“Rivisitare il passato per rimettere il tema coi piedi per terra” di Luigi Mariucci
Un qualsiasi ragionamento sulla Città metropolitana di Bologna per risultare credibile deve anzitutto fare i conti con il passato e rispondere alla domanda: perché si è bloccato il processo di riforma del governo locale avviato agli inizi degli anni ’90 e quindi non si è fin qui realizzata la CMB?
Bologna infatti negli anni ’90 è stata una delle poche città in cui si è davvero avviata una esperienza di profilo metropolitano, con l’accordo tra i comuni sulla istituzione della Conferenza metropolitana e con una legge regionale che, unico caso in Italia, aveva provveduto su sollecitazione delle realtà locali più motivate e con una intensa attività di mediazione regionale dei conflitti interlocali a delimitare i confini territoriali dell’area metropolitana, a determinare le funzioni della città metropolitana e a definirne il percorso costitutivo (legge regionale n.33 del 1995). A quel tempo sarebbe bastato che il governo (allora di centrosinistra, ministro competente Giorgio Napolitano) esercitasse la delega affidatagli dalla legge n.142 del 1990 per dare vita alla autorità metropolitana di Bologna e avviare il concreto processo costitutivo della città metropolitana. Bisogna ancora spiegare perché quel processo virtuoso si è bloccato. Una volta risposto a questa domanda occorre decidere quale sia la via per fare ripartire credibilmente il progetto.
A questo fine è bene fare un passo indietro. Si potrebbe risalire a dibattiti più remoti dei primi anni ’90, quando si discuteva soprattutto dei confini territoriali della città metropolitana, nelle diverse varianti della città grande, coincidente con la provincia e quindi inclusiva di Imola, della città piccola, coinvolgente solo i comuni contermini della cintura (c.d. “ciambella col buco”) e della città metropolitana coincidente con la provincia tranne Imola. E’ bene ricordare che a quel tempo le discussioni istituzionali si intrecciavano con problemi relativi ai rapporti interni al vecchio sistema politico (in quegli anni vigeva ancora la diarchia PCI-PSI, con Imbeni sindaco di Bologna e Boselli presidente della regione). Ma è sufficiente ricordare i termini del confronto a ridosso della approvazione della legge regionale n.33 del 1995 .
L’approvazione di quella legge non fu facile. Essa fu contrastata fortemente in regione, e finì col passare in consiglio regionale nello scorcio della legislatura, insieme ad un cospicuo pacchetto di leggi negoziate tra tutte le forze politiche, anche in virtù della diffusa convinzione che quella legge sarebbe rimasta sulla carta, come poi è puntualmente avvenuto.
Questo punto merita di essere approfondito. Perché in Emilia-Romagna c’è una diffusa ostilità ad attribuire a Bologna il rango di capoluogo regionale e, a maggior ragione, ad assegnarle lo status di città metropolitana? La risposta più ovvia richiama le antiche rivalità intercomunali di una regione fondata in maniera sostanzialmente artificiosa, ciò che poi pudicamente si è definito “policentrismo regionale”, oltre che su un irrisolto rapporto tra componente emiliana e romagnola. Ma c’è una spiegazione più profonda.
La verità è che i comuni della Emilia-Romagna si rendono perfettamente conto del fatto che l’istituzione di una vera e propria città metropolitana di Bologna, la quale concentrasse le attuali competenze del comune e della provincia di Bologna, e ne assumesse altre sulla base di leggi nazionali e regionali, altererebbe l’attuale equilibrio precario, fondato sulla regola quaeta non movere, della regione. L’obiezione è fondata: l’istituzione della città metropolitana di Bologna rappresenterebbe con evidenza un vero e proprio rivoluzionamento dell’assetto geo-politico-istituzionale della Emilia-Romagna. Così si spiegano le resistenze fortissime del sistema politico-istituzionale regionale verso il progetto della città metropolitana di Bologna, spesso occulte e indirette, ma quando occorre dirette e determinate.
C’è poi un altro ordine di resistenze, interno all’area della provincia di Bologna. Quello più esplicito riguarda l’area imolese: quando in regione si discuteva della legge sulla città metropolitana di Bologna alcuni gruppi politici arrivarono al punto di occupare per protesta la sede del comune di Imola, attivando le procedure per un referendum cittadino contro la città metropolitana. Allora la questione si chiuse con un compromesso: l’area territoriale della città metropolitana fu fatta coincidere con l’intero territorio provinciale, salvo prevedere una verifica successiva e nel frattempo dare vita al circondario imolese.
Ma infine le resistenze più insidiose arrivarono dai comuni limitrofi a Bologna, non solo da quelli della seconda cintura, ma da quelli della stessa conurbazione bolognese. Al primo incontro di consultazione sul progetto di legge regionale sulla città metropolitana di Bologna dai comuni della provincia emerse infatti una richiesta unanime: per fare la città metropolitana di Bologna occorre anzitutto scorporare il comune di Bologna, suddividendolo in diversi municipi, dissero all’unisono tutti i rappresentanti dei comuni della provincia. Cosicché nella legge regionale fu inserita la disposizione secondo cui il c.d. “scorporo” del comune di Bologna, cioè la divisione di Bologna in diversi comuni, era una condizione necessaria e preliminare alla istituzione della città metropolitana.
Facile a dirsi, lo “scorporo” del comune di Bologna. Perchè mai una città di medie dimensioni dovrebbe scorporarsi in diverse micro-municipalità, rischiando di perdere l’unica cosa che in fondo le resta, il nome, il richiamo ad una identità storica, senza che in alcun modo sia assicurato il passaggio successivo, vale a dire l’accesso al nuovo statuto di città metropolitana, per di più dovendo sottomettersi a un referendum che, con buona probabilità, finirebbe col sommare tutti i dissensi localistici e municipali ?
Così tutto si è bloccato, per l’incrocio delle ragioni sopra descritte. Il governo di centrosinistra non ha attivato la delega prevista dalla legge n.142 del 1990, e ha promosso una riforma di quella legge entrata in vigore alcuni anni dopo. Nel frattempo a Bologna si è aperta la crisi politica che ha portato alla sconfitta del 1999. Un autorevole dirigente dei DS, poi nominato segretario-commissario dei Ds a Bologna e in Emilia-Romagna (Mauro Zani) su quel progetto, in un congresso Ds, stese l’epitaffio conclusivo.
A ben vedere il progetto “città metropolitana di Bologna” nella sua complessità a tratti irresolubile assomiglia al progetto di riforma istituzionale del paese, ora approdato a un caos indecifrabile.
Se si vuole parlare oggi, in concreto, di “città metropolitana di Bologna” e rimettere il tema coi piedi per terra si dovrebbero fare le seguenti tre cose preliminari:
anzitutto assumere la decisione, di carattere squisitamente politico, nell’ambito dei programmi presentati dai candidati a sindaco e a presidente della provincia di Bologna, nonché dei candidati a sindaco nei comuni della provincia, di dare vita alla istituzione della città metropolitana di Bologna, intesa come soggetto istituzionale di governo dell’area vasta bolognese, nel prossimo mandato amministrativo;
2) in secondo luogo connettere il progetto sulla città metropolitana di Bologna a una idea complessiva di riassetto in senso federale della repubblica, con particolare riferimento ai processi di autoriforma dei sistemi di governo territoriale (regione, comuni, province);
in terzo luogo declinare compiutamente il progetto di città metropolitana, inclusa la definizione del suo preciso assetto istituzionale e del suo procedimento istitutivo.
E’ evidente infatti che una idea istituzionale non può essere elaborata in astratto e sovrapposta alla realtà concreta. Ma è altrettanto evidente che senza una idea istituzionale non si va da nessuna parte, perché infine è dentro un assetto istituzionale definito che si costruisce e si esercita la sovranità democratica.
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