scientifico concerto mediatico-politico, è considerata anacronistica e contraria al benessere. Benessere che ci si ostina a misurare solo con un vecchio indicatore, il PIL appunto, che un autentico democratico come Bob Kennedy, in un celebre discorso di 40 anni fa metteva seriamente in discussione. I democratici di casa nostra, invece, sono troppo abbagliati dal faro dello sviluppo ad ogni costo e, invece di ricercare con coraggio nuove pratiche, preferiscono l’omologazione culturale. Peccato.
Probabilmente per questo motivo, e non per particolari meriti, la decisione di adottare piani di governo del territorio che non consumano territorio, ribattezzabile a “crescita zero” suscita così tanto interesse. Amplificando con eco forse eccessiva una scelta ritenuta semplicemente obbligata e di buon senso. Chi lo fa, in fondo, anticipa solo una scelta che qualcuno un giorno dovrà fare.
In ogni caso la situazione è molto preoccupante. Il territorio è considerato una fonte inesauribile. La sua tutela e salvaguardia è posta in secondo piano rispetto ad altre priorità: lo sviluppo, la crescita, la finanza.
Il Comune, l’attore che dovrebbe ricoprire un ruolo strategico nella partita urbanistica, non è in grado (perché non vuole, perché non può o perchè gli viene impedito, forse scientificamente) di esercitare uno dei compiti affidatigli dalla legge. Il Testo Unico degli Enti Locali dice chiaramente che spettano al Comune tutte le funzioni amministrative che riguardano l’assetto e l’utilizzo del territorio.
In realtà, per molti motivi, primo tra tutti le difficoltà economiche dei Comuni, ma non di meno la comodità rassicurante di seguire l’onda della crescita e dello sviluppo senza misura, i Comuni e i loro Sindaci hanno abdicato al ruolo di gestori del territorio, lasciandolo ai privati.
Non sempre per cattiva volontà. Spesso solo per pigrizia, impreparazione o scarsa conoscenza. Così, si assiste ormai da almeno due decenni a politiche urbanistiche pensate e orientate non dal Comune, nell’interesse generale della collettività, bensì dai grandi operatori immobiliari, che perseguono, evidentemente, interessi diversi: anche se voglio far notare come la nostra Costituzione dica all’art. Art. 41 che “L’iniziativa economica privata è libera”, ma “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

Stop al consumo di territorio (campagna nazionale)
Il consumo di territorio nell’ultimo decennio ha assunto proporzioni preoccupanti e una estensione devastante. Pur in presenza di un sensibile calo demografico della popolazione italiana negli ultimi vent’anni, il nostro Paese ha cavalcato una urbanizzazione ampia, rapida e violenta. Le aree destinate a edilizia privata, le zone artigianali, commerciali e industriali con relativi svincoli e rotonde si sono moltiplicate ed hanno fatto da traino a nuove grandi opere infrastrutturali (autostrade, tangenziali, alta velocità, ecc.).
Soltanto negli ultimi 15 anni circa tre milioni di ettari, un tempo agricoli, sono stati asfaltati e/o cementificati. Questo consumo di suolo sovente si è trasformato in puro spreco, con decine di migliaia di capannoni vuoti e case sfitte: suolo sottratto all’agricoltura, terreno che ha cessato di produrre vera ricchezza. La sua cementificazione riscalda il pianeta, pone problemi crescenti al rifornimento delle falde idriche e non reca più alcun beneficio, né sull’occupazione né sulla qualità della vita dei cittadini.
Questa crescita senza limiti considera il territorio una risorsa inesauribile, la sua tutela e salvaguardia risultano subordinate ad interessi finanziari  sovente speculativi: un circolo vizioso che, se non interrotto, continuerà a portare al collasso intere zone e regioni urbane. Un meccanismo deleterio che permette la svendita di un patrimonio collettivo ed esauribile come il suolo, per finanziare i servizi pubblici ai cittadini (monetizzazione del territorio).
Tutto ciò porta da una parte allo svuotamento di molti centri storici e dall’altra all’aumento di nuovi residenti in nuovi spazi e nuove attività, che significano a loro volta  nuove domande di servizi e così via all’infinito, con effetti alla lunga devastanti. Dando vita a quella che si può definire la “città continua”. Dove esistevano paesi, comuni, identità municipali, oggi troviamo immense periferie urbane, quartieri dormitorio e senza anima: una “conurbazione” ormai completa per molte aree del paese.
Ma i legislatori e gli amministratori possono fare scelte diverse, seguire strade alternative? Sì!
Quelle che risiedono in una politica urbanistica ispirata al principio del risparmio di suolo e alla cosiddetta “crescita zero”, quelle che portano ad indirizzare il comparto edile sulla ricostruzione e ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente.

STOP al consumo di territorio: PERCHÉ?
1.Perché il suolo ancora non cementificato non sia più utilizzato come “moneta corrente” per i bilanci comunali.
2.Perché si cambi strategia nella politica urbanistica: con l’attuale trend in meno di 50 anni buona parte delle zone del Paese rimaste naturali saranno completamente urbanizzate e conurbate.
3.Perché occorre ripristinare un corretto equilibrio tra Uomo ed Ambiente sia dal punto di vista della sostenibilità (impronta ecologica) che dal punto di vista paesaggistico.
4.Perché il suolo di una comunità è una risorsa insostituibile perché il terreno e le piante che vi crescono catturano l’anidride carbonica, per il drenaggio delle acque, per la frescura che rilascia d’estate, per le coltivazioni, ecc.
5.Per senso di responsabilità verso le future generazioni.
6.Per offrire a cittadini, legislatori ed amministratori una traccia su cui lavorare insieme e rendere evidente una via alternativa all’attuale modello di società.

che consuma in modo critico e vuole costruire un’economia di giustizia
Una seria riflessione volta ad immaginare uno sviluppo ambientalmente sostenibile (ovvero una conversione ecologica della nostra società), da un punto di vista etico sociale ed economico nella nostra città, non può prescindere dall’affrontare il tema dei consumi. Il mondo occidentale consuma una quantità eccessiva di energia e risorse: il nostro sviluppo risulterebbe insostenibile se immaginato diffuso a tutte le popolazioni del mondo.
Per fare dell’ecologismo una “cultura di massa” dobbiamo concepire una società che non persegua la crescita fine a se stessa e promuovere valori sociali e politici quali la convivialità, la sobrietà, la giustizia sociale, la partecipazione e la democrazia. Tutti noi cittadini possiamo fare qualcosa. Innanzitutto possiamo praticare la sobrietà, impegnandoci nella ricerca di uno stile di vita semplice, essenziale che sappia distinguere tra bisogni reali e bisogni imposti. A Bologna vogliamo promuovere e sostenere attività formative e informative sul consumo critico e consapevole, perché sorga la consapevolezza del ruolo politico del consumatore. Le amministrazioni pubbliche (comune, università, ecc.) per prime dovrebbero applicare metodologie di consumo critico e di acquisto-verde, con particolare attenzione a mense (prodotti bio, locali, socialmente sostenibili) e uffici. Dobbiamo anche proteggere e promuovere le attività economiche tradizionali ed artigianali, parte integrante del tessuto sociale cittadino, la cui esistenza è condizione necessaria per la diffusione della cultura del riutilizzo e della riparazione dei beni di consumo. Vogliamo anche un osservatorio indipendente sulle imprese locali che produca rapporti periodici sul comportamento ambientale ed etico di queste, in collaborazione con soggetti privati e associazioni.

Attualmente il consumo critico gioca un ruolo fondamentale nel promuovere la responsabilità sociale delle imprese e la sostenibilità sociale ed ambientale proponendo un modello di vita altro. Tuttavia, nel lungo periodo, far dipendere le conquiste sociali da pratiche di consumo significa fornire più potere a chi può permettersi di consumare. Per questa ragione crediamo si debba andare oltre le pratiche di consumo ed allargare l’ambito di intervento alla globalità degli aspetti economici, promovendo le esperienze di economia solidale.
In Europa, in Spagna e in Francia in particolare, e nel mondo, principalmente in Sud America, esistono da vari anni reti di realtà economiche che si definiscono di Economia Solidale, emerse soprattutto in questi ultimi anni con le realizzazioni di Forum Sociali Mondiali ed Europei. In Italia esistono molteplici realtà che, pur definendosi in vario modo, svolgono quotidianamente attività di produzione, distribuzione o consumo di beni o servizi secondo i principi e le modalità caratteristici dell’economia solidale.
Si ritiene importante cominciare a creare le condizioni affinché iniziative economiche diverse, democratiche, eccellenti e motivate socialmente, radicate nel territorio, trovino opportunità per conoscersi e farsi conoscere, aiutare e farsi aiutare, innescare processi economici nuovi, coordinati e partecipati e diffonderli, nella convinzione che ciò potrà portare giovamento a tutti i soggetti coinvolti oltre che al contesto sociale ed ecologico in cui essi operano.
Per rafforzare ed espandere le realtà dell’economia solidale si sta sperimentando in diversi luoghi la strategia delle reti, che consiste nella costruzione di circuiti in cui fluiscono i beni, i servizi e le informazioni prodotti dalle realtà dell’economia solidale, in modo che queste si possano sostenere a vicenda, creando gli spazi per un’economia diversa.

Le pratiche di economia solidale si identificano dalla loro tensione verso i seguenti elementi caratterizzanti:
nuove relazioni tra i soggetti economici basate sui principi di reciprocità e cooperazione;
giustizia e rispetto delle persone (condizioni di lavoro, salute, formazione, inclusione sociale, garanzia dei beni essenziali);
rispetto dell’ambiente (sostenibilità ecologica);
partecipazione democratica;
impegno nell’economia locale e rapporto attivo col territorio (es.: disponibilità alla partecipazione a progetti locali);
disponibilità a entrare in relazione con le altre realtà dell’economia solidale condividendo un percorso comune;
impiego degli utili per scopi di utilità sociale.

Nel processo di attivazione della rete di economia solidale riteniamo strategica l’attivazione, a partire dai territori, di “distretti di economia solidale”. Tali distretti si configurano quali “laboratori” di sperimentazione civica, economica e sociale; in altre parole come esperienze pilota in vista di future più vaste applicazioni dei principi e delle pratiche caratteristiche dell’economia solidale. E’ inteso che tali esperienze pilota potranno avviarsi solo laddove si manifesti la volontà, da parte dei soggetti interessati, di partecipare attivamente al processo. Tuttavia L’appartenenza alla Rete, si configura in senso più ampio e dunque non presuppone la partecipazione ai Distretti. Tale progetto può considerarsi aperto a tutte le realtà che già operano, che si “sentono” parte, o che comunque intendono agire ispirandosi ai valori e ai princìpi dell’economia solidale.

[il documento “L’ambiente di Bologna: azioni di cambiamento della Rete Ecologista Bolognese” può essere richiesto a Gabriele Bollini gaboll[et]lillinet.org o a Paolo Cagnoli pcagnoli[et]libero.it ]

2 commenti

  • By alessandra calanchi, 10 aprile 2009 @ 18:21

    Sono molto contenta di aver letto questo lungo intervento, e apprezzo molto in generale tutto il programma di Sinistra e libertà. Vivo a Bologna, insegno letteratura e di storia della cultura americana a Urbino e l’anno prossimo vorrei inserire l’ecocriticism nei miei corsi. Inoltre insieme a Marco Monari (tecnico della prevenzione specializzando in Scienze Ambientali) ho aperto un sito http://www.ateliershuifeng.com che si occupa anche di tematiche ambientali e di ecosostenibilità. Vi invitiamo a visitarlo e a utilizzarlo come sede di scambio di idee e proposte. Vorrei anche partecipare a incontri e dibattiti, impegnarmi attivamente in prima persona. Contattatemi.

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  1. Per il futuro di Bologna » “La questione ambientale punto centrale della terza rivoluzione industriale” — 7 maggio 2009 @ 09:03

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